21 agosto 2008
Prima puntata: Bluesiesta
Nella collana “Carta da musica”, l’editore Mobydick di Faenza (Ravenna) ci propone un originale audio-libro dedicato al mondo del jazz. Miscelando note e parole, letteratura, musica e teatro, lo scrittore Giampiero Rigosi (nato a Bologna nel 1962, autore di romanzi come Notturno bus, uscito da Einaudi nel 2000, dal quale è stato tratto un film di successo), l’attore Ferruccio Filipazzi e il quartetto Faxtet (una formazione dedita a un interessante lavoro di ricerca legato, appunto, all’abbinamento di letteratura e musica) danno vita a un’affascinante storia dedicata a Chet Baker, il grande musicista americano scomparso vent’anni fa. Un Chet Baker “di provincia”, imprevisto e imprevedibile, che si muove sulla scena notturna della Bologna dei primi anni Sessanta: la mitica Bologna del jazz e delle osterie, filmata da Pupi Avati e cantata da Francesco Guccini.
Come scrive nell’introduzione il celebre trombettista Paolo Fresu, “Jazz è vino, e gusto di Bologna. Sa di vita e di sapori. E’ gusto leggero che ti pervade svuotandoti l’anima. Bologna è un ventre gravido che ti accoglie e poi ti sputa fuori, e può rivelarsi allucinante come quella Hallucination che non appare tra i sei brani dell’album inciso proprio a Bologna in quel lontano 1962. Ritorno a casa, e ora faccio suonare il disco con René Thomas (…). Ora sono convinto che Chet fosse davvero lì, in via Indipendenza, ciondolante e intento a guardare le vetrine dei negozi”.
La sua faccia è raggrinzita e ripiegata su se stessa come un frutto appassito, o un vecchio guanto abbandonato in un angolo. Si riempie il bicchiere. La luce nei suoi occhi è scura e opaca, di una qualità di metallo ossidato.
Le sue labbra sono un taglio nelle pieghe della pelle. io lo osservo bere, aspetto. Lui si infila una sigaretta in bocca, e io allungo un fiammifero. Si sporge in avanti per avvicinarsi alla fiamma, aspira, incamera il fumo nel fondo dei polmoni, e fa un cenno della testa che dev’essere un ringraziamento. Tira un’altra boccata. La brace divora il tabacco e la carta della sigaretta. Mi sorride, al di là del collo della bottiglia. II suo sorriso non è altro che un incresparsi orizzontale di rughe. La sua lingua passa rapidamente sulle labbra prosciugate.
Scrolla la cenere, poi mi parla.
“II metallo lo lucido con uno straccio morbido inumidito d’olio di vaselina, o con una roba apposta che si chiama Coton Flax.
È una specie di paglierina molto soffice. Si fa molto più in fretta, e dura anche di più. Si sfrega con delicatezza, e dopo basta passarci sopra un panno fino a quando la lucidatura non è bella omogenea. Adesso non c’è niente al mondo a cui tenga di più”.