29 settembre 2011
Amanita è l’unico fungo che ha nome di femmina ed è velenoso. Gabriele Cremonini, bolognese, giornalista, romanziere, scrittore per il teatro e la tv, racconta una storia che si snoda lungo quattro secoli, dal Seicento al 1921, e s’incentra su un inganno della natura – una donna che in una povera stamberga dell’Appennino bolognese mette al mondo una femmina con tre tettine – che diventa il segno di una potente maledizione. Per superstizione, viltà e cattiveria, le femmine che nascono con questa striatura velenosa, come l’amanita, subiscono destini impietosi, incrociando prima il fanatismo religioso e l’Inquisizione, e poi le voglie di uomini ricchi in un bordello bolognese. Una storia carnale di miserie e patimenti che mette sulla bilancia l’ingiustizia e il passare degli anni, facendo capire che i piatti stanno in equilibrio perché il dolore è commisurato al tempo.
Capitava ogni tanto nella locanda un traffichino, vestito come un gagà, che si diceva avesse a che fare con gioco e donnine e aveva la fama di gran ruffiano. Di nome faceva Alidio Pulvirenti, ma lui si presentava a tutti come Strazalabimba, ballerino provetto. Si dava da fare con orchestre e balere, ma tutti sapevano che il suo vero lavoro era quello di trovare ragazze allegre e bendisposte per i riccastri bolognesi, magari dopo averne goduto per primo. Per quello si spingeva fino al Sasso, perché ogni tanto capitava qualche ingenua montanara da convincere che in città tutto era più lustro, più facile, più bello, e che una donna non era mica nata per fare i mestieri, c’erano tante altre cose che poteva fare: la serva in una casa di signori che c’era ben poco da faticare e poi la domenica si poteva andare a spasso in città, persino la commessa in un bel negozio del centro o chissà che altro.
Poi c’aveva anche dei clienti speciali, tutta gente ammogliata, i più, e timorata di Dio, gente che lavorava negli uffici, gente elegante, gente che andava a passeggiare sotto il Pavaglione il sabato pomeriggio e a messa la domenica, gente che mangiava due volte al giorno come Dio comanda e la pancia pure, che alle potte preferiva il culo morbido e acerbo di giovanetti meglio se imberbi, meglio se non avvezzi alle malizie della città, di primo pelo e un po’ stupidi, magari montanari che con un calcio in culo li si poteva rispedire al loro destino.
E Strazalabimba trovava di tutto, mica solo femmine, ma anche maschietti con la prima peluria sotto la gaggia, con le guanciotte rosse e i capelli squinternati, che glieli segnava un suo vecchio amico di bisbocce, tal Admeto Degli Esposti, nato trovatello e venuto su achille, come si diceva ai facchini di Bologna. Ma per colpa di una gamba offesa da un armadio che in un sanmichele, per una corda che s’era sfilata, era venuto giù da una finestra come un piombo, Admeto Degli Esposti s’era inventato barbiere, e proprio al Sasso, instradato da uno che conosceva, aveva aperto un botteghino, ché a Bologna con le sue mani mica tanto leggere avrebbe patito la fame. Invece, in mezzo ai montanari e campagnoli del Sasso andava bene, si contentava di prendere poco, anche perché non c’era tanto da prendere, e la domenica prima della messa in molti venivano a togliersi i peli dalla faccia, ma anche a dare un stagliuzzata intorno alle orecchie. All’Admeto, gli avevano messo nome Crudele, perché non era che il rasoio adoperato fosse sempre a filo. Ma lui diceva che strappava per via del fatto che lì al Sasso erano tutti di pelo duro e in più smagriti, con gli ossi della faccia tutti in fuori, così aveva preso l’abitudine di mettere in bocca a chi sbarbava due palline di legno, una di qua e una di là, raccomandandosi di spingerle in fuori con la lingua. Poi sì, ogni tanto capitava che una pallina veniva mandata giù, e allora c’era anche l’angustia di chi era sotto il rasoio di doverla riportare l’indomani al barbiere, dopo averla cagata e nettata. Ma l’Admeto detto Crudele era, come dev’essere un barbiere, un gran attaccabottoni, e s’ingegnava nel dire che se c’erano dei ragazzi non ancora uomini fatti, lui che veniva da Bologna sapeva dove sistemarli, che si facevano dei soldini se c’avevano due braccia buone, e trovava la merce richiesta dal suo compare Strazalabimba: un cinno trenta lire, che eran soldi per il Crudele.
L’Olimpia sapeva dove trovare Strazalabimba, perché ogni sabato sera al Sasso, a pochi passi dalla piazza, c’era montato un tendone con sotto un piancito di legno e tre musicanti, uno col violino, l’altro con la fisarmonica e il terzo cantante anche con la chitarra: era l’orchestra che l’Alidio detto Strazalabimba non faceva mai mancare, e gli uomini pagavano all’ingresso mentre le donne gratis, e ce ne fossero state anche di più, ché tanti pur di ballare dovevano farlo con altri maschi, o star fermi a guardare.
