30 ottobre 2008
Si chiama M.A.R.E., cioè Movimento, Arte, Racconto, Espressione, il premio di narrativa che l’assessorato al turismo della Regione Emilia-Romagna ha istituito per stimolare la fantasia di tutti coloro che sono innamorati del mare. Come scriveva Cristoforo Colombo nel 1492, “La lingua non è sufficiente a dire e la mano a scrivere tutte le meraviglie del mare”.
Vi leggiamo la seconda puntata di uno dei racconti finalisti, Andama a mareina (Andiamo a marina) di Renzo Bagli, che ci fa rivivere le atmosfere del mare e delle spiagge adriatiche di qualche decennio fa.
3° quadro
Mio babbo (e mi ba) mi teneva la domenica mattina, il suo giorno libero.
E si, perché come operaio lavorava anche il sabato.
E poi aveva anche lui il suo giro di amici, il bar, la partita a carte, ma la domenica mattina fattasi la barba era libero per stare con me.
Babbo, andiamo a vedere a pescare al porto?
Babbo, andiamo a vedere la motonave uscire?
Il porto mi affascinava. Era una di quelle cose belle che aspettavo di vedere durante la settimana. Perché poi per arrivare si faceva tutto un lungo tratto del lungomare, bellissimo.
I boschetti di pittosporum sul lungomare brulicavano di farfalle di diversi colori e nell’aria il sole splendeva di grande luce. Anche sciami di api giravano per l’impollinazione.
Sui due moli, sugli scogli che calano all’esterno del porto, già si vedevano da lontano le sagome dei pescatori con la lenza che lanciavano in acqua: era l’arrivo del paganello (baganel) che attirava fiotte di ragazzini in prevalenza, per questa “mattanza”. Si vedevano le canne (davvero semplici canne) calare in acqua e poi tac! la tirata su, a volte con il pesce. Le biciclette dei ragazzini, i curiosi, tutti pieni i due moli.
Io non vedevo l’ora di arrivare per vedere se c’erano anche Giorgio e Luciano che venivano a scuola con me e avevano quella passione.
Poi verso le 11 usciva in mare lei: la motonave Mannella…. era con due ponti e sembrava una piccola Andrea Costa, portava i turisti al largo a vedere il mare profondo, oppure a vedere il monte di Gabicce e le differenze con la nostra piatta costa.
Ammirate sullo sfondo a destra… ecc. ecc. diceva con il megafono di bordo il capitano; per noi che la vedevamo sfilare lunga e sicura era una emozione unica.
Intanto vicino ai moli i ristoranti di pesce cominciavano a cuocere al fuoco sulla graticola gli spiedini, la triglia: una fuoriuscita di buonissimi odori.
Era un festival culinario di prima grandezza e solo gli odori ripagavano la presenza.
Già si avvicinavano i primi forestieri domenicali per assaggiare le specialità di pesce cotto.
E anche i tedeschi se ne andavano con i cartocci di spiedini a mangiarli sotto gli ombrelloni vicini.
In quegli anni la pesca era molto praticata anche da piccole barche soprattutto in primavera e in autunno in quanto si avvicinavano a riva le seppie, i garagoli, e le bandierine di presenza di reti brulicavano in mare sottocosta.
E si praticava la caccia anche a spiaggia, vicino al mare! Mio zio mi portava una volta all’anno a vedere l’arrivo delle allodole dal mare… all’alba, che spettacolo!
Arrivavamo al buio; poi in dieci minuti vedevi il sole a poco a poco dall’acqua ancora avvolto nei colori caldi del giallo e del corallo.
La luce usciva e si faceva giorno.
Dal niente come per incanto si vedevano in cielo queste minuscole cose, le allodole (al lodle); era come un improvviso sbarco dal mare a terra; ricordate il film “ll giorno più lungo”? Quando il tedesco di guardia vede sulla linea del mare tutte quelle navi da guerra? Bene era quasi così.
E come allora in guerra gli alleati, le allodole venivano ricevute a fucilate.
4° quadro
La mia città si era trasformata dal turismo d’elite (edilizia di villini e famiglie borghesi o abbienti) a turismo di massa (alberghi, negozi, bar e ceti sociali anche popolari).
Gli alberghi agli inizi degli anni 70 erano 700! Bar e negozi dovunque. La popolazione residente quasi raddoppiata in un decennio.
