12 Aprile 2008
Musica. Aleksandr Borodin: Quartetto d’archi n. 2 – Terzo Movimento: Notturno.
C’è qualcosa di più struggente, cari amici, del secondo dei due quartetti d’archi composti da Aleksandr Borodin, in particolare del Terzo Movimento, il Notturno che stiamo ascoltando? Non scioglietevi in lacrime, anche se il tema che stiamo affrontando dalla puntata precedente è l’inferno. L’inferno come ce lo fa rivivere un grande storico della cultura materiale, il forlivese Piero Camporesi, professore all’Università di Bologna, che vogliamo ricordare a dieci anni dalla scomparsa.
Nel Notturno di Borodin si esprime con eleganza e straordinaria fluidità l’inquieta anima russa, malinconica quanto basta a scoraggiarci nel continuare con questo argomento, visto che fuori è primavera e le campagne dell’Emilia sono già colorate dei fiori di pesco. Ma perseveriamo, perché Camporesi ci porta con leggerezza dall’immaginazione infernale delle epoche antiche ai miti e ai riti della contemporaneità.
Prendiamoci intanto una pausa dalle nostre riflessioni metafisiche e lasciamoci accarezzare dai primi sentori della primavera, da questo tempo pazzo che alterna pioggia e sole. “Pioggia d’aprile / dolci fragranze s’inseguono / e poi si disperdono / lungo il pontile e tra i mandorli in fiore. / La tanto attesa, calda stagione / sembra quasi che voglia farsi aspettare” – canta Carmen Consoli.
Musica. Carmen Consoli: Pioggia d’aprile.
C’era dunque una volta l’inferno. Qualcosa che era percepibile anche con i sensi, come “umidore che si colloca tra dito e dito”, assicura un altro scrittore, Giorgio Manganelli. Era così sentito, così vicino l’inferno, che ci si facevano sopra lunghe meditazioni, ricorda Piero Camporesi, citando gli esercizi spirituali di Ignazio di Loyola e le prediche di un frate romano che nella Quaresima del 1542 così si rivolgeva ai fedeli: “Discendete, discendete un poco all’inferno con l’intelletto vostro, pensate là a quelle furie, vedete quei serpenti, quel fumo, quelle tenebre, quel fetore, quel fuoco, quelle nevi gelate. Considerate quel solfo, quel pianto, quello stridore de denti, quegli infiniti dolori, quelle disperazioni e quelle biastemme, quel chaos, quello tremore, quei guai, quelle miserie…”.
L’amaro risveglio dei peccatori d’altri tempi avveniva in un luogo atroce. Ma i peccatori contemporanei, dove si risvegliano se viene a mancare la fervida immaginazione dei nostri avi? Forse, essendo la nostra immaginazione tutta orientata al consumismo, potremmo risvegliarci in uno di quei non-luoghi, come l’IperCoop o il SuperConad, il megastore o l’outlet, dove la punizione potrebbe essere quella di venire condannati a un consumo obbligato e infinito.
Ma, davvero, l’inferno potrebbe essere vicino a noi. Sotto i nostri piedi: sottoterra, come pensavano gli antichi e Dante. L’inferno di Bologna, ad esempio, è nel ghetto ebraico, la cui strada principale si chiama Via dell’Inferno. Prima di arrivarci, ascoltiamo i suoni di una tradizionale danza ebraica.
Musica. Hava Netze Bamachol: El Ginat Egoz.
