29 aprile 2010
Eraldo Baldini, scrittore, sceneggiatore e saggista, è nato e vive a Ravenna. E a Ravenna è ambientato Bambine, un romanzo avvincente e ben scritto che ha contribuito, insieme a Gotico rurale (Frassinelli, 2000) e ad altri titoli, a fare di Baldini uno dei riconosciuti maestri del noir italiano. C’è chi ha parlato di lui come del nostro Stephen King, per la sua capacità di costruire incubi e orrori di stile anglosassone, trapiantati nella campagna romagnola. E anche per il fatto che, nei suoi racconti, alla provincia reale si sovrappone l’elemento fantastico, quasi gotico. Come gotica, certamente, è la storia raccontata in questo libro, imperniata sulla sparizione, in poche settimane, di tre bambine, inghiottite dalla nebbia che spesso avvolge Ravenna, una città dove i paesaggi del porto, della marina e della zona industriale formano uno strano contrasto con il tranquillo salotto del centro storico.
Questa la trama. Un maniaco omicida gira a piede libero per la città e uccide le sue piccole vittime dopo averle mutilate. Un giornalista inizia a indagare sui delitti, spinto dalla paura che succeda qualcosa alla figlia del suo migliore amico, affidata a lui dopo la morte del padre per un incidente subacqueo…
Bambine, Capitolo 3
di Eraldo Baldini
La vibrazione delle eliche sembrava scuotere il pavimento. Guardai attraverso la grande vetrata del bar: una nave gasiera stava fendendo l’acqua tra i moli, diretta al porto. Tre pescatori entrarono parlando tra loro in un dialetto stretto e incomprensibile – gorese o chioggiotto, non so – e ordinarono grappa. A quell’ora del mattino.
Facevo sempre colazione al bar del moletto. Un’abitudine vecchia di almeno due anni, da quando vivevo solo. Prima di puntare verso la città, passavo da quel posto a cento metri da casa mia. Lì c’era forte l’odore del mare. A volte solo miasmi di pesce marcio, di nafta, di acqua sporca. Odore di porto, di pesca, di burrasca o di una troppo lunga bonaccia. Ma a me piaceva.
Leggevo qui il giornale, cercandovi per prima cosa gli articoli miei.
D’inverno era bello quando lo sguardo, oltre la vetrata, si perdeva nella nebbia. Da quel nulla in cui si confondevano cielo e mare veniva solo, a tratti, sordo e monotono, il segnale acustico lontano delle piattaforme metanifere perse chissà dove in quel limbo grigio; sembrava il richiamo tetro di aironi nascosti nelle brume della palude. Avamposti del mondo, occhi aperti sul niente, in quel dissolversi di vapori, erano gli aloni delle due luci, una verde e una rossa, all’imbocco dei moli.
Quando fuori l’unico sentore, l’unico vapore che si respirava era quello di un umido intriso di salmastro e di fumi, dentro acquistavano preziosità l’aroma del caffè, l’odore delle torte e delle brioche, e persino quello del legno e della plastica delle sedie, dei tavoli, del bancone. D’estate, quando già di primo mattino il sole accecava la vetrata e faceva sudare, vedevo pescatori tornare dalla punta del molo, dopo una notte lunga trascorsa con la canna in mano, e turisti mattinieri e bambini assonnati procedere in senso contrario, verso l’acqua sfavillante e tranquilla. Ma ogni stagione, ogni luna portava con sé immagini, sensazioni, colori, odori diversi.
Non potevo mettermi nel traffico di città se prima non avevo guidato lentamente sulla strada tra la pineta; non potevo rinchiudermi in ufficio senza avere prima perso lo sguardo sul mare; non mi riusciva – o, almeno, ero convinto di questo – di incontrare gente frettolosa, di affrontare notizie e discorsi importanti, se non dopo aver
bevuto piano il caffè parlando del tempo, del pesce, delle cose da niente con le solite facce del bar e del molo.
Chiusi il giornale e stavo per alzarmi dal tavolino, quando entrò De Vito, della polizia marittima. «Ciao Bertè», mi salutò. Non ci riusciva proprio, a dire Bertelli. Gli feci un cenno col capo ed estrassi dalla tasca le chiavi dell’auto. «Bertè, avrai da fare, oggi. Stanotte ne è sparita un’altra», disse lui avvicinandosi.
Alzai la testa di scatto e rabbrividii. «Cosa?»
«Notizie di radio-caserma. È scomparsa un’altra bambina, una piccola profuga jugoslava di otto anni, di quelle alloggiate nella scuola vecchia vicino alla darsena di città.»
«Ma quando?» chiesi.
«Te l’ho detto: la denuncia è stata fatta stanotte. Ieri sera era nel cortile della scuola con gli altri, ma a dormire non c’è andata mai. Sparita.»
De Vito si girò e andò a scegliersi una brioche, toccandole tutte per trovarne una di suo gusto. Io lo seguii con lo sguardo, come se mi aspettassi altri particolari di quella storia, poi dissi un «ciao» rivolto a tutti e uscii dal bar.