Così anche il modo di vivere, e dei residenti e dei vacanzieri, era molto cambiato. In estate le strade erano affollate di auto, motorini, a cui si aggiungevano delle speciali e simpatiche biciclette: i risciò. Noi si era diventati ragazzi e io uscivo tutte le sere. La mia mamma non era contenta: diceva che mi sarebbe capitato qualcosa di brutto; mio babbo mi tollerava visto che anche lui, nonostante il duro lavoro da operaio, usciva per il bar e lungo viale Ceccarini. La mia sorella aveva trovato il fidanzato e stavano per i fatti loro non senza un serio controllo della mamma.
Finita la scuola e promosso, avevo davanti circa tre mesi di vacanza; pur con pochissimi soldi era una grande e lunga.
La spiaggia e il mare erano il mio terreno giornaliero di vita. Venivo a casa a mangiare a mezzogiorno insieme alla mia famiglia; poi uscivo e tornavo all’ora di cena per poi riuscirek.
Al mare vedevo un gruppo di amici coetanei con cui avevamo in comune alcuni sport e la ricerca di ragazze.
Io potevo frequentare a spiaggia un gruppo di ragazzi più adulti che mi tenevano come portiere a calcio e con questi facevamo all’ora del tramonto delle interminabili partite, e poi tutti in acqua.
Sempre con loro si faceva almeno una volta la settimana la pesca con la rete a tratta. Una rete di alcune centinaia di metri che prendeva un tratto di mare di almeno quattro zone di spiaggia. Una roba enorme: calarla soltanto dovevamo essere quasi un centinaio i trattaroli (partecipavano anche i turisti) e si avanzava per un cinquanta metri in mare e poi si tornava a riva.
Pesce, granchi, di tutto. Chi aveva voglia si fermava a pulire il pesce; poi con il bagnino si cuoceva subito in un ambaradan di fumi, odori, schioppettii.
Lungo la riva del mare in acqua erano posizionati i cutter, quelle lunghe e affilate barche da trasporto persone per brevi gite in mare aperto. 1 capo marinaio parlava con un megafono e annunciava in italiano e in tedesco gli orari di uscita e il prezzo, non senza aggiungere l’offerta di una buona bevuta di vino romagnolo. Partivano carichi come un treno merci e si vedevano i saluti da terra come per le crociere transoceaniche.
Si entrava in mare diverse volte al giorno per bagnarsi in un’acqua trasparente e carica di quel particolare gusto salato. Si faceva sempre il bagno soprattutto quando e se avevi agganciato una ragazza, per sottolineare insieme l’avvenuta amicizia. Andare insieme a fare il bagno significava un reciproco riconoscimento e interesse a proseguire gli incontri.
1 bagno come rito anche notturno, se era nato qualcosa in più, magari sotto lo sguardo della luna e delle stelle. E si nuotava insieme verso la fascia di luce indotta dalla luna, come a suggellare un rapporto.
5° quadro
Il mondo è cambiato così anche la mia città e la vacanza.
Il mare è sempre li, con il suo profilo a volte piatto a volte mosso, azzurro o grigio, in burrasca o calmo, senza vento o con il vento.
L’arrivo del vento di mare è ancora una delle sensazioni che si possono godere; vedere quel tremolio d’orizzonte, l’acqua incresparsi; sempre più forte ti arriva sul corpo la sensazione che sta per succedere qualcosa, che sei li e stai per assistere ad un mutamento dell’ambiente, dell’aria, dello stato dell’acqua e che sentirai fischiare il vento e alzarsi la sabbia.
Il mare d’inverno.
Può essere che arrivi a terra dal mare dopo la burrasca l’almadira (quello che il mare butta a spiaggia) e allora è festa perché insieme ai legni e alla plastica arrivano le vongole e le stelle di mare se la burrasca è stata forte e profonda.
Vedi arrivare d’incanto decine di persone con le loro sporte che pattugliano la zona fra la battigia e l’acqua. Arrivano anche i gabbiani affamati.
A volte d’inverno quando corro lungo la sottile striscia di sabbia che divide la spiaggia dal mare vedo come una figura a me nota ….. una donna con l fazzoletto in testa che cammina lentamente.
Assomiglia alla nonna Erminia.
A volte la sera, dopo cena, esco di casa e vado ad ascoltare il mare.
In silenzio.
Davanti agli occhi passano i ricordi.