Tra-ghetto: gioco di parole per dire che Caronte, a Bologna, fa la spola nei sotterranei acquatici della città, sotto quella che era la zona ebraica, il ghetto. Come Smeraldina, una delle città invisibili di Italo Calvino, Bologna ha una rete di canali sotterranei che duplica in basso, agli inferi, il reticolo di vicoli della città medievale. Da Piazza San Martino si scende nel ventre misterioso di Bologna, dove scorre l’Aposa, il torrente sotterraneo che forse è stato la riva su cui è sorta la città originaria. C’è un’associazione che oggi s’incarica di portare i visitatori nel sottosuolo, là dove nascostamente scorrono le acque che solo fino a cinquant’anni fa erano visibili in superficie e rendevano Bologna quasi un’altra Venezia percorsa da canali. Lungo il tracciato sotterraneo ci si lascia suggestionare dalla leggenda secondo la quale la genesi dell’Inferno dantesco sarebbe da cercare a Bologna, dove il poeta, ancora scosso dalla morte di Beatrice, sarebbe stato aiutato a superare la sua angoscia da una bolognese, e avrebbe allora concepito il poema come un viaggio oltremondano dall’abisso del dolore alla beatitudine divina. L’Inferno di Dante si confonde così con Via dell’Inferno, nel ghetto ebraico. Musicisti klezmer e attori accompagnano o, meglio, traghettano i visitatori nelle viscere della città. E noi, per rimanere in tema, vi facciamo ascoltare un capolavoro del 1981 di Steve Reich, considerato uno dei maggiori compositori americani viventi. Si chiama Tehillim, parola ebraica che significa “Salmi”. A differenza del brano precedente, non è un canto tradizionale, ma ha un’impronta occidentale dovuta alla condizione dell’autore, ebreo americano.
Musica. Steve Reich: Tehillim, part II.
Nel chiostro benedettino della chiesa di Santo Stefano, veniva a meditare Dante: pare che per descrivere le pene dei superbi e degli impostori in Purgatorio, si ispirasse alle figure dei capitelli della “Gerusalemme” di Bologna – com’è chiamata appunto Santo Stefano, una chiesa che ne contiene sette. Nei tempi antichi anche i bagni facevano pensare al Purgatorio, ci ricorda Piero Camporesi. Bagnarsi, nel Cinquecento, equivaleva a purgarsi. “Il bagno, per i sani, era una inutile voluttà che poteva costare molto cara. Il piacere dell’acqua veniva associato a ludiche pratiche a sfondo venereo”, e i bagni pubblici avevano fama di luoghi equivoci, malfamati. Il bagno era consigliato dunque solo agli “estenuati e magri” come stimolatore d’appetito, e concepito come una sorta di evacuazione, di spurgamento, di cui fare uso moderato. L’unica pratica igienica ammessa – afferma Camporesi – era il cambio della camicia sporca e sudata. Per il resto, il Cinque e il Seicento, secoli delle spezie e degli aromi, “sprigionavano tanfi insopportabili (ai nasi moderni)”. Ecco dunque l’inferno che ritorna oggi come la puzza intollerabile dei corpi ammucchiati, il tanfo delle carni dei derelitti, che hanno miseri giacigli dove dormire, dimore provvisorie come gli zingari, non dispongono dell’acqua calda, sprigionano odori inconciliabili con gli olfatti moderni abituati alle oasi protette delle beauty farm e all’aromaterapia. Paradiso dei ricchi e inferno dei poveri e degli stranieri: come sempre.
Musica. Ran & Nama: El Ginat Egoz.
Quella che state ascoltando, cari amici, è un’altra versione, cantata, del motivo tradizionale ebraico El Ginat Egoz, che accompagnava le danze della comunità, e che vi abbiamo proposto prima. Ritorniamo, infatti, all’antico ghetto di Bologna – quello compreso tra le attuali Via Zamboni e Via Oberdan, Via Marsala e le due Torri, e tagliato da Via dell’Inferno. Pensiamo alla vita del ghetto e a quando gli ebrei erano considerati “figli del diavolo” e la sinagoga luogo satanico. Una storia troppo lunga, cominciata già dal primo secolo dopo Cristo, quando gli “amatissimi nemici” dell’apostolo Paolo si trasformano agli occhi dei cristiani nei “perfidi giudei”. Da questo scarto di senso, nacque il mito dell’ebreo errante, portatore di peste, ladro di bambini; mito terribile che ha condannato ai pogrom e alla Shoah proprio coloro che erano così riconoscenti verso la nostra terra da chiamarla, nel settimo secolo, Yi-tal-yah, “isola della divina rugiada”.
Com’erano fiduciosi, allora, i discepoli di Abramo verso un Paese che doveva essere bellissimo e ispirava le loro menti pure: Yi-tal-yah. E come la rugiada porta della notte solo un ricordo leggero, anche noi risaliamo dagli inferi con l’unico bagaglio della nostra speranza. Abituiamo gli occhi alla luce, piano piano, ed ecco: sopra di noi c’è un cielo completamente azzurro; un cielo azzurro cielo, come dice la canzone con cui vi salutiamo.
Musica. Wilco: Sky blu sky.