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15 Marzo 2012 | Racconti d'autore

1964 Misteri, Pugili e Scommesse di Mauro Curati

Edizioni Pendragon. Lettura di Ivano Marescotti

A cura di Cinzia Leoni. Lettura di Ivano Marescotti

15 marzo 2012

Mentre la Guerra fredda spacca il pianeta a metà, a Miami si prepara il match di pugilato più importante del secolo tra Cassius Clay e Sonny Liston. Molto lontano dalla Florida, in un bar della provincia bolognese, tra biliardi, sigarette senza filtro e réclame di digestivi, qualcuno azzarda una scommessa. Un tredicenne si troverà suo malgrado a sfidare sul ring un ragazzo più grande di lui. Tra la scintillante America e la nebbia della bassa padana, una storia di boxe e calcio, sordidi giri di sesso e scommesse clandestine, eroi dello sport e miti da bar, cinema parrocchiali e bordelli sperduti, giornalisti di cronaca nera e strampalati sognatori. L’irresistibile amarcord a tinte Vintage di un’educazione sentimentale negli anni del boom.

Di questo narra il nuovo libro di Mauro Curati, nato a san Giovanni in Persiceto in provincia di Bologna, giornalista professionista ed inviato che ha scritto diversi racconti. Tra le sue opere troviamo la biografia di Vincenzo Renato Martino Il più bravo degli asini (Diabasis,2000) e il romanzo  Il segretario parlerà più tardi  (Diabasis,2001). Curati ha anche organizzato , nelle due edizioni in cui si è svolto a Bologna , il Premio internazionale Riccardo Bacchelli.

Vi proponiamo 4 brani di questo romanzo, letti mirabilmente, durante la presentazione del libro a Bologna, dall’attore Ivano Marescotti, che ringraziamo assieme all’editore e all’autore del libro per averci concesso.

Ma prima di lasciarvi al racconto ascoltiamo anche il commento di Ivano Marescotti sul libro

Commento di Ivano Marescotti

PROLOGO

La prima volta nel bar di Irma mi ci portò mio padre. Do­vevo avere circa sei anni. Era un locale pieno di fumo e di luci verdi, con un grande banco sulla destra e gente dai denti mar­ci. La seconda o la terza o chissà quale altra volta, fu una sera di novembre e mi ci portò mio zio Sante. Avevo tredici anni. Quel caffè era il centro mondiale della gran chiacchiera. Un luogo dal vociare confuso, dove sfogliavi facce come fossero fotografie. Uomini con la sigaretta in bocca che bestemmiava­no e altri con la brillantina in testa che si aggiustavano la cra­vatta nel grande specchio con scritto Amaro Cora. Volavano parole e nomi: Bulgarelli, Janich, Fogli, Togliatti, Nenni, Tam­broni. Chi beveva un Triple Sec e chi ingollava grappa. Chi sosteneva che Duilio Loi fosse il più grande e chi che il Bolo­gna era una fede. Si litigava su Gagarin e se qualcuno, andan­dosene, sbatteva la porta di vetro e ferro, sigillata con stucco rosso, gli si rispondeva: Va’ a fer’t inculér.

Irma era piccola e magra e aveva la pelle scura. Se ho fat­to bene i conti doveva avere sui 45 anni. Prendeva le schedi­ne della Sisal, inseriva un caffè nella macchina, versava qual­cosa a un cliente e buttava all’indietro il ciuffo di capelli, un po’ neri e un po’ bianchi. Quando rispondeva al telefono te­neva la Gauloise senza filtro penzoloni sulle labbra che erano sottili e un po’ troppo rosse. Non parlava mai se non per dare ordini e adorava Fred Buscaglione.

Questa storia dunque potrebbe iniziare da qui. Da un mercoledì qualsiasi, con l’universo diviso tra russi e america­ni. Una storia nata dalla mia curiosità di andare oltre il banco, nel ventre oscuro di quel bar, nel tunnel che portava nell’ulti­ma sala in fondo, nello stomaco della balena, con tavolini di formica verde appoggiati a muri scrostati, intorno ai quali si muovevano giocatori di biliardo dalla sigaretta accesa e dalle brache larghe, guardati da vecchi senza soldi e poster ingial­liti di Joey Giardello.

