A ogni sordo brontolio del tuono lontano, dietro il sipario di nubi nere che a ponente era calato, alto e netto, sullo spettacolo del tramonto, i grilli tacevano.
Seduto su un ceppo su cui il nonno aveva da poco finito di sminuzzare legna, nell’aia che come una bianca cicatrice di terra nuda si apriva nel rigoglio della campagna, Matteo alzò lo sguardo in alto, procurandosi una vertigine. Le stelle diventavano più numerose e più nitide man mano che la notte arrivava. Pensò che presto mamma l’avrebbe chiamato in casa: di certo aveva già finito di sparecchiare e di riassettare, perché dalla finestra aperta arrivava solo la luce azzurra del televisore.
Ma non aveva voglia di rincasare. L’elettricità che sentiva intorno, emanata da quei bastioni temporaleschi all’orizzonte, saturava l’aria e paralizzava ogni cosa. Se fosse entrato nell’afa della sua stanza, l’irrequietezza l’avrebbe fatto girare come un animale in gabbia. Da un’altra finestra sentì prorompere gli strilli di Federico, il fratellino arrivato da poche settimane.
Si grattò piano un ginocchio sbucciato, dove le croste cominciavano a prudere. «Ti piace Federico? Gli vuoi bene?» gli chiedevano tutti. Doveva rispondere di sì, naturalmente. Ma nemmeno lui sapeva se quell’esserino, sempre urlante o sempre addormentato a seconda delle ore del giorno o della notte, gli piacesse. Gli era quasi indifferente. Non gli voleva né bene né male.
Sentì la porta di casa aprirsi e richiudersi, e nello scricchiolio della ghiaia riconobbe il passo zoppo del nonno.
«Matteo?»
«Sono qui.»
Nonno venne dietro di lui e gli accarezzò i capelli chiari.
«Nonno, da dove è arrivato Federico?»
«Dalla pancia della tua mamma. È stato lì dentro per un po’ a crescere.»
«E mamma da dove l’ha preso?»
Anche senza voltarsi, Matteo sentì il sorriso del vecchio. «L’ha preso dal cavo dell’olmo grande.»
Girò di scatto la testa. «Dal cavo dell’olmo grande?»
«Sì. Anche tu sei stato preso di là dentro, e tuo padre prima di te, e tutti gli altri bambini.»
Matteo trattenne il respiro, e guardò. Come un gigante nero contro il cielo scuro della sera, immobile, enorme, l’olmo grande sovrastava la campagna. Ogni macchione d’alberi, ogni profilo di fattoria, ogni cosa, per quanto alta fosse, spariva di fronte a quel colosso.
Un lampo percorse l’orizzonte di catrame come il lancinante guizzare di un nervo ferito, e l’olmo sembrò, contro quel bagliore livido e improvviso, ancora più possente. Matteo guardò il nonno, poi di nuovo l’albe ro, e quando il vecchio si avviò verso la casa lo seguì cercandogli la mano.
Quando Matteo raccontò alla mamma cosa gli aveva detto il nonno, lei si arrabbiò. La sentì brontolare col vecchio, dicendogli di non riempire la testa di stupidaggini al nipotino. Dunque la mamma non voleva che si sapesse che i bambini venivano dall’olmo grande. Perché?
Del resto che quell’albero avesse qualcosa di misterioso, di cupo, di sconosciuto e di proibito, Matteo e gli altri ragazzini della zona lo sapevano. Non si avvicinavano volentieri a quel gigante. Altre storie si raccontavano, altre cose si erano viste – o sentite dire – e i grandi preferivano che i bambini non andassero vicino all’olmo a giocare. Mamma gliene aveva spiegato il motivo: lì il canale dei mulini, prima dell’ansa, era profondo, con le rive ripide e non protette. Quando lui non era ancora nato, due sorelline, giocando, c’erano cadute dentro e le avevano trovate solo dopo due giorni, prese tra le canne, gonfie d’acqua e di morte. Ma era solo quello il motivo delle proibizioni?
Fu qualche sera dopo, col cielo stavolta tutto terso e sfavillante, pulito e guarito dai respiri di un vento caldo e leggero, che Matteo vide le figure.
Un abbaiare nervoso e stridulo di cane, forse quello dei Bosi nel podere accanto, spezzava lo stormire e il frusciare della campagna. Matteo, come faceva spesso, guardava verso l’olmo grande. Le sue braccia smisurate, la sua testa – pareva avesse una mostruosa testa nera si muovevano e nascondevano un po’ di cielo, cancellando le stelle.
