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10 Maggio 2012 | Racconti d'autore

Debite proporzioni

di Andrea Menetti, MUP (Monte Università Parma) Editore, 2012. Prima puntata

A cura di Claudio Bacilieri. Lettura di Fulvio Redeghieri.

10 maggio 2012

Andrea Menetti è nato a Bologna nel 1968. Ha curato il carteggio di Renato Serra con Luigi Ambrosini (Mio carissimo, MUP 2009), una raccolta di scritti di Ezio Raimondi (La stagione di un recensore, MUP 2010), un’antologia delle riflessioni dedicate da Antonio Gramsci a giornalismo, editoria e letteratura (Il lettore in catene, Carocci 2004) e, con Giovanna Delcorno, ha ricostruito la storia della biblioteca personale di Antonio Ungar, bibliofilo e allievo di Giovanni Pascoli (Un lettore marginale, Pàtron 2004). Debite proporzioni è il suo primo romanzo.

“Debite proporzioni – scrive nella prefazione Ivo Iori – (…) che ci invitano a vedere in queste pagine di Menetti echi di D’Arzo e del primo La Capria, ma pure di un certo Parise e di quell’aura ‘magica’ del realismo bontempelliano. Non c’è dubbio che una certa atmosfera sospesa, interrogativa, sfuggente nel voler celare, per un velato e profondo pudore esistenziale, alcuni passaggi della vita del protagonista Umberto Redondi, è consonante a diverse pagine di quello straordinario racconto che è Casa d’altri di D’Arzo. Così come una certa variazione di sentimenti, tra una sfumata realtà (un mondo dai contorni incerti, quasi, come mi ha confessato l’autore, fosse “una fotografia messa a bagno nell’acqua”) e un trasfigurato passato di ricordi affioranti – variazione che spinge Umberto Redondi a una più piena adesione alla propria vita – sembra proprio ciò che al pari anima il protagonista del Giorno d’impazienza di La Capria”.

Lunedì 14 maggio, ore 15.00 al Salone internazionale del libro a Torino (Spazio Autori A) verrà inaugurata la nuova collana Petitò, MUP Editore, di scritti inediti, insoliti e rari. Debite proporzioni è uno dei 4 volumi che inaugurano questa nuova collana.

 

***

D’un tratto, si riprese. Aveva smesso di pensare per tutto il rapido tragitto, distolto dal succedersi dei portici in penombra, osservati attraverso gli opachi finestrini dell’autobus. Si era dimenticato di tutto: di Adele Puccini e Francesco Grilli, di Adelmo Faccioli e di quei debiti che aveva pagato, rispettosamente e coscienziosamente, fino all’ultima richiesta. In fondo, non era stato così difficile. Vedere i beni (i quadri; i tappeti, i soprammobili raccolti in una vita e miracolosamente sfuggiti alla guerra; l’intera biblioteca e, infine, l’appartamento di via Ugo Bassi), uno a uno, andarsene, quello sì, aveva richiesto una buona dose di energia; ma dal dichiarare la disponibilità al disfarsi di tutto, al concludere poi la vendita, i tempi erano stati brevi, piacevolmente brevi. E questi, condotti da un Francesco Grilli alle prime prove (se non alla primissima, che ne aveva messe in luce le doti di mediatore, addirittura di politico), avevano costituito le uniche note di letizia.

Umberto Redondi, al pari di molti che lo hanno preceduto e di altri che seguiranno, si fece una vaga idea di certi meccanismi solo molto tempo dopo la conclusione di alcuni avvenimenti. Passata la guerra infatti, essersi ritrovati con la vita salva sembrava già abbastanza. Per i Redondi, poi, la fortuna aveva riservato una sorpresa di riguardo, lasciando intatto il triangolo che costituiva la loro vita materiale: l’appartamento nel centro storico di Bologna; il casale infossato tra le colline e i grigi calanchi di Rastignano (il medesimo dove Umberto Redondi ora risiedeva con la moglie); le proprietà di Poggio. Più in là, il loro mondo non avrebbe avuto rappresentazione alcuna, sparendo, semplicemente, alla vista e ai sentimenti.

Tuttavia qualcosa non aveva funzionato. In quella circostanza, non Umberto, bensì il padre, il professor Alceste (titolare della cattedra di disegno e storia dell’arte presso il collegio Buganelli, ed assoluta autorità tra coloro che, provenendo da Modena, da Mantova, da Ferrara e ancora oltre, verso il confine del Veneto e della Lombardia, scendevano a Bologna per mercanteggiare in opere d’arte), aveva scelto la via. E la decisione, nel bene o nel male, pesò.