Fuori, il sole già alto sul mare intiepidiva il cemento del molo e ravvivava i colori sgargianti – rosso, giallo e bianco – delle ciminiere dei rimorchiatori neri e massicci. Il calore strappava via l’umido alle reti stese, al legno delle barche, e lo alzava in odori d’acqua marina, di pesce e di catrame.
Un’altra bambina. Cristo. Speravo tanto che, a quell’ora, la piccola di cui mi aveva parlato De Vito fosse già stata ritrovata, magari addormentata sotto un albero nel grande giardino della scuola, o disorientata in una strada per lei sconosciuta della darsena, o seduta a bere latte in qualche bar, o… che ne so. Qualsiasi cosa, ma non lo strazio delle altre due, scomparse nel nulla.
Speranze sciocche, lo sapevo bene.
Tre bambine sparite in poco più di due mesi, in una città di provincia in cui non succede quasi mai niente di veramente terribile. Sì, d’accordo, molto contrabbando, forse anche traffico d’armi e di droga: ma tutta roba, questa, che riguarda il porto.
II porto, quella vasta terra di nessuno che fa vita a sé, un corpo separato, lontano dalla gente e dai pensieri. Possono passarci tonnellate di sigarette, quintali di cocaina, carri armati e missili, transitarvi ricercati e trafficanti, venirci stipulati e portati a termine chissà quali e quanti loschi affari… ma sono tutte cose che succedono là, in quell’ex palude tra i borghi e il mare ora allagata di profondi bacini, cementata di moli e banchine, affollata di navi e di ciminiere, di gru e di capannoni, di container e di camion. In nessun altro posto al mondo come a Ravenna, forse, il porto è tanto estraneo – fisicamente e
mentalmente – alla città che lo ospita. La gente ne conosce e ne frequenta l’ingresso, l’imbocco tra i moli, a Marina; e ne conosce il punto terminale, l’ansa stretta che arriva fino alla città. Tutto quello che c’è in mezzo, è come se non esistesse.
La sua presenza e la sua influenza possono al massimo avvertirsi nei quartieri est, dove l’asta terminale (e ormai morta) del bacino arriva a incunearsi nel tessuto urbano, a ridosso della ferrovia, in un panorama squallido di palazzoni, di autocarri e di magazzini abbandonati; un quartiere popolare e denso di immigrati dove è difficile respirare l’aria campagnola e tranquilla dei rioni più vecchi.
E poi, qualche colpo di pistola può scapparci nelle frazioni del lido, specie in quelle dove il cemento è colato abbondante almeno quanto gli arrivi dei forestieri e degli extracomunitari.
Ma la Ravenna dei borghi, delle piazze acciottolate e paciose, delle vie eleganti e salottiere del centro, delle periferie linde e ordinate, trasudanti benessere, che sbordano nella campagna, no, quella non vive queste cose. Le sente, ma a livello solamente epidermico, come una leggera escoriazione, un foruncolo, qualcosa di superficiale e di esterno, di fastidioso ma mai di grave.
Ma adesso, tre bambine… Sparite, è vero, dalle zone della periferia est, quella dove arriva vento che odora ancora di porto e di fumi di fabbriche, dove non senti quasi mai parlare in romagnolo; ma pur sempre dalla città. Che storia! Che brutta storia!
Prima era toccato a Cristiana Benzi, undici anni, dai lunghi capelli biondi sempre ornati di nastrini colorati, scomparsa nel tardo pomeriggio del 4 marzo;, non era rincasata da una palestra poco distante dal condominio in cui abitava coi genitori e il fratellino. Nessuno ricordava d’averla vista per strada in quella sera fredda; sembrava che la nebbia l’avesse inghiottita per sempre. Nei giorni seguenti, le forze dell’ordine e gli abitanti della zona non avevano fatto altro che cercare, chiedere, indagare, fare supposizioni e ipotesi. «Ormai gira troppa gente strana, qua attorno. Negri, imbarcati che arrivano qui dal porto, profughi, zingari. C’era da stupirsi che non fosse successo niente di grave finora. Ma adesso basta; e non vogliamo che succeda più!» Questo era il tono di molti discorsi che sentimmo allora, delle telefonate che ricevemmo in redazione. «Non deve succedere più.»
E invece successe esattamente tre settimane dopo, il 25 marzo. Stavolta toccò a Vincenza, otto anni, lunghi capelli neri raccolti in una coda di cavallo e occhi verde scuro. Figlia di un immigrato meridionale che lavorava in un’impresa edile, sparì nel brevissimo e quotidiano tragitto tra la palazzina in cui abitavano gli zii, presso cui aspettava l’ora che rincasassero i genitori, e casa propria. Poche decine di metri che percorreva ogni pomeriggio alla stessa ora, e che si snodavano su un marciapiede alberato di fianco a un parcheggio. Anche stavolta qualcuno – lo stesso che aveva rapito Cristiana, si pensava – l’aveva fatta sparire nel nulla. Anche in questo caso nessuna testimonianza, nessuna traccia.
E adesso una piccola profuga della Bosnia, fuggita da un incubo per incontrarne, forse, uno ancora peggiore.
Pensai a Chiara, e mi sentii scuotere da un brivido.