6 maggio 2010
Eraldo Baldini, scrittore, sceneggiatore e saggista, è nato e vive a Ravenna. E a Ravenna è ambientato Bambine, un romanzo avvincente e ben scritto che ha contribuito, insieme a Gotico rurale (Frassinelli, 2000) e ad altri titoli, a fare di Baldini uno dei riconosciuti maestri del noir italiano. C’è chi ha parlato di lui come del nostro Stephen King, per la sua capacità di costruire incubi e orrori di stile anglosassone, trapiantati nella campagna romagnola. E anche per il fatto che, nei suoi racconti, alla provincia reale si sovrappone l’elemento fantastico, quasi gotico. Come gotica, certamente, è la storia raccontata in questo libro, imperniata sulla sparizione, in poche settimane, di tre bambine, inghiottite dalla nebbia che spesso avvolge Ravenna, una città dove i paesaggi del porto, della marina e della zona industriale formano uno strano contrasto con il tranquillo salotto del centro storico.
Questa la trama. Un maniaco omicida gira a piede libero per la città e uccide le sue piccole vittime dopo averle mutilate. Un giornalista inizia a indagare sui delitti, spinto dalla paura che succeda qualcosa alla figlia del suo migliore amico, affidata a lui dopo la morte del padre per un incidente subacqueo…
Bambine, Capitolo 16
di Eraldo Baldini
Il giorno seguente mi svegliai prestissimo, dopo un sonno frutto di pillole e privo di sogni.
Sabato. Il giorno di Chiara, dei nostri giochi in spiaggia e nell’acqua, dei nostri percorsi magici in pineta. E io mi preparavo ad andarla a salutare, a vederla andar via.
«Se le vuoi bene davvero», aveva detto Silvia, «devi renderle più facile il partire con lui.» Sapevo che aveva ragione. Ma sapevo anche che dopo Chiara non mi restava più niente da perdere, tranne me stesso. E questo mi faceva paura. Quando arrivai alla casa tra i pini vidi un’auto bianca in cortile, già carica di bagagli. Chiara era sulle ginocchia del nonno seduto fuori in poltrona.
Mi vide, spalancò gli occhi e la bocca in un sorriso e mi corse incontro gridando: «Ziooo! Andiamo in spiaggia?» La presi in braccio e la strinsi forte. «No, paperina. Tu fra un po’ devi partire, e andrai in un posto più bello di questo, più bello della spiaggia.» Mi guardò e mi ravviò i capelli, come faceva sempre. «E vieni anche tu?» «No, non adesso. Ma ti verrò a trovare.»
Uscì Alda con una valigia in mano, e dietro di lei un uomo sulla quarantina, alto, stempiato. Alda ci presentò e lui mi diede la mano sorridendo, poi tornò a occuparsi dell’auto.
«Fra quanto partite?» chiesi. «Fra un’oretta, penso», disse Alda. Poi mi fissò e mi prese una mano. «Ehi…»
La tirai piano a me e l’abbracciai. «Non avercela con me, ti prego», mi sussurrò a un orecchio. Che strano. La sentivo vicina per la prima volta dopo tanto tempo, proprio mentre mi stava procurando dolore, proprio mentre stava uscendo dalla mia vita per sempre portando con sé ciò che io avevo amato, che amavo e che aveva importanza per me.
«Non ce l’ho con te. Ma mi mancherete più di quanto tu possa immaginare. E in quanto a Chiara… `capotribù, pensaci tu’, ochéi?» le dissi piano usando la vecchia formula che entrambi conoscevamo bene.
Annuì con gli occhi lucidi. «Io non aspetto che partiate. Finirei per piangere.» Lasciai Alda, salutai quell’uomo, gridai un «ciao» a Chiara e mi avviai al cancello.
«Zio!» mi chiamò lei.
Mi girai, e lei corse tra le mie braccia. La strinsi forte serrando le mascelle fino a farmi male. Devo rendere tutto più facile, mi ripetevo. Non devo piangere, non devo. Poi lei mi disse: «Guarda cosa ti regalo…» e mi mise in mano un sassolino colorato.
«È il più bel regalo del mondo, paperina. Lo terrò sempre con me.» La strinsi ancora, le diedi un bacio sulla fronte e la misi a terra. Feci qualche passo all’indietro, poi uscii dal cortile.
«Ciao!» mi gridò ancora correndo al cancello.
Non volevo girarmi, ma non potei non farlo.
