Salta al contenuto principale
19 Novembre 2011 | Paesaggio dell'anima

Così parlava la morte a Reggio Emilia

Un viaggio in regione attraverso la musica

A cura di Claudio Bacilieri. Lettura di Fulvio Redighieri

19 novembre 2011

Le musiche di questa puntata: Dominic Miller, John Surman, Galt MacDermot, Zucchero, Cole Porter. 

Musica. Dominic Miller: November.

Buongiorno cari ascoltatori, lasciamo Giacomo Casanova al suo destino, perché non è più tempo di seduzione, e torniamo a concentrarci sul presente. Un presente che tutti troviamo amaro, triste, difficile, pericoloso. Tutti i dati dell’economia e della finanza volgono al peggio, lo spread è al limite della sostenibilità e il debito pubblico ci divora. Per la prima volta, forse, dal dopoguerra, la povertà torna a farsi vedere nelle sue vesti lacere. Tornano alla ribalta parole come lavoro, classe, sfruttamento, indignazione, cambiare il mondo, rivolta, addirittura rivoluzione. Torna alla ribalta il vecchio Karl Marx. Ne parliamo perché siamo appena arrivati a Reggio Emilia, che un tempo era la città più “rossa”, più comunista d’Italia. E ne parliamo anche perché è appena uscito un libro, Love and Capital di Mary Gabriel, in cui si raccontano – pensate un po’ – gli amori di Marx, la sua vita privata. Prima di cominciare, facciamo un breve giro nel centro storico di Reggio. Oggi pioviggina, è proprio tempo di novembre, ma la città sotto i portici è calda, avvolgente, materna.

Musica. John Surman: Portrait of a Romantic.

A Reggio, “entriamo in un caffè (…) dove vecchie, dai profili severi da uccelli di rapina, che Michelangelo ha dato alle sue Sibille, prendono il caffè in bicchieri, presso un camino su cui un cartello contiene il nome dei signori che contribuiscono al fuoco”.  Scena di vita quotidiana a Reggio Emilia, descritta dai fratelli De Goncourt nel 1855, negli anni in cui Marx, in esilio a Londra, stava lavorando a “Per una critica dell’economia politica”. Il teorico della rivoluzione proletaria era sposato con un’aristocratica, figlia di un barone prussiano. L’amatissima Jenny von Westphalen nonostante l’opposizione della famiglia seguì Karl a Londra, gli diede sei figli (di cui tre morti da piccoli) e con lui condivise una vita di debiti e di stenti, alleviata solo dai soldi ricavati dalla vendita delle sue argenterie e dal sostegno economico dell’amico Engels. Questi arrivò ad attribuirsi la paternità di un figlio illegittimo di Marx, che aveva tradito Jenny con la governante Lenchen. Il grande intellettuale del proletariato non disdegnava le amicizie femminili, probabilmente andava al bordello con Engels, amava i balli e il lusso. Ma agli occhi di Jenny era l’eroe della rivoluzione, il teorico di un mondo nuovo, il liberatore degli oppressi, il paladino della giustizia, il distruttore del capitalismo: l’amore vero; l’amore contro il capitale. 

Musica. Galt MacDermot: Jenny von Westphalen (da “The Karl Marx Play”, 2010).

Alla moglie di Marx è dedicato il brano che abbiamo appena ascoltato della compositrice e pianista canadese Galt Mac Dermot, autrice di musiche per il teatro. Ovviamente a Reggio Emilia esiste via Carlo Marx: non è propriamente in centro, ma c’è. Siamo ora nella bellissima piazza del Duomo. Prima che la chiesa chiuda, vogliamo andare a vedere nella navata sinistra il sepolcro di Cherubino Sforzani, opera di Prospero Clementi del 1566. Lo Sforzani era l’orologiaio del Papa e dell’imperatore Carlo V; era un uomo che di professione faceva il controllore e il misuratore del tempo. Il suo monumento è una gigantesca clessidra: è il tempo, ora, ad aver imprigionato lui per l’eternità. Una scultura metafisica. E già che ci siamo, andiamo a visitare altri due sepolcri in questa chiesa. Anche loro eloquenti. Ma prima, la canzone capolavoro di un musicista reggiano: è “Diamante”, di Zucchero.

Musica. Zucchero: Diamante.

Aveva un bel concetto di sé il vescovo di Reggio Gian Agostino Marliani. Si fece costruire il mausoleo funebre quand’era ancora in vita. Il suo busto scolpito nel marmo ci consegna un volto arguto, che osserva una stupefacente rappresentazione della morte: uno scheletro vestito col mantello e con tanto di falce, che nel testo riportato accanto dice, del vescovo: “Per più di 78 anni lo rincorsi e per 78 anni, operando con fede cristiana, pietà e liberalità, lui mi sfuggì, deridendo i miei sforzi. Quando finalmente riuscii a raggiungerlo, lo dovetti restituire all’immortalità”. Così parlava la morte nel Seicento a Reggio Emilia. Ma il monumento sepolcrale che ci piace di più, in questa chiesa, è quello di un altro vescovo, Bonfrancesco Arlotti, deceduto nel 1508. L’artista, Bartolomeo Spani, ha raffigurato il vescovo mentre aspetta la morte con noncuranza, sdraiato, dolcemente assopito, con la testa appoggiata sul gomito sostenuto dagli amati libri. La morte: una cosa naturale, che deve accadere. Reggio Emilia non la teme. I comunisti, poi, nemmeno credevano nell’aldilà. E Marx scriveva appassionate lettere d’amore a Jenny, mentre, stanco di pensare al processo di produzione del capitale e alla teoria del valore, per distrarsi flirtava con la governante.

Musica. Cole Porter: Love for sale (esecuzione Rossella Graziani Quartet).

Brano corrente

Brano corrente

Playlist

Programmi