Salta al contenuto principale
16 Settembre 2010 | Racconti d'autore

Acquaragia. Seconda puntata

di Stefano Domenichini, Alberto Perdisa Editore, 2010

A cura di Claudio Bacilieri. Lettura di Fulvio Redeghieri.  Anna Maria Riva Ufficio Stampa Gruppo Perdisa Editore [annamaria.riva@gruppoperdisaeditore.it]

16 settembre 2010

Perché i piccioni si appoggiano sul davanzale e guardano in casa? E cosa succederebbe se, per una volta, a Pasqua, Cristo decidesse di non risorgere?

Montata con disinvoltura, ingegno e spirito, una carrellata di vicende e personaggi coinvolgenti come un album di musica pop.

Stefano Domenichini è nato a Reggio Emilia nel 1964. È avvocato e vive a Reggio Emilia. Ha iniziato a scrivere pochi anni fa. Acquaragia è la sua prima raccolta.

Sul perché le donne sposano dei cretini (seconda parte)

Pio e Mara si ritrovarono a un corso di francese. Pio non rinunciava alla vita scintillante e passava il segno molto spes­so. A volte si compiaceva a pensare di aver bisogno di pro­tezione da se stesso. Mara portava minigonne e aveva un fidanzato. Prima di Natale Mara organizzò una cena con i compagni di corso e diede a tutti il suo numero di cellulare. Verso la fine dell’inverno Pio riscuoteva successo con una tiritera sulla sua inadeguatezza a credere del tutto all’amore, ma era percosso dal dubbio che la tecnica avesse preso il so­pravvento sull’attrattiva personale e che tutto sarebbe anda­to avanti anche in sua assenza. A questo pensava nella vasca da bagno quando gli venne in mente Mara. Gli sbucò dietro gli occhi, senza motivo, e rimase lì. Un pensiero nuovo, da prenderci confidenza. Una sensazione, ecco, una sensazione più che una presenza, inutile ricostruire come era vestita o che espressione aveva, stava li, sempre più estesa in mezzo al vapore. Ci sono poi azioni che acuiscono i pensieri, fu così che, mentre si lavava i denti, Pio scrisse un sms a Mara. Meg Ryan era all’aeroporto con un fidanzato premuroso e affidabile che le parlava di matrimonio non appena sarebbe rientrata dal viaggio, mentre Billy Crystal faceva il gigione turbando i valori più sacri.

Fu durante quella scena del film che a Mara arrivò il messaggio di Pio. Rispose. Fu così che cominciarono, per caso, molto tempo prima di comprare la casa sul cui davanzale un piccione sta lasciando il suo guano. Detto così può fare senso, ma il piccione e il suo escremento sono portatori di almeno sessanta malattie infettive, alcune delle quali mortali. Vero è che per contagiarsi bisogna leccare il piccione o cibarsi dei suoi prodotti di riciclo, ma insomma, chimicamente è un bel prototipo. Con spunti interessanti per gli aspiranti suicidi.

Premesso che aspirare al suicidio è cosa ben diversa dal suicidarsi, presuppone gusto per la sperimentazione, per la ricerca del limite, eccovi una curiosa ricetta: versare in una ciotola capiente dell’acqua giunta a ebollizione e scioglierci dentro feci di piccione polverizzate in abbondante quanti­tà. Quindi coprirsi la testa con un asciugamano e aspirare i vapori con voluttà. Così facendo è possibile essere conta­giati dalla psittacosi, un virus che, peraltro, per essere letale deve arrivare ai polmoni. Pertanto, è consigliabile procedere all’operazione dopo una maratona o dopo aver fatto l’amore con miracolosa intensità.

Mara continuava a portare minigonne, ma sempre meno spesso quando era con il fidanzato. Lui pensava fosse un segno di maturazione, comprò una macchina nuova e un appartamento molto grande. Era sempre stato sicuro che sarebbe diventato medico e le cose andavano a gonfie vele, passava ore a parlare con i genitori di Mara e la copriva di regali. Mara continuava a scambiare messaggi con Pio che nel frattempo aveva cominciato a viaggiare per lavoro ed era nella fase lasciatemi stare, sono un maledetto, ma tanto che ve lo dico a fare.