Lei era là, e senza smettere mi salutava con la mano.
Verso il tramonto si era alzato vento da ponente, poi aveva girato a maestrale, freddo, insistente, e i bastioni di nubi che avevano inghiottito il sole ora avanzavano a coprire il cielo. Il mare prima si era acquietato in una calma piatta e scura, sotto il vento di terra, poi aveva cominciato a gonfiarsi e a contrarsi in onde rade e potenti. Camminavo sulla spiaggia vuota con le mani in tasca e i capelli spettinati dal vento, senza sapere dove andare. Stava facendo buio, veniva odore d’alghe dall’acqua mossa e l’aria si faceva sempre più fredda. Mi passai attorno al collo le maniche della maglia che tenevo sulle spalle e puntai, attraversando la spiaggia sulla sabbia cedevole, verso la strada del lungomare. Probabilmente la mia lettera sarebbe arrivata a Niccoli solo il lunedì mattina. Ripensare a Gremmi, alle bambine, a Fadù, a tutta quella vicenda mi provocò una nausea violenta.
Nel primo bar che trovai bevvi un martini, poi girovagai lungo il porto canale senza vedere le barche, senza sentire le voci della gente. Avevo il vuoto dentro di me.
Mi accorsi che i miei passi mi stavano portando verso la casa di Alda e di Chiara. Lasciai che mi conducessero lì, non aveva importanza. Non avrei potuto provare più dolore e più solitudine di così. Passai davanti alla villetta tra i pini, silenziosa. La finestra della camera di Chiara era chiusa e in cortile, tra l’erba, c’era un secchiello giallo.
Camminai fino a casa. Nel mio appartamento c’era puzza di chiuso, e sentii che anche il sudore asciugatosi nella mia camicia aveva un odore acido e cattivo. Mi spogliai e feci una doccia. Poi, coi capelli bagnati e in mutande, andai al telefono e feci il numero di Netti. Neppure stavolta rispose. Chissà dov’era.
Mi asciugai i capelli alla meglio frizionandoli con l’accappatoio e sedetti sul divano. Arrivavano alla mia mente pensieri, e io li ricacciavo indietro. Mi alzai, mi rivestii, andai al frigorifero e presi una Ceres. La bevvi, lasciai la bottiglia sul pavimento e tornai al telefono. No, Netti non c’era proprio.
Rimasi per qualche istante davanti all’apparecchio, pensando di chiamare Arianna, o Silvia, o Valerio. Poi sentii che quelle pareti mi soffocavano e uscii di nuovo nel vento umido della sera.
Andai al bar del moletto. C’era poca gente, e i ragazzi e le ragazze seduti sul muricciolo stavano vicini per ripararsi dal vento.
Bevvi un’altra birra, dentro il bar, appoggiato al banco. Non avevo cenato e, a pensarci bene, neppure pranzato – solo dei biscotti mandati giù meccanicamente e senza sentirne il sapore -, e la testa cominciava a girarmi.
Era quello che volevo. Qualunque cosa, pur di sfuggire ai miei pensieri.
Arrivò una ragazza in short e maglioncino troppo largo, coi capelli biondi e corti e gli occhi che sembravano assonnati. Le feci posto al banco accanto a me.
«Ehi, grande giornalista, mi offri una birra?» «Ciao, Betta», le dissi facendo cenno al barista.
Era molto carina, Betta, ed era molto giovane. Ma i suoi anni li aveva già bruciati nell’alcol e probabilmente in qualcosa di peggio, e a Marina aveva fama di essere una ragazza fin troppo facile, una vita già buttata via.
«Ti siedi un po’ con me?» chiese con voce impastata.
Annuii e l’accompagnai a un tavolo d’angolo. Lei mi guardava e ogni tanto portava il bicchiere alla bocca.
«Quanti anni hai, Betta?» le chiesi.
«Ventiquattro.»
Ventiquattro. Come Jennifer, mi venne da pensare, e la notte passata con la ragazza americana mi sembrò lontana dieci secoli.
«Credo che non ci siamo mai parlati, io e te», disse Betta. «Solo salutati.» Bevve e sorrise. «Sai, quando io ero ragazzina, quelli del vostro gruppo – tu, Luca, gli altri – eravate quasi un mito per noi. Eravamo tutte un po’ innamorate di voi.» «Quando eri ragazzina?» risi. «Perché, adesso cosa sei?»
Fece un gesto come per allontanare qualcosa. «Non sono mica una bambina, e non mi piace stare coi bambini.»