Giocavano in due. Boccette classiche, a mano, perché lo spazio non consentiva l’uso delle stecche. Guidava un tizio con i baffi, dalla camicia bianca. Entrai che puntava sul bocci­no scivolato nella parte bassa. Un tiro delicato di tre sponde, che seguì con l’attenzione del pescatore che intravede un gob­bo a pelo d’acqua. L’avversario era un tipo bassetto dai capel­li lunghi chiamato Zazzera. Aveva una camicia a righe e una sigaretta spenta incastrata nell’orecchio. Osservava l’altro con espressione di pietra. Quando venne il suo turno valutò un paio di traiettorie. Poi la bianca tagliò il tappeto verde, rim­balzò, si infilò tra la rossa e il boccino e scalzò l’altra con un leggero colpo di spalla.

 

CAPITOLO VI

La mesticheria Chagall stava sul corso principale. Vende­va colori, cornici, stucchi e qualche volta quadri. Il proprieta­rio si chiamava Lugo, che non sapevi se era un nome, un co­gnome o un soprannome. Era un tizio piuttosto strano, un po’ artista e un po’ pazzo: il basco grigio, la faccia magra e seria. Si capitava da lui per rinnovare l’astuccio delle tempere o per acquistare matite. Le teneva in un cassetto di legno e le mo­strava allineate e distese come soldatini di piombo dentro un panno di velluto. Diceva: «Guardare e non toccare». Secondo mio fratello e i suoi amici, Lugo era un puttaniere. Un putta­niere di livello. Vero che non lo ostentava, che faceva il signo­re, ma c’erano i discorsi feroci dei bar che lo provavano.

Ligio e conformista, esibiva una vita pubblica modesta, che la sera o la notte diventava oscura. Faceva coppia fissa con Giorgio Masini, cinquantenne come lui e come lui scapo­lo. Entrambi frequentavano il bar di Telli, detto “il bar dei si­gnori”. Masini era alto, magro, con molta disponibilità econo­mica e una passione smodata per la caccia. Faceva il dentista e guidava una splendida Lancia Flavia blu. Ogni tre mesi spa­riva in Istria e tornava mostrando tutto ciò che era passato da­vanti al suo fucile. Attaccava le vittime sul cofano dell’auto che parcheggiava davanti al bar e lì concionava, sorseggian­do Campari e vino, circondato dal suo pubblico di adoranti coltivatori di barbabietole: uomini dai portafogli grossi come pietre, infilati nelle tasche posteriori dei pantaloni. Gli narra­va balle straordinarie. Gli mostrava fucili. L’orgoglio di un ca­vatore di denti errante per l’Istria.

Lugo, al contrario, svernava a Bologna, ma non disdegna­va quel simposio di ammiratori di vite da rotocalco. Uomini che dopo la messa, insieme al «Carlino», portavano alle mogli «Gente» o «Oggi» e la domenica pasteggiavano con tortellini e bolliti e argomentavano piacevolmente di principi e principes­se che svernavano a Gstaad o a St. Moritz salvo poi, il lunedì, correre al mercato delle vacche di Modena.

Da vero principe, Lugo preferiva Venezia. Il Casinò di Ve­nezia. Ci andava tre o quattro volte l’anno, chiedendo ospita­lità alla contessa Lodovica Martelli Sintoni, signora che nes­suno aveva mai visto, né incrociato, nota a tutti per la prodi­galità e la lungimiranza artistica avendo acquistato, proprio da Lugo, un Caproni autentico e non so quanti Stroccoli del soggiorno parigino (“Periodo azzurro” ammiccavano).

Tra i veneratori, naturalmente, c’era anche lo zio Sante. Quando Irma chiudeva, lui si spostava da Telli, insieme a tut­ta la bella compagnia dei tiratardi. Notti di storie strampala­te. Racconti fantastici. Cronache inverosimili. Dove nessuno dubitava delle parole di nessuno, ma pochi ci credevano.

Accanito giocatore di cavalli e chemin de fer, si diceva che Lugo fosse amico della Callas. Si giurava che una sera a Milano, dopo una splendida cena da Savini, la Divina, passando, aves­se detto “Ciao Lugo, come stai?”. C’erano le prove. I testimoni. Quali testimoni? Ci sono, ci sono. Fuori i nomi! Su due piedi? Certo! La storia me l’ha detta Masini, chiedeteli a lui. Bella for­za, è un suo amico. Ma l’ha giurato. Della Callas? Della Callas.

Frequentazioni altolocate, che però non avevano migliora­to la vetrina del suo negozio.

Due o tre bidoncini di vernice, quella col cane con in boc­ca un pennello, una tempera su un cavalletto raffigurante un tramonto, alcuni modelli di cornici e un disegno a carbonci­no. Più in alto, in una specie di scaffale, i pennelli Cinghiale e qualche bassorilievo in gesso per lampadari, mentre dall’altra parte soggiornava, da sempre, un manichino snodabile da mesticheria, uguale al Pinocchio che ci portava Porfitti, il prof di disegno, durante l’ora “di figura” quando diceva: “Fate l’unica cosa in cui eccellete: copiate!”.

