3 dicembre 2011
Le musiche di questa puntata: Fulvio Redeghieri, Mario Costa e Ottorino Respighi, Le Piment Trio, Randy Newman, Umberto Pieroni.
Musica. Fulvio Redeghieri: Tosca.
Da quante settimane siamo a Reggio Emilia, cari ascoltatori? Due, tre? Ci restiamo anche oggi, perché questa città dà il meglio di sé in inverno, quando il fantasma della nebbia la racchiude in un’ovatta fluida, e gli umori della terra profumano i salumi, il formaggio grana e il lambrusco, che ci si raduna ad assaggiare accanto al fuoco, in un palazzo urbano o in una corte di campagna. Intanto, i leoni di marmo vigilano le chiese e i miraggi si diffondono in città. Uno di questi miraggi è l’edificio finto gotico della Galleria Parmeggiani: una sorta di casa-museo la cui forma ricorda insieme quella di una chiesa e di un palazzotto medievale. Chi l’ha voluta? Un personaggio bizzarro, Luigi Parmeggiani, reggiano di umili origini, emigrato nel 1878a Parigi, dove si trovò a vivere i fasti della Belle Epoque. Partì che era un disperato, un anarchico, forse anche ladro e falsario, e diventò mercante e antiquario, probabilmente commerciando anche falsi e oggetti di dubbia origine. Comunque sia, si arricchì sfuggendo alla perdizione cui era destinato: dai bassifondi al bel mondo, insomma.
Musica. Mario Costa e Ottorino Respighi: Bella Epoque (Arrangiamento Marco Fabbri, esecuzione Etno Jazz Pan Orchestra; registrato dal vivo al Teatro Auditorium Manzoni di Bologna).
A sessant’anni, Luigi Parmeggiani decise di tornare a Reggio. La frequentazione di collezionisti, critici d’arte, artisti, nobildonne, lo aveva elevato culturalmente. Inoltre poteva esibire una bella moglie francese, ricca e di vent’anni più giovane di lui. Si accinse, così, all’impresa della sua vita: costruire una casa-monumento da lasciare alla città, una galleria d’arte in cui riassumere il senso di una vita redenta dall’arte. L’edificio, progettato dall’architetto Ascanio Ferrari su una costruzione precedente, fu inaugurato nel 1928. Con le sue guglie e decorazioni gotiche, il suo portone moresco, gli oggetti della sua collezione, la Galleria Parmeggiani è un miraggio dipinto nelle sale interne di rosso pompeiano, baluginante di ori e pitture che emergono dalla penombra, in una Reggio stranita. Così come stranite, lunari, comiche e strambe, ma serissime e argute, sono le “fantasticazioni” di Ermanno Cavazzoni, il più ariostesco degli scrittori italiani contemporanei; reggiano, naturalmente, anche se ormai adottato da Bologna.
Musica. Le Piment Trio: La Burette. Mazurka.
Nel suo “Limbo delle fantasticazioni”, pubblicato nel 2009, Cavazzoni afferma che il destino dei libri è l’incendio. “C’è da stupirsi – scrive – che qualcuno ogni tanto incendi o sogni di incendiare le biblioteche? Io credo sia naturale, una fantasia quasi inevitabile per ogni incendiario o aspirante incendiario. E non solo perché la biblioteca è di carta infiammabile (…). L’incendiario, l’incendiario ispirato e idealista, nella sua essenza è un metafisico, che agogna la biblioteca, bruciare le anime (…), far cessare questi luoghi di innaturale, prolungata sopravvivenza”. Che cosa sono, infatti, le biblioteche, se non dei luoghi pieni di morti che non si danno pace? I morti – cioè i libri – stanno lì tutto il giorno, disposti in fila ordinata dentro le teche, ad aspettare di risorgere. E se qualche libro ogni tanto e per breve tempo risorge, perché ad esempio lo richiede uno studente per fare una tesi, il più delle volte risorge solo per pochi minuti, il tempo di essere velocemente sfogliato, e poi restituito e riadagiato nella teca, dove muore di nuovo. E quando sarà, la prossima resurrezione occasionale?
Musica. Randy Newman: Burning the Books.
“Le biblioteche sono cimiteri di vivi” – scrive Cavazzoni -, di anime (i libri) che in qualche modo continuano a vivere anche dopo la morte “una vitarella scialba e tipografica”, che dura ad esempio il tempo di fare una tesi di laurea. Molto meglio, allora, i cimiteri, dove “si sta allegri, io dico, perché per quanto ci si sforzi di complicare e allungare i calcoli, la soluzione è unica, chiarissima”. Girando tra le tombe, sui viali di ghiaia – dice lo scrittore reggiano – si sente un’euforia che viene dai morti, che “stanno là come la soluzione, tante soluzioni che si confermano l’una con l’altra in file ordinate e evidenti. Uno passeggia e ogni morto gli dice implicitamente: per quanto ne so, questa è la soluzione”. Ed è per questo, conclude Cavazzoni, che “un cimitero nessuno mai lo vorrebbe incendiare; anzi, a quanto ne so, anche gli incendiari ci vanno a passeggio, lì si consolano, danno acqua ai fiori, si beano, guardano il cielo evolvere, si fanno amici i merli con dei pezzi di frutta o dei bacherozzi (…)”. Ci avete mai pensato, cari ascoltatori? La morte degli uomini è migliore di quella dei libri: questo si dice, a Reggio Emilia.
Musica. Umberto Pieroni: Come una foglia d’autunno (esecuzione Orchestra da Camera Città di Reggio Emilia).