L’Alidio detto Strazalabimba, che faceva i biglietti e aveva messo in piedi anche un baracchino dove si potevano comprare crescentine vuote o col salume e bicchieri di vino, rimase un po’ stupito nel vedere proprio lì l’Olimpia che, tutta tronfia e piena di cerone in faccia, lo apostrofò: «C’ho da dirvi una cosa, ma tra noi…». S’appartarono e l’Olimpia con aria da bagascia matronale, come fosse una compiacente tenutaria di bordello, principiò a dire: «C’ho una mercanzia per voi, caro il mio Strazalabimba, se quello che ho sentito dire dei vostri affari corrisponde a verità. C’è una bella ragazza montanara, un vero fiore salvatico, che certo l’omo non l’ha mai toccato neanche per sbaglio, di quelle che non sanno niente della vita, e che c’ha, pensate un po’, non due ma tre titte. Mai visto né sentito dire di una roba così: tre poppe in fila, un davanzale più unico che raro. Venite domani su in osteria, che la domenica mio marito non c’è perché è il giorno che parte col carretto del vino da lasciare a Bologna, venite verso sera, ma venite con tanti denari, che una merce così è cosa rara».
Alla Malvina febbre e tosse erano passate: non del tutto, sentiva però che pian pianino le forze stavano tornando. Ma le era venuta anche una gran paura indosso, ché s’era accorta che per metterle il cataplasma la Dorina le aveva visto le tre tette, e pensava che certo avrebbe fatto la spiata. Fortuna che c’era il Biagio, il buon signor Biagio detto il Muto che pareva le volesse bene, ci avrebbe pensato lui, poi gli avrebbe chiesto di andar via per un po’, voleva tornare in Chiapporato per andare a trovare la sua mamma, che mentre stava in letto le erano venuti gli ascherini delle sue coccole, delle sue premure. Ché, anche se donna fatta, la testa era ancora di bimba, non costumata al mondo che andava imparando un giorno in fila all’altro.
S’era di domenica, e come sempre alla locanda non c’era quasi nessuno, ché per la festa comandata non si viaggiava né si commerciava, e gli avventori sarebbero arrivati l’indomani, ed era bastante il giorno alla Malvina per riaversi, tanto che di domenica c’era solo la Dorina a tener dietro al locale e il Biagio era già lì che attaccava i cavalli al carro per arrivare con le sue botti a Bologna la sera e rientrare di notte per esser presto il lunedì ai soliti affari.
Era quasi il tramonto e un refolo più fresco spingeva dentro il finestrotto inondando la cameretta che stava sotto il tetto, quindi in gran calura d’estate e piena di spifferi d’inverno: un venticello cheto ma benvenuto almeno quello. Era già ora di mangiare, come avrebbe fatto ogni domenica, in cucina con la trompia Olimpia e la biscia Dorina, e voleva vedere la faccia che avrebbero fatto rivedendola in forze, quando senti un gran trambusto su per lo scaletto ripido che portava alla sua stanzetta. E ci si buttò dentro quasi a precipizio, con un gran spintone alla porta che la marletta saltò via, l’Olimpia seguita dall’Alidio Pulvirenti, detto Strazalabimba. Alla povera Malvina non restò che rifugiarsi contro la spalliera del letto, accucciandosi come aveva visto fare ai piccoli dei daini, con la testa chinata e le braccia chiuse sul petto.
«Cosa v’avevo detto, signor Strazalabimba? Gli è proprio bellina, ma… guardate!» e così dicendo l’Olimpia fu dappresso alla ragazza, le allargò le braccia strette al seno e pian piano cominciò a slacciare la camicetta, e a togliere la spilla da balia che reggeva la pezza girata più volte sul petto, noncurante dei “No, vi prego, abbiate pietà, fatelo per nostro Signore…” che l’atterrita ragazza flebilmente le mormorava.
Ad Alidio detto Strazàlabimba scappò un «Diobòno, guarda te che roba», poi rivolto all’Olimpia assunse come un tono professionale: «Bene, l’affare si fa, e queste sono cinquecento lire per voi…». Mentre la Malvina se ne stava accucciata, come stordita dal trambusto, e pian piano stava rimettendosi a posto la pezzuola sul seno, la perfida Olimpia sbottò: «Come cinquecento? ‘Sta mercanzia qui ne vale almeno mille!». Tira e molla, finirono per accordarsi a settecento. Tirati fuori i denari grossi che parevano lenzuoli, Strazalabimba aggiunse: «E ricordate, voi non m’avete visto, e nemmeno m’ha veduto la vostra figliola, e direte al vostro signor marito che la ragazza è tornata sui suoi monti, che non tenete a mente neanche il nome del paese tanto è poco nominato».
Mentre la malcapitata Malvina non capiva cosa stesse succedendo, imperiosa l’Olimpia le comandò: «Adesso vai col signore, che ti porta a Bologna, e fai la brava, non farci fare brutte figure, serenò avrai a vedertela con me, e saranno botte». E partirono col calesse di Alidio detto Strazalabimba, profittando del buio della notte, con lui bene attento a non incrociare Biagio detto il Muto di ritorno sulla stessa via.