Salta al contenuto principale
31 Gennaio 2009 | Paesaggio dell'anima

Certi momenti vuoti

Un viaggio in regione attraverso la musica

A cura di Claudio Bacilieri. Lettura di Fulvio Redeghieri.

31 gennaio 2009

Le musiche di questa puntata: Cristina Zavalloni, Stefania Rava, Giuni Russo, Bill Wells & Maher Shalal, Teatro delle Note.

Cari ascoltatori, eccoci tornati al Paesaggio dell’Anima. Continua il nostro viaggio nei paesaggi culturali dell’Emilia-Romagna sulle orme, per la seconda volta, del film che Federico Fellini non riuscì a realizzare, “Il viaggio di G. Mastorna”: un film mitico nella sua impossibilità a essere, che ha seguito il regista romagnolo per quasi trent’anni; un film sempre rinviato e sempre presente nella sua testa, e che, verso la fine della sua vita, ha preso forma in un fumetto sceneggiato dallo stesso Fellini e disegnato da Milo Manara.

Musica. Cristina Zavalloni e Andrea Rebadeungo: La Séparation (da “Tilim-bom”, 2008).

Accompagnata al piano da Andrea Rebaudengo, la bolognese Cristina Zavalloni, una delle più belle voci della musica jazz e contemporanea italiana, ci ha fatto ascoltare un canto tradizionale ebraico: “Colui che distingue il sacro dal profano – dice il testo – perdona i nostri peccati”.  Stiamo parlando di Dio, naturalmente. Lo ‘spiritual’ ebraico della Zavalloni ci ha portato verso territori metafisici. Perché questo è l’argomento affrontato da Fellini: Mastorna muore e si ritrova in un pazzo mondo che, più che all’aldilà, assomiglia terribilmente alla nostra vita quotidiana. La sua vita vissuta, rivista nell’aldilà come film proiettato su uno schermo, è un veloce mitragliamento d’immagini, un brulichio informe solo a tratti leggibile, accompagnato dalla musichetta frenetica di un pianista. La vita in fondo si riassume a pochi fotogrammi fondamentali ritagliati da metri di pellicola inutile. Ma come dimenticare chi abbiamo amato, quando la vita era bella e il sole brillava più forte di ora? E’ il tema de “Les feuilles mortes”, che ci propone un’altra bella voce della nostra regione, Stefania Rava. Nell’interpretazione della canzone di Jacques Prévert la nostra cantante si avvale dell’ensemble della Fondazione Toscanini di Parma.

Musica. Stefania Rava: Les feuilles mortes (testo di J. Prévert).

La sensuale matita di Milo Manara ha trasformato il Mastorna di Fellini in un film a fumetti. A forza di immaginare, sognare e rimuovere questo film, Fellini ha fatto diventare infinito il viaggio di G. Mastorna. Il suo violoncellista vaga in quelli che Ermanno Cavazzoni descrive come “i purgatori del secolo XX”. Ermanno Cavazzoni è lo scrittore reggiano che ha collaborato con Fellini e che recentemente ha curato la pubblicazione della sceneggiatura del regista riminese, che si legge come un romanzo. Il violoncellista G. Mastorna ha superato il grande varco della morte: a cosa assomiglia l’aldilà? Essere morti, risponde Fellini, assomiglia a “certi momenti vuoti in cui ci sentiamo improvvisamente tuffati dentro la vita”. Capiamo in quei momenti che siamo vivi, ma potremmo anche essere morti. Ad esempio, quando ci troviamo nella toilette di un aeroporto straniero, o in certi negozietti di provincia alle tre di un pomeriggio d’estate, o quando viaggiamo in treno di notte e ci svegliamo di colpo perché il treno si è fermato. C’è silenzio, solo un rumore metallico sotto le viscere del treno e gli altri viaggiatori che dormono sono “ombre confuse con la tappezzeria del sedile di fronte”. E’ questo l’aldilà: ombre confuse? Certi momenti vuoti?
Dalla meravigliosa voce di Giuni Russo, cantante scomparsa a 53 anni nel 2004 dopo tanti successi e una svolta spirituale, ascoltiamo “Moro perché non moro”, tratta da una poesia di Santa Teresa d’Avila, “Desiderio del cielo”. “Muero porque no muero”: sonorità techno accompagnano le vette mistiche di una cantante che nel mondo scintillante dello spettacolo sogna la spiritualità carmelitana. Mi sento morire perché non muoio, vivo ma in realtà non vivo: perché ho “desiderio del cielo”.

Giuni Russo: Moro perché non moro.

Desiderio del cielo, come Santa Teresa d’Avila e i grandi mistici del passato, o timore del cielo? Speranza che il cielo sia pieno? O timore che il cielo sia vuoto? Ermanno Cavazzoni, ragionando sulla sceneggiatura di Fellini, ci comunica che l’aldilà si è sgonfiato. Non serve più. Possiamo farne a meno. Nessuno crede più alle torture cui i diavoli ci sottoporrebbero se meritassimo l’inferno. La democrazia è arrivata sin laggiù. A terrorizzarci, semmai, è la prospettiva della noia indefinita come unica pena: una noia cui almeno lo spettacolo dei diavolacci avrebbe messo un po’ di pepe. Invece niente: niente sesso, niente panorami e vedute di golfi, montagne e spiagge; piuttosto (se c’è) una punizione dell’anima: un non saper che fare o cosa essere, in attesa dei quali ci si comporta come se l’inferno non esistesse, e neanche il purgatorio e il paradiso. All’inferno – si dice – ci penseremo dopo. Il paradiso, meglio anticiparlo su questa terra, nelle isole dei mari del sud abbracciati a un amante. E così – osserva Cavazzoni – si vive come se non si dovesse morire mai. L’aldilà non influenza più la vita, che però non ne rimane separata. Forse è la dimensione del sogno a unirli. Una voce che viene dall’insondabile è quella della giapponese Reiko che canta una melodia sentita in sogno dal compositore scozzese Bill Wells e da questi messa in musica in un disco affascinante e sbilenco prodotto con un ensemble giapponese. Il musicista scozzese ha sognato che la nonna, poco dopo esser morta, gli cantava questa ninnananna.

Bill Wells & Maher Shalal Hash Baz: Time takes me so back (da “Osaka Bridge”).

 Si spengono i fuochi, si raffredda la pece, si chiude l’inferno. Ne rimane traccia – scriveva Giorgio Manganelli – solo nel ronzio nel cavo degli alberi dei calabroni, che prima erano addetti a torturare i dannati. E così, continua Cavazzoni, l’aldilà svuotato assomiglia a certe fabbriche dismesse dove, tra calcinacci, vetri e avanzi di cavi e di tubi, prende alloggio qualche senzatetto che vi butta il suo materasso. O qualche immigrato – marocchino, albanese –, qualche cane randagio che si rifugia tra aborti edilizi e rigagnoli maleodoranti. Sono questi gli abitatori degli inferni della terra. O forse siamo tutti noi che, senza più la promessa di un premio, non sappiamo quale sia il fine della vita e vaghiamo nella nebbia, come in preda all’alzheimer. Il viaggio è sempre zingaro, si sa. E allora chiudiamo con un canto popolare albanese, Mendoja Mendoja, eseguito dall’ensemble Il Teatro delle Note, l’Orchestra da camera della Fondazione Toscanini di Parma. Arrivederci alla prossima puntata.
 
Musica. Anonimo albanese: Mendoja Mendoja.

Brano corrente

Brano corrente

Playlist

Programmi