La stagione di Lugo, al contrario, era l’estate. Era allora che entrava in scena nel più spettacolare dei modi. Adorava la li­rica, le donne, la buona cucina e l’ostentazione della ricchezza come privilegio divino. La sua tappa fissa era l’Arena di Vero­na. Vestiva di lino bianco. Un cappello a falda larga. Una giac­ca strapazzata come Vittorio De Sica nel film Il conte Max. Col fidato Masini, partivano liberi come lupi, per tornare a fine stagione vittoriosi, omertosi, complici e soprattutto carichi di un bottino che avrebbero speso narrando, ai loro disciplinati consumatori di frizzantini e patatine, di cene maestose, aperi­tivi sul lago di Garda, o solleticandoli con: «Ti ricordi Mar­got?». Al che Masini avrebbe risposto: «L’amica del conte Vi­sconti della Scala?». «Esatto. Come si chiamava il suo accom­pagnatore?». «Manfredi credo». «Ah sì, Manfredi, l’amico del­la Tebaldi. Che uomo elegante». E rivolgendosi agli astanti con la Muratti Ambassador tra pollice, indice e medio, aggiunge­va: «Lui e Renata si conoscono fin da ragazzi».

Bravi. Sicuri. Affabulatori e improvvisatori. Gli bastava un’occhiata per fare spettacolo. Era una recita professionale in un contorno di bocche spalancate e sguardi felici che per rin­graziare il destino o il buon Dio di quelle due presenze di mondo in quell’universo fatto di vacche e vitelloni, non trova­vano di meglio che offrir loro Moét & Chandon accompagna­to da due tocchi di mortadella.

 

*******

Boxavano nell’angolo di Pàtrizio. Il suo secondo gridava. Il pubblico bolliva come l’acqua della pasta, con teste che si alzavano e si sedevano qua e là nella platea. Irma, la sigaret­ta in mano, seguiva con lo sguardo del falco. Per sfuggire a quella situazione Molinari provò il tutto per tutto. Si voltò di scatto. Mollò un gancio sinistro disperato, alla cieca, che col­pì Marco di striscio alla spalla. Questi rispose con un tiro sul viso. Patrizio si abbassò quel tanto per nascondere la testa. Il suo secondo disse: «Stai più attento, maledizione».

Guidava Marco, adesso. Lo si vedeva dai movimenti sul ring, dal gioco di gambe, da come teneva la guardia. Molta gente lo incitava. Altri stavano seduti con le mani sulla faccia. Patrizio abbassò la testa e il destino o il caso buttarono i dadi. Mio fratello intuì che era il suo momento. Colpì duro. Il de­stro partì diritto come un treno, ma invece che schiantarsi sul­la mascella dell’avversario, finì sul giunto che teneva insieme le due corde d’angolo. La sua faccia si contorse. Una fitta fe­roce gli fece ritirare la mano.

Patrizio ne approfittò di rimessa. Marco vacillò e con lo sguardo si rivolse all’arbitro con la faccia stravolta dal dolore. Irma dal fondo gridò: «Fermi, Fermi». Buttai immediatamen­te l’asciugamano. Lo zio mi guardò arrabbiato: «Che fai?».
Mio fratello, di tre quarti, si proteggeva dai colpi di Patri­zio boxando solo con la sinistra. Durò qualche secondo. «Fermi, s’è fatto male» continuava Irma che era arrivata come un fulmine a ridosso del ring. «Fermali arbitro». Manetta a quel punto intervenne. Mandò l’altro all’ango­lo. Doveva essersi rotto qualcosa. Faceva smorfie di dolore. Disse: «Male, male». Intanto la gente urlava: «Conta. Conta». Lo zio gli tolse il guanto. Si sen­tì gridare: «KO tecnico, KO tecnico». Altri dicevano: «Niente, si rifà, si rifà».
Sante tolse la fasciatura. D’intorno il rumore aumentava. Manetta chiese: «Allora?».
«Una storta» disse lo zio, «o una rottura, non so». L’arbitro si grattò la testa. «Sei sicuro?».
Sante alzò le spalle. La mano di Marco si stava gonfiando e nel punto dove aveva colpito s’era formato un alone rosso e blu. «Ragazzo» chiese, «te la senti di proseguire?».
Ma Irma intervenne con tono competente. «Qui si ferma tutto. È rotto. Il ragazzo torna a casa».
Lo zio tacque. Manetta andò a parlare con Patrizio. La gente protestava. Quando tornò disse: «Dicono che vogliono il tecnico».
E Irma: «Dicono chi? Sei tu l’organizzatore. Abbi il corag­gio di parlare in prima persona».
«Insomma» rispose l’altro, «li senti? Vogliono il tecnico». «E chi lo valuta il tecnico? C’è un medico della Fpi a bor­do ring?».
«Il ritiro è un dato di fatto» insistette.
«Fate quello che volete» disse lei. «Il problema non ci ri­guarda. Ma sia chiaro: noi non abbiamo perso. Punto»

