13 marzo 2010
Le musiche di questa puntata: Marco Uccellini, Waterboys, Bevano Est, Jim Morrison, Cecilia Chailly.
Musica. Marco Uccellini: Sonata Nona detta La Reggiana (Arcadian Academy & Nicolas Mc Gegan).
Stiamo ascoltando, cari amici, una composizione di Marco Uccellini, musicista barocco, grande maestro di violino, attivo a Modena e Parma ma romagnolo, nato – come Pellegrino Artusi – a Forlimpopoli, intorno al 1603, poco prima che morisse Caravaggio e negli stessi anni in cui venne al mondo, in Romagna, un altro straordinario artista, Guido Cagnacci. Il nome di Cagnacci non è conosciuto come quello di Caravaggio, ma anche il nostro romagnolo è da considerarsi tra i massimi pittori del Seicento. Cagnacci era un pittore di donne. Le sue Cleopatre, le sue Maddalene o Susanne, erano le donne più sensuali nella pittura del secolo. Guardiamo le tante Cleopatre che ha dipinto: la morte, portata dal morso di serpente, dipinge brividi sul loro corpo ed estasi sul loro volto. Amore e morte: il piacere e il dolore si confondono. Amore e morte, Love & Death, è una suggestiva ballata dei Waterboys con i versi del poeta irlandese W. B. Yeats. “Vai a chiedere al più giovane degli angeli, /E lei ti dirà con il fiato sospeso / Che accanto alla porta del giardino di Maria / Stanno gli spiriti – amore e morte”…
Musica. Waterboys: Love & Death (testi di W. B. Yeats).
Cagnacci “è talmente pittore di donne – scrive Beatrice Buscaroli ne I colori nelle mani – che i suoi quadri più immensi, anche quando dipinge gli uomini, fanno declinare il suo stile lungo la curva di una sensualità complessa e turgida: angeli, apostoli, chierici con le bocche oblique, in ombra come cantanti in attesa di attaccare …”. Erano strani, i pittori secenteschi. Caravaggio tirava carciofi in faccia alla gente, Agostino Tassi violentava le figlie degli amici pittori, La Tour era un usuraio, Guido Reni di notte si giocava a carte i quadri che aveva dipinto di giorno. E Cagnacci stava con una ragazza che girava vestita da uomo. La faceva passare per il suo servitore e la usava come modella. Nato a Santarcangelo di Romagna, Cagnacci nella sua Rimini aveva assorbito il meglio della pittura del tempo, grazie anche ai pittori di passaggio che facevano la spola tra Bologna e Roma. Anche lui era sempre in movimento: insofferente, anarchico, solitario, si fermò un po’ a Venezia, portandosi dietro la vedova riminese che scappava dalla Romagna, girò l’Europa, arrivò a Vienna, dove rimase fino alla morte, acclamato per i nudi che poteva dipingere in libertà.
Musica. Bevano Est: Rimini (di Fabrizio De Andrè).
Parlavamo di Rimini, e abbiamo ascoltato la “Rimini” di Fabrizio De Andrè nella versione in dialetto romagnolo dei Bevano Est. Rimini è una canzone che parla di sogni abortiti, di errori e rinunce, come quelle di Teresa, che rifiuta un figlio, e di Colombo, che rinuncia alla terra appena scoperta – ma poi si pentono. Il pentimento, così barocco! Il pentimento, che gioca a nascondino col peccato, come in Cagnacci, con la sua sfilata di Maddalene nude e ammiccanti, e di Cleopatre abbandonate su una seggiola, dove “tutto si placa, il dolore, i sensi, la storia” – scrive Beatrice Buscaroli. E mentre i pittori suoi colleghi dipingevano le ascensioni vertiginose di madonne e santi e beati nel cielo controriformista, il “lunatico guascone errante del Seicento italiano”, come lo definiva Carla Ravaioli, nei cieli cercava le sue bellezze morenti e penitenti, che potevano fargli intravedere l’inferno.
Musica. Jim Morrison & The Doors: The end.
L’inferno degli artisti. L’inferno che non riesce a sopportare chi anela troppo al paradiso. Per questo il paradiso è pericoloso quanto l’inferno. Tra le rockstar scese all’inferno nel libro di Carlo Lucarelli “La faccia nascosta della luna”, c’è naturalmente Jim Morrison, il Re Lucertola, con quella sua “morte sospetta, così all’improvviso, nella vasca da bagno” di una stanza d’albergo a Parigi il 3 luglio 1971, per crisi cardiaca, overdose sciamanica o chissà che. Terribile, il testo premonitore di “The end”: “Questa è la fine / magnifico amico / Questa è la fine / mio unico amico, la fine / dei nostri piani elaborati, la fine / di ogni cosa stabilita, la fine / né salvezza o sorpresa, la fine / non guarderò nei tuoi occhi… mai più / puoi immaginarti come sarà / così senza limiti e libero / disperatamente bisognoso di una mano straniera / in un paese disperato / perso in una romana regione di dolore …”. I concerti di Jim Morrison erano riti magici, esperienze mistiche. La sua band si chiamava “The Doors”, le porte, da un verso di Blake: “quando le porte della percezione sono spalancate / le cose appaiono come veramente sono: infinite”.
L’infinito, dunque: come quello evocato dall’arpa di Cecilia Chailly.
Musica. Cecilia Chailly: Infinito.