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1 Aprile 2008 | Paesaggio dell'anima

Da Forlì all’inferno

Un viaggio in regione attraverso la musica

A cura di Claudio Bacilieri, lettura di Fulvio Redeghieri
1 aprile 2008

Musica. Francesco Guccini: Le piogge d’aprile.
        

Ma dove sono andate quelle piogge d’aprile / che in mezz’ora lavavano un’anima o una strada (…) / ma dove quelle piogge in primavera / quando dormivi supina / e se ti svegliavo ridevi? (…) / ma dove quelle estati senza fine / solo colore verde di ramarri / ma dove quelle stagioni smisurate?”. Cari ascoltatori, dove sono andate le piogge di primavera che Francesco Guccini ricorda nella sua canzone? E quelle stagioni smisurate, che sembrano non aver fine quando contengono l’infanzia e l’adolescenza, e poi invece ci consegnano tutti al passare dei giorni, alla fine delle ere? La scorsa puntata, la numero 100 della nostra trasmissione, abbiamo fatto una sosta, riproponendovi una tappa passata. Ora ripartiamo. Il viaggio di oggi ci porta indietro nel tempo, alla ricerca delle piogge perdute di primavera.

Siamo a Forlì, cari amici. Siamo nella città natale di uno straordinario scrittore, studioso, storico della letteratura, celebrato a dieci anni dalla morte con una mostra intitolata “L’odore dei libri”. Parliamo di Piero Camporesi, autore di una quindicina di libri, docente all’Università di Bologna, saggista conosciuto in tutto il mondo, al quale è stato dedicato agli inizi di marzo anche un convegno. Forse lui ci aiuterà a capire da dove veniamo e dove andiamo. Lui che ha trascorso la vita a frugare nei libri antichi, a sfogliare pagine che altri ignoravano, perché parlavano di cose “basse”, come il cibo, la digestione, l’olfatto, i supplizi, il sangue, le feci, la medicina – tutto quanto, insomma, a che fare con il corpo: con il modo in cui esso viene nutrito, amato, divorato, umiliato, squartato o glorificato.
E così, scopriamo che noi uomini moderni veniamo dalla fame, dalla lebbra, dall’impostura, dalle superstizioni, da allucinazioni diaboliche, da un mondo di vagabondi e saltimbanchi, e di odori feroci; veniamo dal putridume della carne, dalla materia sfatta, dal sapore del latte, dalle foreste incontaminate, da simboli che oggi non hanno più significato per noi. E viviamo aspettando ogni giorno il miracolo – come canta Leonard Cohen. Il miracolo dell’amore. 

Musica. Leonard Cohen: Waiting for miracle.

Cosa vedremmo, se una macchina del tempo ci riportasse alle epoche passate, al fastoso e carnale Cinquecento, al fosco e mortuario barocco o al lezioso e viperino Settecento? Camporesi ci ricorda che a quei tempi si vedeva la morte per strada. La morte sopraggiungeva solitaria durante il cammino, dopo il ricovero negli ospedali dei pellegrini. “Dopo il decesso, i vagabondi venivano inumati nei cimiteri riservati ai ‘poveri forestieri’, di solito posti fuori dalle mura urbane, non molto lontane dalle catapecchie nelle quali trovava precario alloggio la gente non protetta, gli uomini dagli incerti mestieri, gli esclusi dalle corporazioni, i marginali e i reietti”. Liberiamo la mente dall’Arcadia, dall’idillio: il mondo premoderno assomigliava all’India dei nostri giorni, o a un’immensa favela. Miseria ovunque, sporcizia, fogne pestilenziali che scorrono a cielo aperto tra il marciapiede e le case, minuscole botteghe traboccanti di merci, uomini accovacciati sui marciapiedi che improvvisano i più improbabili mestieri.
Ovunque in India si avverte la presenza della morte con i suoi colori e con il suo odore: un sentore di polvere, di spezie e di decomposizione. Così doveva essere il mondo antico, dove la terra era svelta – molto meglio di un inceneritore di rifiuti – a inghiottire i cadaveri dei pellegrini e i resti di gente inutile: “pezzenti senza fissa dimora, mendicanti di campagna o cantastorie falliti, ciechi suonatori ambulanti, giocolieri, acrobati, questuanti con cani ammaestrati, stagionali in cerca di lavoro, soldati disertori o sbandati, furfanti da trivio o romiti penitenti”.