Ad un tratto, prima più in alto, poi all’improvviso giù, ai piedi dell’albero, vide una luce brillare, poi spegnersi. Matteo, fermo là dove l’aia confinava col grano già alto e maturo, si bloccò. Voleva girarsi e correre via, ma il coraggio e la paura insieme lo fecero restare immobile.
La luce ammiccò, si riaccese. Nette contro quel chiarore, vide due figure muoversi, poi sparire. Infine fu di nuovo buio, attorno al gigante nero, e Matteo corse veloce verso le finestre illuminate di casa sua.
«Lo so. Ci sono le streghe nell’olmo grande. Delle volte di notte escono dal buco del tronco e volano via. Io un giorno sono andato là con Ilaria, e dentro l’albero si sentiva parlare e muovere.» Valerio cercò con lo sguardo una conferma della sorella a quanto aveva appena detto, e lei annuì.
Matteo, seduto come gli altri tre bambini sul campo caldo di sole, continuando a versarsi terra fina dentro i sandali per sentirla scorrere tiepida sui piedi, rimase un po’ assorto e poi disse: «Mio nonno dice che nell’olmo cavo ci sono i bambini che devono nascere. E allora come fanno a esserci anche le streghe?»
«Chi lo sa.»
«C’è un fantasma, invece», intervenne Dario. «Lì sotto, diceva mio zio Alfredo, ci hanno nascosto il bottino i briganti, tanto tempo fa, e hanno impiccato un uomo all’olmo perché il suo spirito faccia sempre la guardia al tesoro. Certe notti lo si vede, bianco, che gira attorno all’albero e si lamenta.»
Ilaria si fingeva seria ma era divertita, e li guardava con indulgenza. Queste storie di streghe, di figure paurose, di eventi e posti misteriosi non le erano del tutto indifferenti: anche lei, nella campagna buia e sussurrante della notte, avvertiva presenze e timori. Ma non l’ammetteva, né con gli altri né con se stessa. Aveva ormai dodici anni, andava alla scuola media ogni mattina col pullman. Suo fratello e i suoi amichetti credevano ancora a tutto quello che sentivano dire, e se la facevano sotto dalla fifa.
Lei sapeva cos’erano le figure che Matteo aveva visto sotto l’olmo; sapeva chi erano: Antonella e Sergio, il figlio del meccanico. Di sera, arrivando in bicicletta lungo l’argine del canale, andavano sul prato sotto l’olmo grande a fare l’amore. Altro che streghe. Una volta, di domenica mattina, quando tutti erano a messa, li aveva visti là. Si baciavano.
Poi c’era quel ragazzo – non ne sapeva il nome – che veniva col motorino dal paese di là dal canale. Guardava tutte le ragazze in modo strano. Anche lei si era sentita più di una volta quegli occhi addosso, insistenti, sgradevoli. Lui si fermava spesso sotto l’olmo; stava lì delle ore, qualche volta arrivavano altri, parlavano, si scambiavano sigarette. Roba sporca. Roba di droga, diceva suo padre, e un giorno o l’altro, aggiungeva, bisognava buttarli nel canale, loro e i loro motorini.
E poi Sanzio, il matto. Lui con gli alberi ci parlava, ci litigava. Soprattutto con l’olmo grande. L’aveva visto spesso a testa in su, che gridava verso i rami enormi, con gli occhi spiritati.
Altro che streghe, o bambini che devono nascere, o fantasmi di impiccati. Ilaria sorrideva, pensando a quanto erano sciocchi quei mocciosi che continuavano a spaventarsi l’un l’altro con le loro fantasie e coi racconti dei vecchi.
Davanti alla chiesa, all’ombra dei tigli, i bambini smisero di giocare a pallone. Avevano visto passare l’auto gialla che trainava una roulotte enorme e vecchia, l’avevano vista fermarsi nello spiazzo a fianco del cimitero e subito avevano capito: gli zingari.
«Rubano i bambini», disse Alessandro con fare misterioso, guardando in faccia i più piccoli. Gli piaceva spaventarli.
Matteo sentì un brivido. Pensò non solo a sé, ma anche a Federico e se lo immaginò rapito, strillante, caricato sull’auto gialla e sparito nel nulla, per sempre. Forse gli voglio bene, si disse senza troppa convinzione.
«Andiamo a guardare cosa fanno?» provocò Alessandro.
Si sbirciarono l’un l’altro. Sapevano bene che non l’avrebbero fatto, che non si poteva fare. «Tu parli, parli e basta», disse Valerio.