Qualche scossone, dovuto alle sospensioni rigide del mezzo e al fondo di pietra della strada, e il viaggio inatteso giunse al termine. Dall’autobus, Umberto Redondi scese come mettendo piede in territorio straniero. Non una sagoma, di quelle che percepiva nel volgere lo sguardo all’intorno; torcere il busto; piegare la schiena nel tentativo di sottrarsi all’inclinazione della luce, ammetteva essere familiare, prossima a una città che riconosceva come propria. Lo spazio fisico – questo aveva già potuto appurarlo durante gli anni di umbratile esilio tra le umidità argillose della collina – in questo malessere, era di poco peso. Di ben altro tenore, invece, tutto il resto, unito in un mannello di sensazioni dove trovavano dimora anche le cose, tra loro, più lontane: i volti intravisti lungo le strade, soprattutto: bianchi, incavati, quasi vi fosse, tra quelle maschere di sofferenza, la condivisione di una qualche, grave, patologia. E poi, per converso, la floridezza quasi ingiustificata, solenne, cardinalizia, parimenti enigmatica e diffusa, di altri volti. Fuori da ogni calcolo, v’era da dedurre che tutto, proprio tutto, si era nuovamente assestato nella normalità. Il proprio volto, anch’esso incavato, d’accordo, e quello bianchissimo della moglie, l’Adele Puccini, gli apparivano comunque sotto una diversa prospettiva, quella di una luce opalescente che da quei volti irradiava, forse, le ultime stille prima dell’inesorabile, comune, definitivo appassimento.

Stava, insomma, invecchiando, ma non era di certo questo a destare in lui preoccupazione. Piuttosto – e riconosceva, questo, con rammarico – piuttosto era il tempo, che, rivolgendosi su se stesso, aveva compiuto un giro completo rimettendo ogni cosa nell’ordine precedente. Ma – era costretto a ammettere – il ragionamento tanto più valeva quanto ne rimaneva fuori proprio lui, dimenticato e costretto ancora a fare i conti con fatti che avrebbe voluto – e dovuto, non man- cava mai di sottolineare – spingere nel fondo della memoria.

Provò a incamminarsi, procedendo verso i marmi bianchi della scalinata che porta al Parco della Montagnola. Si aggiustò l’impermeabile, alzandone il bavero ed incassando un po’ le spalle, e avvertendo, nell’operazione, un lieve senso di pesantezza al braccio sinistro. Aveva fatto bene, rifletté toccandosi ancora il braccio, aveva fatto proprio bene a lasciare là quei due. Magari – e, nel pensarlo, con un riflesso automatico stirò leggermente le labbra – Francesco Giuseppe Grilli e Adele Puccini lo stavano ancora aspettando. E per quanto ancora! Di sicuro – proseguì nella meditazione solitaria, fermo sul marciapiede e incurante dell’intralcio che provocava a ogni rilascio di passeggeri dagli autobus – di sicuro si sarebbero intesi, elementi, entrambi, della peggior specie.

Voltandosi verso la propria destra, il suo sguardo sarebbe incorso nelle pensiline dell’autostazione. Più in là, occultata alla vista, la stazione ferroviaria – preceduta dalla macchia scura e squadrata degli uffici o degli alloggi per i dipendenti – che lo avrebbe portato lontano in pochi attimi, giusto il tempo di affrontare la coda meno lunga e saltare sul primo treno in partenza. Si mise una mano in tasca, poi l’altra, alla cieca, con movimento rapido, per cercare un po’ di denaro che era sicuro di avere con sé. Lo trovò, accartocciato e inumidito, in fondo alla tasca, dove la mano stretta a pugno lo aveva spinto poco prima. Lo dispiegò lentamente, con un lieve senso di freddo ad attraversargli le dita. Durante quelle operazioni aveva ripreso a camminare. Scelse la fila più corta: davanti a lui, infatti, non c’erano più di quattro o cinque persone, assistite da un impiegato che sembrava sapersi disimpegnare con abilità maggiore rispetto agli altri sportelli. Di scatto, si voltò prima a destra e poi, dopo un breve indugio, anche a sinistra, quasi volesse rendersi conto di dove si trovasse, e cercando di inquadrare il più possibile di quell’enorme ambiente di marmi freddi e tesi nella loro poco ricercata geometria. A distanza, riusciva a sentire il rumore sordo e costante dei motori; un vociare confuso di qualcuno che si stava salutando; una risata: bella, chiara, di quelle che non avrebbe faticato a ricordare.

«Deve cambiare a Vignola, ma le faccio un unico biglietto.» Umberto Redondi annuì frettolosamente, stendendo una banconota e facendola passare attraverso la feritoia, ricevendone in cambio non solo il biglietto e qualche moneta di resto, le indicazioni per trovare la corriera e altre cose che afferrò a stento; ne ebbe pure la sensazione di essere nel torto, lontano quanto mai da una possibile – per quanto generica – ragione.

Non era, tuttavia, che l’inizio. Col biglietto tra le mani, ogni operazione pareva conclusa, ma anche presso Redondi medesimo l’illusione durò solo brevi istanti. Nessun accadimento gli fece cambiare opinione: solo l’esperienza di chi ha poco ottenuto da una ebbrezza improvvisa.

Brano corrente

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