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20 Marzo 2010 | Paesaggio dell'anima

Disastri e passioni

Un viaggio in regione attraverso la musica

A cura di Claudio Bacilieri. Lettura di Fulvio Redeghieri.

20 marzo 2010

Le musiche di questa puntata: Erik Satie, Brian Eno, Carlos Lazarte, Big Organ Trio, Hélène Martin, Olga Manzano & Manuel Picon.

Musica. Erik Satie: Gymnopédie I

 Musica dell’immobilità. Erik Satie compose le famose tre Gymnopédies nel 1888 (noi abbiamo ora ascoltato la prima), perseguendo l’utopia di una musica immobile. Ponendosi fuori dal tempo, in un tempo senza storia scandito dal ritmo lento e solenne, quasi al rallentatore, di una “danza di giovani nudi” (questo il significato della parola gymnopédie), questo bizzarro musicista che faceva collezione di ombrelli e dava appuntamento a se stesso tramite posta, è stato il geniale guru delle avanguardie. Come la celebre tartaruga di Zenone, restando fermo andava più veloce di tutti gli altri futuristi e avanguardisti. Teorizzava una musica d’arredamento, da tappezzeria, di sottofondo, che in tempi più moderni sarebbe stata chiamata da musicisti come Brian Eno “ambient music”. Brian Eno compose Music for Airports, pietra miliare della musica d’ambiente contemporanea, nel 1978, novant’anni dopo le Gymnopédies.    

 Musica. Brian Eno: 2/1 (da Music for Airports).

 Musica per aeroporti: il tramestio dei viaggiatori al check-in, la leggera euforia della partenza, la noia del già visto al duty-free, i controlli, i bagagli, e poi il decollo, l’atmosfera irreale tra le nuvole. Immobilità. Tartaruga nell’aria. Perché parliamo di questo? Perché la quiete irreale, la fantastica immobilità, può essere spezzata violentemente. Dall’amore: l’amour fou  – l’amore pazzo dei surrealisti – che sconvolge come un terremoto una vita sino allora tranquilla. O dal terremoto vero e proprio, dal sussulto della terra, che si scuote come un animale infastidito. Il terremoto che ci ha colto in Cile, mentre andavamo per incontrare emiliano-romagnoli che il destino ha portato nella terra del fin del mundo, zona tra le più sismiche del pianeta, attraversata da una faglia che è come un dolore nelle ossa, acquattato tra la costa del Pacifico e le Ande, un infarto sotterraneo pronto a scoppiare. Il Cile è un balcone tellurico sospeso sull’Oceano. E’ segnato dall’“iracondo destino” del terremoto che lo annichilisce, come scrive il suo più grande poeta, Pablo Neruda, al quale il compositore argentino Carlos Lazarte ha dedicato questo “Poema para Pablo” che andiamo ad ascoltare.

 Musica. Carlos Lazarte: Un Poema para Pablo.

 “Per i muri caduti, / il pianto nel triste ospedale, / per le strade coperte di macerie e paura, / per l’uccello che vola senz’albero / e il cane che ulula senz’occhi …” – ha scritto Neruda in occasione del terremoto del 1960. Noi, che ci eravamo portati Neruda da leggere in aereo, eravamo preparati ad altre poesie. A quella che dice: “ Ho dormito con te / tutta la notte, mentre / oscura la terra gira / portando vivi e morti / e svegliandomi d’improvviso, / immerso nell’oscurità, / il mio braccio cingeva la tua vita. Invece, svegliandoci d’improvviso, nell’oscurità della notte, nella pre-Cordigliera delle Ande a 90 km da Santiago, abbiamo incontrato il terremoto. Nella mitologia dei Mapuche, gli abitanti originari del Cile, terremoti, tsunami, eruzioni vulcaniche, spiegano la storia e la geografia di questi luoghi alla fine del mondo, dove la roccia, la pietra, l’acqua, la lava, le crepe della terra, l’onda assassina dell’Oceano scavano il paesaggio, lo disarticolano, lo abbandonano alle correnti sotterranee, alle forze telluriche, alla magnitudo distruttiva.

 Musica. Big Organ Trio: Earthquake.

 Il terremoto – earthquake – è l’orgasmo della madre terra, che si scuote tutta nel profondo, opponendo la sua energia incontrollabile alla violenza che subisce dagli uomini, e assestandosi sulle rovine di ciò che loro hanno costruito. Eppure questi uomini sono come spruzzati da un’onda incomparabile, da un vento imperioso, su questa terra sismica, spinti dall’urgenza dell’emigrazione. Come i Bianchini che a Los Andes, sulla pre-Cordigliera andina, gestiscono con successo una struttura termale che nel menu del ristorante insieme alle humitas e alla cazuela prevede piatti emiliano-romagnoli. Tutto cominciò col “doctor” Antonio Bianchini, medico riminese emigrato in Cile nel 1938 con la moglie tedesca, Gerda Frost, e i figli. Non potendo fare il dottore per il mancato riconoscimento della laurea, Antonio Bianchini lavorò come ricercatore in un laboratorio farmaceutico e come albergatore, comprando un piccolo albergo che ora è diventato l’Hotel Termas El Corazón gestito dalle figlie ultrasettantenni Maria Vittoria, in amministrazione, e Anna, in cucina.

 Musica. Hélène Martin: Pablo mon ami (da Elégie à Pablo Neruda. Testament d’Automne).   

 A Capitan Pastene, nel sud del paese, a soli 200 km dall’epicentro del terremoto che ha sconvolto il Cile, vive una delle più antiche comunità italiane. Si tratta di modenesi della zona del Frignano, approdati qui in due ondate, nel 1904 e nel 1905, per sfuggire alla miseria italiana, e per trovarne una pari all’altro capo del mondo. Dagli Appennini alle Ande, senza molta fortuna. Ora questo strano posto cileno dove si mangiano le tigelle, si trova al centro dell’attenzione della Regione Emilia-Romagna, che ha messo in piedi un tavolo istituzionale per intervenire a favore delle comunità terremotate nelle regioni del Bio Bio e dell’Araucania. Anche noi siamo vicini al loro dolore. Noi, che vorremmo che l’unico terremoto fosse quello del cuore. Quello che colpì Pablo nel 1949 e gli fece scrivere i versi de “La noche en la isla”, quando, già sposato a Delia Del Carril, s’innamorò di Matilde Urrutia. L’isola della poesia è quella di Capri, dove arrivò con la sua amante. E dove i sogni degli amanti si uniscono “come rami che uno stesso vento muove”.

Olga Manzano & Manuel Picon: La noche en la isla (da Pablo Neruda)

 

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