«Ah, sì?»
«Sì. Se sei tanto coraggioso, perché non vai all’olmo grande? E non guardi dentro il cavo del tronco?»
«Ah, `perché non vai’, vero? Io ci vado se venite anche voi, cacasotto!»
«D’accordo, ci vediamo. »
«Valerio lingua lunga, non potevi startene zitto?» gli sibilò Matteo.
«Su, dai!» gridava Alessandro, che aveva già inforcato la bicicletta.
Partirono tutti insieme senza parlare. L’albero, contro il cielo blu, si vedeva da lontano, smisurato, incombente, coi rami percorsi da fremiti di brezza. Arrivati là lasciarono le biciclette contro l’argine del canale e si avviarono piano, camminando nell’erba.
Il gigante lì sovrastava. Li guardava dall’alto.
Matteo, col cuore che pompava forte, vide il buco nero nel tronco avvicinarsi, farsi più grande. Forse, da lì, occhi strani li stavano spiando. Guardare in su, verso le vette dei rami più alti, gli dava il capogiro, lo ipnotizzava, come le cicale che riempivano l’aria del loro frinire. «Ehi va avanti?» disse Alessandro, che sembrava aver perso tutto il coraggio di prima. Silenzio. Poi, quasi per sfida, Valerio rovesciò la testa all’indietro, col viso rivolto alla cima del gigante, e urlò con quanto fiato aveva in gola.
E dall’albero, dal cavo del tronco, voci strane e fruscii si alzarono in risposta.
Scapparono a perdifiato senza voltarsi, mentre anche le cicale avevano interrotto la loro sinfonia.
Quello era un giugno pieno di temporali, e l’erba abbondava ovunque, alta, lucente.
Anche quella sera, al sopraggiungere dell’oscurità, l’aria si fece stagnante, immota, quasi in attesa di qualcosa, carica di un’energia minacciosa. Lampi lontani senza tuoni accendevano il cielo all’orizzonte, e il brillio delle lucciole pareva l’agitarsi senza pace di migliaia di piccoli fuochi fatui.
Davanti a casa di Matteo, dove una lunga e bassa staccionata permetteva di sedersi comodi, i bambini oziavano, senza voglia di correre o di giocare.
Non avrebbero voluto parlare dell’albero. Ma era là, davanti ai loro occhi, torre nera e misteriosa nella campagna zittita dai lampi, in cui solo le urla dei cani, simili a invocazioni spaventate, rompevano il silenzio.
«Avete avuto paura e siete scappati. Io vi ho solo seguito», disse Alessandro ai più piccoli. Lo guardarono senza rispondere. «Io non so chi sia o cosa sia», disse Matteo come a se stesso, torturando con una mano il legno vecchio e friabile della staccionata. «Ma c’è. L’ho sentito, e l’avete sentito anche voi. E quell’albero è strano, cattivo.» «Non ci fanno neanche il nido gli uccelli», disse Valerio, «ci avete fatto caso?»
Ilaria era seduta sull’erba, di fronte a loro. Li guardava in viso, fermandosi più spesso a cercare gli occhi di Alessandro. Avrebbe voluto che ci fosse solo lui, parlare da sola con lui, che lui le avesse chiesto di fare una passeggiata, che lui l’avesse guardata, invece di parlare ancora, fino alla nausea, di quell’olmo. «Siete tre idioti. Anche tu, Alessandro, che sei più grande. Paura di un albero, dico, di un albero! È il colmo.» Si alzò, si sporse sulla staccionata e avanzando nell’erba alta partì decisa verso il buio, verso l’orizzonte pulsante di baleni, verso la sagoma nera del gigante.
«Nessuna lesione, né esterna né interna. Arresto cardiaco. »
«E i graffi? »
«Vale a dire? »
«Un allocco, o gufo selvatico, maresciallo. Ho trovato un piccolo frammento di artiglio nelle ferite. E per sicurezza, prima di telefonarle, ho mandato il veterinario a dare un’occhiata. Ce n’è un’intera famiglia, nel cavo di quell’albero. »
Il maresciallo tacque.
«La bimba», continuò il medico, «si è probabilmente issata quel tanto che basta per affacciarsi alla cavità, e lì un rapace le si è avventato al viso. E’ stata la paura. Quella povera bambina, glielo assicuro, è semplicemente morta di paura.»
Il maresciallo riagganciò e guardò di nuovo fuori. La chioma del gigante riempiva il cielo, scura e ferma nell’aria immota e opaca di caldo.