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4 Settembre 2008 | Racconti d'autore

Allucinéscion, una storia di jazz. Terza puntata: Rainy Mai

Giampiero Rigosi, per la voce di Ferruccio Filipazzi e la musica di Faxtet, Mobydick, 2008.

A cura di Claudio Bacilieri

4 settembre 2008

Terza puntata: Rainy Mai

Nella collana “Carta da musica”, l’editore Mobydick di Faenza (Ravenna) ci propone un originale audio-libro dedicato al mondo del jazz. Miscelando note e parole, letteratura, musica e teatro, lo scrittore Giampiero Rigosi (nato a Bologna nel 1962, autore di romanzi come Notturno bus, uscito da Einaudi nel 2000, dal quale è stato tratto un film di successo), l’attore Ferruccio Filipazzi e il quartetto Faxtet (una formazione dedita a un interessante lavoro di ricerca legato, appunto, all’abbinamento di letteratura e musica) danno vita a un’affascinante storia dedicata a Chet Baker, il grande musicista americano scomparso vent’anni fa. Un Chet Baker “di provincia”, imprevisto e imprevedibile, che si muove sulla scena notturna della Bologna dei primi anni Sessanta: la mitica Bologna del jazz e delle osterie, filmata da Pupi Avati e cantata da Francesco Guccini.

Come scrive nell’introduzione il celebre trombettista Paolo Fresu, “Jazz è vino, e gusto di Bologna. Sa di vita e di sapori. E’ gusto leggero che ti pervade svuotandoti l’anima. Bologna è un ventre gravido che ti accoglie e poi ti sputa fuori, e può rivelarsi allucinante come quella Hallucination che non appare tra i sei brani dell’album inciso proprio a Bologna in quel lontano 1962. Ritorno a casa, e ora faccio suonare il disco con René Thomas (…). Ora sono convinto che Chet fosse davvero lì, in via Indipendenza, ciondolante e intento a guardare le vetrine dei negozi”.

“Il locale era una cantina seminterrata, piena di fumo e di gente. Sono entrato assieme agli altri da una porta sul retro, passando per un cortile pieno di bottiglie vuote e casse accatastate contro un muro. Quelli con cui dovevo suonare non capivano una parola di italiano, e mi avevano consegnato un foglietto con i titoli dei brani che dovevamo eseguire. lo mi rigiravo quel foglio tra le mani, con i palmi che sudavano. Per fortuna ricordavo quasi tutti i pezzi, ma quando cercai di spiegare che un paio non li conoscevo, Musiani, anziché tradurre le mie parole, tagliò corto stringendomi un braccio, mentre sorrideva agli altri e ripeteva ali right ali right, come fosse una formula magica in grado di mettere tutto a posto. I musicisti mi guardavano senza saper cosa pensare. Facevano dei mezzi sorrisi, fumavano. Il più preoccupato era René Thomas, il chitarrista, che assieme a Chet era a capo del quintetto. George, il pianista, mi ha passato una sigaretta che aveva appena rollato. lo l’ho presa fra due dita, incerto, e lui sorridendo mi ha fatto segno di aspirare.

Magie cigarette, mi ha detto, strizzandomi l’occhio. It’s very nice. lo ho aspirato, e alle prime due boccate mi è sembrato solo tabacco con uno strano aroma” .

Il vecchio mima la scena mentre la descrive. Fa il gesto di strizzare l’occhio,

“Sarebbe assurdo se cercassi di spiegare com’è andata quella serata. lo che di solito non avevo neanche i soldi per andare a vederli, questi concerti, mi ritrovavo sul palco, a suonare la tromba al posto di Chet Baker, il mio musicista preferito, il mio punto di riferimento, il mio dio. E tutta quella gente seduta ai tavolini beveva, si accendeva sigarette, mi teneva gli occhi incollati addosso, mi ascoltava suonare.

Non era mica come nelle balere, o alle feste all’aperto, questi erano venuti davvero per ascoltare la musica. E sarà stata quella sigaretta speciale che mi aveva passato George, o il fatto che suonavo spalla a spalla con dei musicisti con la M maiuscola, fatto sta che ho suonato, ecco, ho suonato. Non c’è altro modo per dirlo, e poi non ricordo i particolari precisi, mi muovevo come dentro a un’ampolla piena di liquore. Ero sbronzo di alcol, di fumo e di musica, le mie dita volavano sui tasti e soffiavo dentro la mia tromba fino a farmi girare la testa, esaltato dal sogno incredibile che stavo vivendo. Mi vedevo giù fra il pubblico, ad ascoltare quei cinque musicisti tirare fuori il meglio dai loro strumenti, a guardare Chet Baker sul palco, e Chet Baker ero io. Come posso spiegarlo?

Ho suonato. E credo sia stata una delle poche volte nella mia vita in cui ho suonato veramente bene.

Brano corrente

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