8 settembre 2012
Le musiche di questa puntata: Bajofondo Tango Club e Adriana Varela, Giorgio Gaber, Gavino Murgia, Gianna Nannini, Ravi Shankar.
Musica. Bajofondo Tango Club: Perfume (canta Adriana Varela).
“Seguirò le tracce di questo desiderio / come la sete cerca l’acqua /sulla scia del tuo profumo /La tua dolce tempesta mi ha attraversato /Ho seguito il percorso del ricordo /il percorso del tuo profumo / l’eco del tuo profumo / Non c’è alcuna solitudine in grado di sopportare / lo slancio antico e sottile / dell’eco del tuo profumo”. Bel pezzo di tango: la voce della cantante argentina Adriana Varela introduce la nostra puntata. Ricordate cari amici di cosa abbiamo parlato la settimana scorsa? Di odori, delle città maleodoranti dei secoli passati; parleremo della decomposizione delle carni, dell’afrore dei corpi, dell’opposizione tra odori animali e profumi floreali; per contrasto, parleremo anche di profumi, come abbiamo iniziato a fare con Perfume cantata da Adriana Varela. Dobbiamo pertanto tornare indietro nel tempo, e ritornare a Modena, da cui parte la nostra storia degli odori.
Musica. Giorgio Gaber: L’odore.
“L’odore” è la canzone di Giorgio Gaber del 1974 che denuncia il nauseabondo puzzo del potere, nascosto dietro la rispettabile facciata dei suoi rappresentanti. Il lerciume morale: l’odore come metafora. Ma non era una metafora, il tanfo – appena mitigato dall’acqua di rose – che appestava le società del Sette e Ottocento descritte nella “Storia sociale degli odori” di Alain Corbin. Prima di entrare nel tema, dobbiamo presentarvi quattro personaggi: tre modenesi e un romagnolo. Il primo è Alessandro Tassoni, poeta eroicomico e letterato, di nobile famiglia modenese, vissuto tra Cinque e Seicento, spirito acuto e bizzarro che ci ha lasciato la descrizione burlesca ma veritiera di Modena città maleodorante, che “nel pantan mezza sepolta siede”. Come tutte le città dell’ancien regime, Modena era pervasa da “lezzo e putredine (che) sembravano emanare da una terra corrotta e immonda il cui intimo ‘sugo’ s’era putrefatto” – ha scritto Piero Camporesi nella prefazione alla “storia degli odori” di Alain Corbin. L’inquinamento olfattivo era molto legato ad alcune attività lavorative come la concia delle pelli animali, al sudiciume delle persone alimentato da una cattiva igiene e alle infezioni dovute a malattie, epidemie, decessi per peste o per guerra, che rendevano familiare lo spettacolo della morte.
Musica. Gavino Murgia, Patrice Héral & Michel Godard: Trace de Renaissance (da « Le Concert des Parfums », 2010).
Ogni male produce i suoi anticorpi, ed ecco dunque che le terre di Modena danno i natali a due uomini di cultura impegnati in un vasto programma di modernizzazione: il medico e scienziato Bernardino Ramazzini, vissuto tra il 1633 e il 1714, autore della prima storia della medicina sulle malattie professionali, e il padre della storiografia italiana Ludovico Antonio Muratori, espressione della cultura modenese del tardo Seicento. Il quarto personaggio, dopo Tassoni, Ramazzini e Muratori, è il forlivese Piero Camporesi, saggista e storico della letteratura italiana, morto a Bologna nel 1997. Autore di molti saggi dalla scrittura irresistibile tradotti anche all’estero, ha indagato gli aspetti antropologici della cultura tra medioevo, rinascimento ed età moderna, testimoniando come nessun altro l’adesione a quel mondo delle radici che viene dalla notte dei tempi. Prendiamo allora qualche spunto dalla sua introduzione al saggio sugli odori di Alain Corbin. Camporesi afferma che il primo a pensare di scrivere una “storia naturale e medica degli odori” fu Ramazzini, che poi rinunciò per la complessità dell’impresa. Bernardino Ramazzini voleva studiare il complesso rapporto che lega l’uomo agli aromi, analizzare l’odorato in tutte le sue implicazioni antropologiche e sociali. La ricerca sarebbe poi stata portata avanti dalla scuola francese.
Musica. Gianna Nannini: Profumo.
“L’alternarsi delle preferenze tra profumi animali (acri, pungenti, inconsciamente associati alla carne, al cadavere, all’escremento e alla sua occulta profezia, o sentore, di morte) e le delicatezze femminee dei profumi vegetali rispecchia attitudini sociali differenziate, diversi rapporti con la vita e con la morte”, scrive Camporesi. Oggi noi viviamo in una società anestetizzata, senza più olfatto. Le società del passato – come anche oggi quelle più arcaiche o tradizionali, asiatiche o africane – erano società di odori forti. “I secoli dominati dal lezzo di città maleodoranti, dall’afrore di corpi mal lavati, quasi sempre infestati dai parassiti, spesso ulcerati e piagati, dove la tigna e la rogna (…) scavavano i corpi di nobili e di straccioni; i secoli (…) in cui, per purgare il corpo dei cattivi umori (…) e dalla sanie del sangue si aprivano deliberatamente piaghe artificiali perennemente fetide (…); dove i cadaveri si ‘condivano’ e cospargevano di balsami contro la corruzione troppo rapida”, dove le malattie erano tanto feroci e le pestilenze tanto orribili che si riteneva la terra infettata da un tossico mortale; in questi secoli – scrive Camporesi – “il problema sociale del fetore e del lezzo umano, ancor prima dei miasmi e delle esalazioni emananti dagli acquitrini, dai fossati, dagli scoli, dai canali, dalle acque marce, morte, mefitiche, diventava (…) una questione ‘politica’, di tollerabilità e di sopportazione sociale”. Nel Seicento in particolare, le città e le campagne erano piene di mendicanti e vagabondi: la puzza dei poveri aggrediva l’olfatto, mentre gli occhi erano spesso costretti a vedere sangue sparso, cumuli di cadaveri, cataste di ossa, i corpi degli appestati gettati dalle finestre. Andiamo in India, per ritrovare gli odori forti dei secoli passati.
Musica. Ravi Shankar: Morning love (da “Concerto per sitar & orchestra”).