27 ottobre 2012
Musiche di Knupperpouf, Calicanto, Jordi Savall, Laurie Anderson, Nina Zilli.
Musica. Knupperpouf: Ferrara (da “A tale of 4 cities”, 2012)
Una band olandese che dedica una canzone a Ferrara? Sì, perché il caso, cari amici, ci ha portato a Ferrara. Ci è capitato in mano, cadendo da uno scaffale della nostra biblioteca, un libro di Alberto Savinio, “Hermaphrodito”: il primo libro, pubblicato nel 1918, e ristampato da Einaudi nel 1974, di questo intellettuale, scrittore e pittore, e fratello del molto più noto Giorgio De Chirico. Surrealista il primo e metafisico il secondo: dunque totalmente connessi, i due fratelli che vissero per un periodo a Ferrara, al clima delle avanguardie del Novecento, arrivato a toccare anche una città immobile come Ferrara, dove le statue e i manichini animati dell’arte metafisica e surrealista sembravano trovare la collocazione ideale. “Hermaphrodito” si è aperto, cadendo in terra, su una pagina che attira la nostra attenzione. E’ l’inizio di un racconto scritto nel 1916 e intitolato “Frara, città del Worbas”, dove “Frara” è naturalmente Ferrara, chiamata nel suo dialetto.
Musica. Calicanto: Giga ferrarese / Quadriglia / Marcetta della val di Zoldo.
Come poteva apparire Ferrara negli anni Dieci del Novecento a un intellettuale avanguardista? Beh, qui c’è da divertirsi. Dedichiamo ai ferraresi le pagine sulla città scritte circa cent’anni fa dal loro illustre concittadino ventisettenne, animato da uno spirito snobistico e da un immaginario surrealista, quasi pop. Artisti che inscenavano, come Savinio, dialoghi tra poltrone e statue, avendo come modello la voglia di rottura che animava le avanguardie europee, soprattutto francesi, avevano gioco facile ad accanirsi su una città come Ferrara, «quadrata» per metafisico spirito di geometria, dai portici «illustri» e cimiteriali, dalle piazze «anguste e soleggiate», antropomorfica e coperta di «tristissimi mantelli, color di pietra antica; adornati sul bavero da un contorno di piume rognose».
Musica. Jordi Savall: Pavana alla ferrarese (di Joan Ambrosio Dalza, XV secolo).
Ve lo immaginate, girare per Ferrara cent’anni fa con mantelli dai baveri sciupati, nei tabarri scuri che avvolgevano i vecchi come una macchia nera nella nebbia, tra i primi tram elettrici che, come ricorda Luca Goldoni, facevano in curva le stesse grida acute dei maiali prima di essere sgozzati? Savinio era allora poco più che un ragazzo, e quindi guardava le donne, ma con un occhio dandy e snob, torbido e compiaciuto. In questo “mio canto cittadino su Ferrara”, sembra dire, vi faccio vedere cose cui non avreste pensato. La gente, qui, ha facce color mattone, come le case della città. E tra queste case di antichi mattoni, tra le mura chiuse da quattro porte rosse e le parole di un oscuro idioma, “si dibatte una terribile turba femminile, fra cui va grufolando lascivamente il ragioniere scrofoloso e strabigott”. La ricerca linguistica di Savinio si esalta nella descrizione delle donne di Ferrara. “Le donne sono spaventose. Portano impressa sul viso la loro bellezza bestiale, come una malattia”. Hanno occhi gelatinosi e viscidamente ipnotici che guardano da tutte le parti, anche indietro.
Musica. Laurie Anderson: My right eye.
Le donne di «Frara», “gran nave di pietra rossa”, navigano “in un oceano di oscenità barbara e primitiva”. La misoginia intellettuale di Savinio non si ferma qui. Le ragazze di Ferrara hanno volti che suppurano «lubricità com’un eczema» e le vecchie, accosciate come strani animali nei gabinetti pubblici, orinano con «fragor di grandine». Dietro le finestre delle case ferraresi, lo scrittore vede la sarta che, pedalando vertiginosamente alla propria macchina da cucire, «cuce le palpebre dei neonati»; le scannatrici di polli che, livide in volto, bevono il sangue dei gallinacei; vede l’ortolana scema che danza nuda in mezzo alla strada. La sera, prima di tornare in caserma (è 1l 1916, c’è la guerra) a sognare “grandi saturnalia di libidine” fra Zeus e Afrodite, osserva i macellai sbarrare le loro botteghe lasciando in mezzo ai locali puliti grandi buoi squartati, con le zampe aperte, nella posizione di crocefissi. Questa è l’oscenità: il sangue, la carne squartata, la guerra. Nella notte del 14 febbraio 1916 Alberto Savinio scrive: “Zampilli di lascivia dalla terra verso le stelle, pioggia di lussuria dalle stelle sulla terra”: un modo, forse, per invocare un po’ d’amore, mentre tutt’intorno non c’è altro che caos e distruzione.
Musica. Nina Zilli: L’amore è femmina.