28 agosto 2008
Seconda puntata: Air
Nella collana “Carta da musica”, l’editore Mobydick di Faenza (Ravenna) ci propone un originale audio-libro dedicato al mondo del jazz. Miscelando note e parole, letteratura, musica e teatro, lo scrittore Giampiero Rigosi (nato a Bologna nel 1962, autore di romanzi come Notturno bus, uscito da Einaudi nel 2000, dal quale è stato tratto un film di successo), l’attore Ferruccio Filipazzi e il quartetto Faxtet (una formazione dedita a un interessante lavoro di ricerca legato, appunto, all’abbinamento di letteratura e musica) danno vita a un’affascinante storia dedicata a Chet Baker, il grande musicista americano scomparso vent’anni fa. Un Chet Baker “di provincia”, imprevisto e imprevedibile, che si muove sulla scena notturna della Bologna dei primi anni Sessanta: la mitica Bologna del jazz e delle osterie, filmata da Pupi Avati e cantata da Francesco Guccini.
Come scrive nell’introduzione il celebre trombettista Paolo Fresu, “Jazz è vino, e gusto di Bologna. Sa di vita e di sapori. E’ gusto leggero che ti pervade svuotandoti l’anima. Bologna è un ventre gravido che ti accoglie e poi ti sputa fuori, e può rivelarsi allucinante come quella Hallucination che non appare tra i sei brani dell’album inciso proprio a Bologna in quel lontano 1962. Ritorno a casa, e ora faccio suonare il disco con René Thomas (…). Ora sono convinto che Chet fosse davvero lì, in via Indipendenza, ciondolante e intento a guardare le vetrine dei negozi”.
Dicendo così sfiora con la punta delle dita la tromba, adagiata nel calco
sagomato della custodia.
“Quella sera non ci volevo andare. Ero stanco, perché la mattina mi ero alzato presto, e avevo lavorato sodo tutto il giorno. Volevo solo andarmene a casa per passare la serata con mia moglie e mio figlio. Era il 15 aprile del 1962. Non era nemmeno un anno che ci eravamo trasferiti qui. Abitavamo in un appartamenti no di cinquanta metri quadri a mezzo chilometro dalla stazione, il piccolo era nato da poco più di un mese, ed era bello stare a guardarlo sorridere agli angeli con quella sua bocca sdentata e quell’espressione da matto. Invece mi sono fermato al bar a bere un bicchiere, e lì Sergio mi ha detto che Musiani mi stava cercando.
Cos’è che vuole, gli ho chiesto.
Lui ha alzato le spalle. A me ha detto soltanto che aveva bisogno di te. Che
c’era da fare dei soldi.
lo avevo un gran bisogno di soldi, in quel periodo. Per un motivo o per l’altro, ho sempre avuto un gran bisogno di soldi, nella mia vita. Ma allora ero davvero con l’acqua alla gola. Laura aveva perso il lavoro per via della gravidanza, eravamo in arretrato con l’affitto, e il piccolo ci stava già cominciando a costare, tra culla, vestitini, e tutto il resto. Questo Musiani era uno che i quattrini li faceva girare, sempre con le mani in pasta in un affare o in un altro. Se aveva detto che c’era da guadagnarci qualcosa, era vero.
Ho buttato giù il mio bicchiere.
E dov’è che lo trovo, Musiani?
Ha detto che faceva un salto da Cané, e poi tornava. Che se passavi di qua dovevi aspettarlo.
lo ho guardato l’orologio. Laura mi stava senz’altro aspettando, con la cena già pronta. E il piccolo era là che dormiva, pieno di latte fino a traboccare, facendo smorfie nel sonno. Maledetti soldi, cosa ti fanno fare. Ho detto va be’, allora beviamone un altro, e ho aspettato che Musiani tornasse”.
Il vecchio solleva la tromba. Con le dita gioca sui tasti, facendoli scendere e salire in fretta.