Sentii sotto il tavolo le sue gambe cercare le mie e stringerle. La lasciai fare. L’alcol pulsava forte nelle mie vene e nel mio cervello; mi rigirai il bicchiere tra le mani, un calice panciuto da birra, e sentii la mia voce come estranea, come provenire da qualcun altro. «Sono belli questi bicchieri», dissi. «Il vetro qui nel bordo è sottile,
basta un colpetto sul tavolo per romperlo: e diventano una bella arma da rissa.»
Betta rise. «Mi piacerebbe, una rissa.»
«Anche a me. Da ragazzi ci capitava di combinarne una ogni tanto. Menare le mani è come fare sesso senza tenerezza e senza amore: una cosa fisica in cui si usano semplicemente il proprio corpo e quello degli altri. A volte ci vuole.» Poi la guardai. «Vuoi ancora da bere?»
«Sì.» Ordinai due bicchieri di vodka. Lei vuotò il suo tutto d’un fiato e mi prese una mano. Il locale si stava riempiendo e qualcuno aveva dato volume alla musica.
«Facciamo un giro?» mi chiese. Senza rispondere mi alzai, e lei mi seguì. Appena usciti dal bar e dalla luce dei lampioni del molo, lei mi passò un braccio dietro la schiena, io feci lo stesso e camminammo così fino alla spiaggia. Poi, di fronte al mare che rumoreggiava vomitando sulla sabbia ondate schiumose, le mi tirò a sé e si strofinò contro il mio corpo. «Dai, fammi fare l’amore.»
La baciai. «Andiamo a casa mia», proposi. «No, qui, adesso», e cominciò a slacciarmi i pantaloni. Le sfilai gli short e le mutandine. «Non ho preservativi», dissi.
«E chi se ne frega?» «Già, chi se ne frega?»
C’era un lettino da spiaggia sotto la veranda di un bagno, e facemmo l’amore lì sopra. Poi ci rivestimmo, ci avvicinammo all’acqua e camminammo lungo la battigia. Davanti a noi vedevamo la lunga linea nera della diga foranea.
Fissai a lungo il mare e quel bastione basso e scuro. «Mi aveva chiesto di accompagnarlo, quella sera», dissi, «e io non volli andare.»
«Chi?» chiese Betta appoggiandosi a me.
«Luca. La notte che morì. Voleva che andassi a pescare con lui, e io non volli accompagnarlo. Forse, se ci fossi andato, lui non sarebbe morto. Forse questo sabato sera lo avremmo potuto passare assieme, io, lui, Alda, Chiarina, gli altri. Non volli accompagnarlo, non ne avevo voglia. Proprio quella sera, l’unica in cui lui avrebbe avuto bisogno di me.»
Betta non disse niente.
Mi girai a guardarla. «Non so perché la dico proprio a te, questa cosa. Non l’ho mai detta a nessuno, me la sono tenuta dentro a marcire per tutto questo tempo…»
Lei mi passò una mano dietro la nuca. «Non pensarci», disse. «Non è stata colpa tua, e non serve farsi del male.»
Ci dirigemmo di nuovo verso le luci, la riaccompagnai al bar; lei andò a sedersi sul muretto e qualcuno le offrì da bere.
Io presi un’altra birra e mi avviai verso la punta del molo. Mi attaccai alla bottiglia e bevvi camminando; il vento alle mie spalle diventava più forte e più freddo, non c’era nessuno, e l’acqua nera e agitata faceva paura.
Chissà con chi era Enrica in quel momento, chissà dov’era Netti.
E chissà se Chiarina dormiva, o se stava a occhi spalancati nel buio di una stanza che le era estranea. Chissà se pensava alla spiaggia, alla pineta; e se pensava a me.
Arrivai in fondo al molo. Le onde ruggivano scagliandosi sui sassi e il vento sembrava volermi spingere verso l’acqua scura.
Mi portai di nuovo la bottiglia alle labbra, vuotandola e sentendo che la schiuma appiccicosa mi scendeva lungo le guance e il collo.
Mi pulii la bocca col dorso della mano, buttai la testa all’indietro e urlai nel vento della notte con quanto fiato avevo in gola.
Non l’urlo selvaggio di gioia, di eccitazione, di sfida.
Solo di dolore, e di solitudine.
Poi lanciai lontano tra le onde la bottiglia vuota, che scomparve dentro il nero del mare.