La prima volta che uscirono Pio avvertì una calma insolita, gesti e frasi gli venivano alla perfezione, con una naturalezza che lui ricondusse alla presenza di Mara ignorando che la melatonina assunta per regolare l’ultimo fuso orario affrontato era, quella sera, miracolosamente nella penultima fase di metabolizzazione, che potremmo definire lisergica. Mara aveva le gambe abbronzate e si sentiva stram­palata. Pensò che era splendido sentirsi strampalati, che for­se anche la vita ne avrebbe guadagnato a sentirsi così.

Quando lasciò il fidanzato si stupì di quanto fosse sem­plice. La stessa semplicità con cui comprò uno spazzolino da denti per Pio e lo mise accanto al suo, nel bicchiere di allu­minio. I piccioni sono animali sinantropi, accettano forme di convivenza con gli esseri umani pur restando selvatici. Pio adorava stare con Mara, era ossessionato dalla sua bellezza e dalla confidenza che insieme avevano scoperto. Questo per lui era il lato morbido della convivenza. Per il resto aveva la sensazione che si trattasse dell’unica forma di suicidio che trovava il conforto dei sacramenti. Lasciò tutte le sue cose nella vecchia casa, tranne i libri. Mara si fece un tatuaggio e comprò la lavatrice. Scelse da sola la cucina, il frigorifero e con un decapaggio a cera ridiede vita a tavolo e sedie. Pio la guardava con diffidenza e la distoglieva con un bacio, oppo­neva un’ormai prevedibile virilità all’onda anomala di oggetti e abitudini che si accumulavano giorno dopo giorno.

Non è mai facile stabilire con esattezza quando ha ini­zio una diserzione, soprattutto una diserzione segreta, ma a Mara non aveva mai dato fastidio vedere Pio addentare il formaggio senza prima averne tagliato una fetta. Però una domenica sera lo vide, abbruttito dal tedio della festa, mordicchiare un paio d’etti di asiago in piedi contro il lavan­dino e lo sentì estraneo, la stessa irritazione che ti dà vedere una cosa non tua appoggiata sul comodino. Mara non disse nulla e quell’immagine andò a finire in una parte molle e pulsante della sua memoria dove si alimentava un’irritazione che esplose un sabato mattina senza apparente motivo in un j’accuse articolato e pieno di dettagli contro il disordine, la provvisorietà, l’insensibilità di cui Pio pareva essere il supre­mo sacerdote e che si risolse con la decisione di aumentare le ore della donna di servizio.

Pio era tramortito dal disagio di Mara che si manifestava sempre più di frequente: tutto quello che in un primo mo­mento l’aveva attratta di lui era oggetto di condanna. Decise­ro di assumere una seconda donna di servizio, mentre i pic­cioni cominciarono a fare lunghe soste sui davanzali. A dire il vero, secondo Pio era sempre lo stesso piccione a farsi vivo e a scatenare le ire di Mara. C’è una cosa che fa impazzire ri­guardo ai piccioni. Si piazzano sul davanzale e cominciavano a fissare, a guardare dentro casa. Si può provare a mandarli via, ma loro tornano sempre, a scrutare, a osservare, come se volessero capire come gira la vita lì dentro.

Questa cosa incuriosiva Pio, si chiedeva perché, cosa vo­lesse quel piccione e se fosse sul punto di dirgli qualcosa. Ed è così che siamo arrivati a questo racconto in cui avete trovato Pio intento a scrivere una poesia in canottiera e Mara a urlare perché facesse qualcosa per far sparire il piccione dal davanzale. Mara è sempre bellissima e Pio continua a deside­rarla, fanno spesso l’amore, soprattutto in giorni come questi in cui Pio è appena tornato da un viaggio.

Pio si è liberato dal suo blocco creativo e si alza per af­frontare la situazione. Ogni volta che la vede si chiede come ci sia finita una racchetta da sci di fondo a casa sua. Comun­que, a qualcosa serve. Pio la prende e la percuote con violen­za sul davanzale della finestra e sotto la grondaia. «Vai via, schifoso». Un piccione si alza goffamente in volo. Pio resta a guardarlo e per l’ennesima volta si chiede il perché di tanta insistenza a venire tutti i giorni a investigare. Ma i piccioni se la ridono degli umani che non capiscono perché siano loro i volatili più presenti e attivi nelle città, e se la ridono delle cicogne e dei funghi. Perché sono loro a portare il segreto, i primi a conoscerlo. Pio e Mara dalla sera prima aspettano un figlio.

Brano corrente

Brano corrente

Playlist

Programmi