 

EPILOGO

La piazza se ne sta sempre lì, immobile come una monta­gna. Stesse facciate, stessi negozi, stessi portici. Solo la gente è diversa. La gente con i suoi vestitini a modino, firmati, co­stosi, i passettini affrettati, angosciati, tormentati. Le chiac­chiere leggere, amene, fru fru, come patatine croccanti da prendere con aperitivi rossi, verdi e gialli, in un trionfo di sor­risi spumeggianti e barocchi.

Non ci sono più i perditempo, a parte i vecchi, vale a dire i ragazzi seduti sui gradini della chiesa a ridere, scherzare, classificare i culi delle ragazze: quelli a pera, a sacco, a man­dolino e le grandi opere d’arte come il sedere della Claudia, un mito, simbolo della perfezione, ancora scolpito nella me­moria collettiva.

Anche i bar sono cambiati. Niente più biliardi. Via i tavoli per il gioco delle carte. Adesso si entra per una toccata e fuga con gli amici, il mordi e fuggi di mortadelline infilzate come tordi e crostini ingollati come passeri. Perché il mondo ha fret­ta. C’ha furia. Deve correre, scappare, fuggire. $ inseguito dal­la sera, che incombe! Dall’ora dell’aperitivo. Dall’occasione da non perdere. Così si viaggia da una parte all’altra della bassa. Da un pub a un’osteria. Da un cinema a una discoteca. Per non dire dei ristoranti: quelli cinesi, indiani, somali, eritrei, c’è il sushi giapponese, il grill argentino, la paella spagnola e via elencando, in un esotismo prét à porter dove il giro del mondo lo si fa in una notte e lo si commenta con un rutto.

In piazza ci passo dopo essere stato a trovare Marco e mamma, seppelliti insieme. Una vecchia tomba. Un po’ alta per la verità. Ci vuole la scala. L’amministrazione comunale ne ha messe diverse lungo i porticati. Sono di ferro. Pesanti. Scomode. Giulia si lamenta. Ha i suoi anni. Dice che bisogne­rebbe trovare un loculo più basso, ma il regolamento del Co­mune non ci aiuta. Chi vuole cambiare, c’è scritto, deve spo­starsi al cimitero nuovo dove si va in affitto: trent’anni un tot, cinquanta un altro tot. Canone anticipato per favore. E scadu­to il contratto: tutti in ossario. Vuoi mettere, mi dice Giulia con la sua faccia perplessa, il piacere di essere padroni in casa propria, di lasciare qualcosa ai figli?

Discorsi strani. Anzi pagani. La tomba come la casa delle va­canze. Tra duecento o trecento anni, penso, di questo posto non rimarrà traccia. I vari Mario, Pietro, Giovanni, Luigia e Argia, saranno diventati polvere e con loro i figli e i nipoti e i bisnipo­ti, tutti in una fossa senza scritte. Un mucchio di tibie anonime. Femori senza storia. Morosi e non. Abusivi e in affitto. Cash o col mutuo. Ma mia sorella tira su le spalle e non si scompone. Mi guarda come uno che non si capisce che terra pesti. Come di­cesse: siamo o non siamo la nostra storia? Questa è o non è la nostra vita? Che ti importa cosa accadrà tra tre secoli?

Al cimitero monumentale c’è un bel silenzio. Le donne si parlano, si raccontano, cambiano i fiori, si salutano. Cammini ascoltando i tuoi passi guardato da migliaia di occhi in bian­co e nero. Dei miei cinquant’anni, quasi sessanta, sono rima­sti solo questi sguardi, questi nomi, queste date. Giulia la in­contro mentre gratta la polvere che si è depositata sulle foto. Ci viene due volte la settimana. Spazza per terra, pulisce, cambia i fiori. È brava. Ma il colore di fondo è sempre quello: cupo. Dice che è una fuliggine tignosa. Una sabbia sottile che si infila nell’anima.



Brano corrente

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