Musica. Fulvio Redeghieri: Jenny.   

Il 4 novembre del 1738, racconta Camporesi, fu ricoverato nell’ospedale di Santa Maria a Reggio Emilia un diciottenne milanese, di professione merciaio ambulante, colpito da “dolor colico”. Se apriamo la sua bisaccia, il suo povero fagotto, gli troviamo di tutto, dagli aghi ai rosari, dai pettini alle stringhe, dai ventagli alle forbicine. Portava in giro la sua mercanzia, questo ragazzo, con la fame nello stomaco, riempito alla meglio da erbe e frutta. Il medico reggiano che lo cura, gli dà i lassativi, la teriaca – considerata fino all’Ottocento la panacea universale -, una passata di mandorle dolci sul corpo, gli spurga il sangue, gli pratica i suffumigi: niente da fare, il ragazzo ha febbre alta, delira, vomita materia verde. Muore come tanti lungo il cammino, dopo una “triste e dolorosa agonia consumata in solitudine fra volti estranei”.
Abbandoniamoci a questo magnifico pezzo del bolognese Quartetto Magritte prima di porci la fatale domanda: se il corpo è morto in tale sordidezza, squallore, solitudine, l’anima salirà in paradiso o andrà all’inferno?

Musica. Quartetto Magritte: Mare d’Aral  

L’inferno, ci dice Piero Camporesi, cominciava già dal “buco mortuario promiscuo” in cui erano gettati i cadaveri dei senza fissa dimora. “Rotolavano tutti, uscendo dalla gabbia del mondo, in un’ammucchiata anonima, inutile cianfrusaglia umana”. L’inferno era immaginato proprio come “l’universo-letamaio mucillaginoso, sordido e appiccicoso” in cui molti di questi derelitti avevano trascorso la vita. Un inferno che “esala il fetore intollerabile del carname ammucchiato”.
E se invece l’inferno fosse vuoto? “Esiste, ma potrebbe anche esser vuoto”, diceva uno dei maggiori teologi contemporanei, Hans Urs von Balthasar. Vuoto come in fondo lo pensava Origene, che sognava la liberazione finale di tutti i dannati: un’amnistia generale, valida anche per Satana e i diavoli. Vuoto, aggiunge Camporesi, “come una città perduta o un villaggio abbandonato, (…) come una qualunque città del ferragosto italiano”. Oppure un “non luogo”, come sostiene Giorgio Manganelli, senza frontiere e senza confini, “espanso a macchia d’olio come l’incubo di una megalopoli giapponese o messicana”.
Dall’inferno ci risponde la voce cavernosa, luciferina, della performer Diamanda Galas.

Diamanda Galas: The Desert – part 2 (Da “Defixiones, Will and Testament”) 

E se invece l’inferno fosse pieno, ci sarebbe o no Maometto, come appare nell’affresco che decora la Cappella dei Re Magi nella basilica di San Petronio a Bologna? Come sapete, l’affresco dipinto da Giovanni da Modena a partire dal 1408 rappresenta una visione apocalittica tardogotica di ispirazione dantesca. Maometto vi è raffigurato come un vecchio dalla barba bianca torturato da un demone. La presenza del dipinto ha portato, sei secoli dopo, al transennamento della chiesa per paura di un attentato terroristico, non si sa se veramente annunciato. La gradinata di San Petronio, dove migliaia di giovani si sono sempre seduti per godersi la bellezza di Piazza Maggiore, è stata chiusa da una cancellata anti-terrorismo. Ecco, forse questa paura che serpeggia nella nostra società globalizzata è l’anticamera dell’inferno, in quanto negazione della libertà. “L’ultimo stadio del processo di smantellamento dell’inferno classico – scrive Camporesi – corrisponde alla totale ma ormai inutile interiorizzazione dell’inferno, riassorbito dentro le forme viventi e perfino dentro le cose inerti e gli oggetti meccanici”.
L’inferno è ovunque e da nessuna parte? Riprenderemo l’argomento la prossima volta.
Intanto, ci aiutano a definire i contorni del nostro inferno, i “gioielli” di Baudelaire cantati dal grande Leo Ferrè: Les bijoux. Lei, “mollemente distesa”, è vestita solo dei gioielli, che tintinnano quando si muove. Paradiso o inferno?

Musica. Leo Ferrè: Les Bijoux (dal poema di Charles Baudelaire).

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