“Lo sa quante note si possono fare con questa? Tre ottave, e tutte con questi soli tre tasti. Le combinazioni sono soltanto otto, ma con quelle otto, più la tensione delle labbra e la pressione del fiato, si possono ottenere più di trenta note. Ma è possibile anche andare oltre le ottave canoniche: si può scendere più in basso, o salire ai sovracuti. E si può produrre una moltitudine di note tra l’una e l’altra, perché una tromba non ha solo i diesis e i bemolle, come un pianoforte, ma un’infinità di suoni che non hanno nome eppure sono lì, basta ti rari i fuori.
lo ci suonavo un po’ di tutto, all’epoca, ma ovviamente ero innamorato del jazz. Il jazz, quando io ero un ragazzo, era la musica del futuro. Era la musica della ribellione e della libertà, mica come adesso che sa di vecchio, di sorpassato, e nessuno lo vuole più ascoltare. A un giovane, se gli fai sentire un disco di jazz, si rompe le scatole, si annoia, non ha la pazienza di seguire quelle acrobazie così spericolate, e non si accorge nemmeno di tutta l’energia e la tristezza e la sete di vita che c’è dentro quelle note. Più che altro i giovani vanno dietro alla musica semplice, con un ritmo ben scandito e ripetitivo. Ce n’è anche di bella, non voglio dire, non è mica tutta disco-music, però io sono rimasto affezionato al mio jazz. Cosa vuole che le dica, forse la spiegazione è che anch’io sono vecchio e sorpassato. Tutto qui”.
Il vecchio fa una sosta per bere un sorso di vino. Forse non è abituato a parlare
per tanto tempo con la stessa persona. Forse, come tutti i vecchi, fa fatica a trovare qualcuno che lo ascolti.
“Musiani e altri due suoi compari mi hanno portato in questo appartamento lercio, che puzzava di fumo, di alcol, di vomito, e mi hanno messo di fronte a un tizio che stava sdraiato su un divano, con indosso una canottiera sporca e un paio di pantaloni slacciati. Sembrava svenuto, ma ogni tanto borbottava qualcosa che non riuscivo a capire.
lo riconosci, mi ha chiesto Musiani. E solo allora l’ho guardato meglio in faccia, e ho capito chi era.
Stava sdraiato con gli occhi semichiusi, un ciuffo di capelli unti di brillantina che gli cadeva sulla fronte, un braccio che penzolava giù dal divano, e due dita sottili che sfioravano il pavimento. Era senza scarpe, e al piede sinistro aveva un calzino bucato.
Stare lì a guardarlo in quello stato mi faceva male al cuore. Avrei voluto chinarmi e tirarlo su. Farlo camminare avanti e indietro per la stanza fino a quando non si fosse sentito megl io.
Cos’ha fatto. Com’è che si è ridotto così?
Ha bevuto, mi ha risposto Musiani.
Ha bevuto, e si è fatto anche qualcos’altro, ha aggiunto sghignazzando uno dei due che era con lui.
E io cosa c’entro? Perché mi avete portato qua?
Perché tu sai suonare la tromba, e stasera ci serve uno che suoni al suo posto.
lo ho girato lo sguardo su Musiani e gli ho detto stai scherzando. Lui è uno dei migliori trombettisti bianchi che esistano. Forse il più grande. lo in confronto a lui non suono, scoreggio.
Però gli assomigli, e questo è già qualcosa. E poi la gente sa che lui beve e si droga, e anche se una sera suona un po’ peggio del solito, non si stupisce nessuno.
Lui stava lì, mezzo svenuto su quel divano, con una goccia di saliva a un angolo delle labbra e quella canottiera sporca di vomito.
È assurdo. Dov’è che doveva suonare?
In un jazz-club del centro, nel locale di un mio amico. Vedrai che te la cavi benissimo …
Musiani e quell’altro mi hanno portato in bagno e mi hanno fatto spogliare. Mi hanno fatto sedere su una seggiola di fronte al lavabo, e mi hanno coperto le spalle con un asciugamano. Hanno tirato fuori delle fialette e mi hanno tinto i capelli. Poi mi hanno infilato una camicia a fiori, una giacca, mi hanno dato un paio di scarpe lucide e nere che mi andavano un po’ strette, e sono restati a guardarmi inclinando la testa di lato, come intenditori di fronte all’imitazione di un quadro famoso”.
Cerco di immaginare il vecchio con indosso una camicia a fiori e delle scarpe di vernice. Cerco di immaginario con i capelli più scuri e la faccia di Chet Baker da giovane, ma è più facile guardarlo così, col viso ancor più raggrinzito e segnato di Chet Baker, quando l’ho visto per l’ultima volta, in un concerto che fece poco prima di morire.