23 ottobre 2008
Si chiama M.A.R.E., cioè Movimento, Arte, Racconto, Espressione, il premio di narrativa che l’assessorato al turismo della Regione Emilia-Romagna ha istituito per stimolare la fantasia di tutti coloro che sono innamorati del mare. Come scriveva Cristoforo Colombo nel 1492, “La lingua non è sufficiente a dire e la mano a scrivere tutte le meraviglie del mare”.
Oggi e la prossima settimana vi leggiamo uno dei racconti finalisti, Andama a mareina (Andiamo a marina) di Renzo Bagli, che ci fa rivivere le atmosfere del mare e delle spiagge adriatiche di qualche decennio fa.
Un piccolo viaggio nel tempo racconti estivi in una città di mare.
1° quadro
A marina con la nonna Erminia
Ricordo che la prima volta che ho visto il mare (l’aqua de mer) ero con la nonna Erminia (la mi nona).
Dovevo avere tre anni perché poi ricostruendo i fatti, la radio del bagnino Cesare annunciava la vittoria di Coppi al giro d’Italia che a sua volta (ricordava lo speaker) aveva già vinto il Tour de France. Quindi era il 1952.
Noi abitavamo a circa 100 metri dalla spiaggia 73 del bagnino Cesare (soprannominati i Magnacia) e la nonna mi portò, mano nella mano, a vedere il mare.
Doveva esse maggio perché Cesare stava mettendo giù le file delle tende e la stagione stava appena iniziando.
Era la mia badante estiva ed invernale perché la mamma (la ma), Lina la sartora, era troppo impegnata con il lavoro e la sorella Milena (la surela) aveva sette anni in più e mi considerava una scocciatura.
Lo stupore per la lunghezza e la larghezza del mare negli occhi di un piccolo bambino. La scoperta di una cosa, di una grandezza spropositata; a vederlo dalla linea dei capanni già si allungava e si proponeva in tutta la sua bellezza! Incuteva timore e mistero: che fine avresti fatto quando mettevi il piede dentro l’acqua? Ma ero con la nonna e non avevo paura.
L’Erminia all’epoca aveva 70 anni e mostrava i segni dell’età. Piegata e lenta nei movimenti, con il fazzoletto in testa e il vestito a lutto (d’estate e d’inverno) che teneva ormai da circa venti anni quando nel giro di un paio d’anni gli era morto prima il giovane figlio per meningite e poi il marito per il dolore. Ma nonostante ciò era una persona positiva e ottimista che non nascondeva anche la voglia di qualche piccola trasgressione, bersi una birra dal vicino chiosco di Filippo o fumarsi il sigaro toscano. La sua provenienza contadina (la Cella di Misano) era tradita dall’amore per le galline e la conoscenza dei ritmi della vita in campagna che si era portata in questo paesone turistico che era già Riccione a quel tempo. Allevava le galline in un gabbione nel terrazzo di casa e le lasciava libere una volta al giorno di scorazzare. Ricordo che dai terrazzi dell’albergo che confinava con la nostra casa si vedevano bene le galline e quando i turisti se ne accorgevano erano sorpresi ma anche incuriositi. Eravamo in piena zona turistica!
La nonna aveva frequentato fino alla terza elementare e firmava quelle sue poche cose con la croce da analfabeta. Ricordo che poi quando cominciai ad andare alle elementari mi chiamava quando c’era da firmare la raccomandata del postino e io ci scrivevo “firma di Signorini Erminia” sotto la sua croce. Mi sentivo io utile, una volta tanto a lei.
Parlava in dialetto (la scuriva in dialet: chesa, la cuseina, la cisa, burdel) e ignorava quasi tutto di quello che era allora diventata Riccione in estate se non il negozio aperto di frutta e verdura vicino a casa nostra, che era l’occasione di vedere, di commentare, di segnalare, di ricordare la sua campagna.
Sapeva però anche riconoscere alcuni benefici della nuova situazione in cui viveva: era una formidabile raccoglitrice di poveracce, vongole oggi. Le sapeva riconoscere da lontano se c’erano e quando erano ancora vive. Allora nella spiaggia invernale si vedeva questa piccola e tozza figura chinarsi, chinarsi, chinarsi: a volte con i piedi scalzi entrare nella fredda acqua; diceva che così non gli venivano i geloni!
Ma in quei freddi inverni c’era un’altra anziana signora, questa volta la contessa Rasponi scendere in acqua questa volta per fini di benessere fisico (mantenere la pelle giovane…).
La nonna metteva le poveracce fresche sul fuoco della stufa a legna, le apriva e le mangiava così senza problemi. Un odore caratteristico usciva dalla cucina tanto che la mamma più schizzinosa, chiudeva la porta per isolare il “cattivo” odore.
Poi però quando portava a casa con la carriola la legna dalla riva del mare dopo le burrasche… era la benvenuta e festeggiata riscaldando gratuitamente e si meritava un silente plauso da tutta la famiglia in quanto risparmiava l’acquisto di legna e la relativa uscita di soldi, già tanto pochi.
Una seconda cosa che sapeva fare bene erano le sabbiature a spiaggia per curarsi i reumatismi; sapeva scegliere la zona più esposta al sole e più calda, fare la giusta buca nella sabbia, stendersi, ricoprirsi bene, stare il tempo giusto e poi chiudere bene. Ricordo che alcune forestiere le chiedevano consigli su come e perché e lei per quello che poteva e capiva collaborava. Mi ricordo che una forestiera lasciò il consumo della sua birra già pagata al chiosco di Filippo.
2° quadro
Ero cresciuto. Erano passati alcuni anni da quando venivo a spiaggia con la nonna Erminia
Dai! venite con noi!
Erano gli amici della mia sorella che dalla spiaggia partivano con due mosconi per un giro ai trampolini. Dai porta anche tuo fratello, che burdel!
Mi trovavo con Milena e Marta (la sua migliore amica) ragazzine e questi ragazzi Alfio e Riccardo con i loro due mosconi in mare aperto.
Era un pomeriggio di agosto con un po’ di vento di garbino (che ti porta al largo) e tanto caldo; quelle estati di allora che duravano da giugno a settembre e ti cambiavano il fisico e un po’ la testa.
Il mare allora assorbiva tutto. Era li la vita, non c’erano piscine e altri pal1iativì… c’era il mare, la palestra per fare sport, per crescere di fisico…
I trampolini erano davanti al Grand Hotel circa 500 metri da riva. Erano due: sempre affollati di nuotatori che si fermavano per fare il tuffo, per farsi vedere, per farsi ammirare; già perche l’arte del nuoto e il modo di passare con la bracciata nell’acqua era come un distintivo di qualità che faceva apprezzare l’uomo alle donne; le belle spalle larghe, la bella nuotata che non solleva spruzzi: insomma un marchio di mascolinità e di vigoria fisica.
In questo erano maestri quelli del “paese” – i fratelli Cortesi, Raul, Ezio e i suoi amici. Erano bravi e quando arrivavano loro da piazzale Roma ai trampolini era uno spettacolo di nuotatori in grande stile; non così tanto come quando passavano quelli della “Manicone”; si il trofeo di nuoto Manicone che in nome di questo giovane ragazzo scomparso tragicamente, il padre aveva organizzato e annualmente arrivavano a Riccione i migliori nuotatori europei. Io andavo presto sul molo di levante per prendere i primi posti e vedere quei fisici – io abatino spalle piccole – mi facevano una invidia! Avevano la cuffia e si spalmavano il grasso alla partenza per stare meglio in acqua. Venivano da tutta Europa: si riconoscevano bene gli svizzeri con la croce sulla cuffia, gli olandesi con quella arancione, gli inglesi con la union jack, gli svedesi con la gialloblu. Erano straordinari. Alcuni bracciata lunga e morbida; altri bracciata rabbiosa e schizzante.
Quel pomeriggio di agosto arriviamo ai trampolini e Alfio e Adriano si buttano dal moscone e nuotano: bravi ragazzi. Milena e Marta sono sul moscone molto composte, con il loro due pezzi. Io vicino a loro, un po’ impaurito; non so ancora nuotare bene; pratico sempre vicino a riva e dove si tocca.
Mi sento spingere e cado in acqua: era Alfio che per fare il bullo con la mia sorella non trova di meglio che buttarmi. Cado come una patata e vado giù… torno su e sono li li…
Il vento di garbino mi allontana dal moscone e le mie tracciatine non sono risolutive. La mia sorella parla con Alfio e io ormai sto affogando. Fortuna vuole che arrivi Adriano che mi ha visto in difficoltà e mi tiene sollevato; intanto arriva anche il moscone e mi buttano sopra.
Va là, che glielo dico alla mamma che mi hai fatto bere! Va là, che non è stato niente così impari a nuotare prima!
Continuavo a piangere per la paura che avevo passato.
Quando torniamo? dicevo Sta zitto che ti ributtiamo giù! La risposta.
Così ebbi il mio battesimo d’acqua alta e quell’estate seppur con paura cominciai ad andare a nuotare dove non toccavo… così dopo i granchi che vedevo a riva, cominciai a vedere i morsioni, i pesci ragno, il pesce ago, e quando ero al terzo scanno anche la sogliola.
Un giorno di piena estate ero con le pinne e la maschera: sui 300 metri fuori.
Vedo una grande pinna! Come una pinna che emerge ogni minuto dall’acqua… e velocemente si immerge. Cos’è? Possibile? Un delfino?
Era un delfino della specie simile a quelli del Delphinarium che conoscevo bene perché era vicino a casa mia e andavo spesso a vedere le loro acrobazie.
Un delfino libero che cacciava e girava attorno ad un branco di pesci che saltavano fuori dall’acqua per sfuggirlo. Quella faccia simpatica del delfino ti rimane in mente perché io ero a 20 metri. Stette li per una decina di minuti, poi prese il largo e velocemente scomparì. Quando lo raccontai non ci credeva nessuno tranne i pescatori che sapevano di come poteva spostarsi e avvicinarsi a riva.