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2 Dicembre 2010 | Racconti d'autore

Egregio ingegner Giuseppe Bottazzi

Di Donato Ungaro, Battei, 2010 (seconda puntata)

A cura di Claudio Bacilieri. Lettura di Fulvio Redeghieri.

2 dicembre 2010

Dalla fantasia del giornalista Donato Ungaro nasce un appassionante racconto ambientato sulle rive del Po che rievoca, a cinquant’anni di distanza, le atmosfere dell’intramontabile saga guareschiana di Peppone e don Camillo. Protagonisti, i nipoti dei due eterni duellanti: il giovane ingegnere Giuseppe Bottazzi, che dal celebre nonno comunista eredita non solo una casa nella Bassa ma anche il nome e il cognome, e la missionaria laica Cesira, unica discendente del famoso parroco. Per un caso fortuito i due s’incontrano dando inizio a una lunga serie d’avventure.

Egregio ingegner
Giuseppe Bottazzi…

Il pranzo del mezzogiorno consumato nel ristorante dell’albergo appesantì l’ingegnere, che provò a stendersi un po’ per riprendersi dallo strapazzo del viaggio. Lui non viaggiava quasi mai, la sua posizione rendeva indispensabile la presenza costante dell’ingegnere in fabbrica, quindi non era lui a viaggiare, ma erano i suoi collaboratori a raggiungerlo.

Si alzò intorno alle quattro del pomeriggio, riposato, ma con un peso sullo stomaco; decise di girare un po’ per il paese, giusto per tirare l’ora di cena. Mentre si rivestiva, faceva il programma della giornata successiva; la mattina avrebbe visitato la vicina città e nel pomeriggio avrebbe assistito all’esumazione del nonno. Avrebbe affidato i resti alla “fidata ditta” e sarebbe ripartito per la Germania. La mattina successiva si sarebbe già ritrovato in fabbrica.

Tornò verso la piazza principale del paese, si sedette a un tavolino e si fece portare da bere.A un certo punto vide la nipote del vecchio parroco uscire dalla chiesa, rimanere sul sagrato a parlare con il prete per poi infilarsi nella cabina telefonica poco distante. Continuò disinteressato a sorseggiare la sua bibita, finché la donna usci dalla cabina telefonica e si infilò in una piccola automobile, partendo a razzo. In quel momento le campane batterono le 17 e 30.

Si avviò a piedi sotto il viale alberato che porta a Po; gli sembrava di risentire la voce di suo nonno, che lo chiamava ogni volta che lui si nascondeva dietro a un platano. Girò sull’argine guardando da lontano i tetti delle case del paese, con i campanili che spuntavano tra i coppi rossi.

Rimase qualche istante sulla riva del fiume, con gli occhi socchiusi, a respirare quell’aria che correva sulla corrente, a pelo d’acqua, assorbendo e trasportando con sè l’umidità e il sapore del liquido elemento. Nel tornare percorse i portici dove c’erano ancora un paio di vecchie botteghe con le porte di lamiera decorata e vetro, con il campanello che suonava quando si entrava; entrò in una di queste inconsciamente, guidato dall’abitudine di più di vent’anni prima.

– Desidera? – chiese un vecchio, spuntato dalla tenda verde che divideva il negozio vero e proprio dal retrobottega. Mancò un niente che dicesse “due toscani”, ricordando di quando il nonno restava a giocare a carte, al tavolino del Caffè Centrale, e lo mandava a prendergli i sigari. – Una cartolina – disse, e si sentì gelare il sangue: il negoziante era ancora lo stesso di trent’anni prima. Il Poletti.

Il vecchio lo servì con gli occhi bassi, senza rivedere in quell’uomo il ragazzino che veniva a comperare i sigari per il compagno Peppone. Lo avesse saputo, sarebbe ringiovanito di trent’anni. Aveva ancora davanti un Bottazzi, Giuseppe Bottazzi, detto Peppone. L’ingegnere uscì e quando fu di nuovo sotto il portico ebbe un lampo: “la palta”. In dialetto, il tabacchino, si chiama “la palta”. Tornò in albergo con la cartolina in mano.

Chiese una cena leggera e si ritirò nel salottino nell’albergo a vedere la televisione; la guardava senza interesse, quando senti una voce di donna chiedere di lui al portiere. Si alzo, mentre il portiere indicava il salottino alla donna. – Ho passato tutto il pomeriggio a fare ricerche – il tono della donna era caparbio, entusiastico per quello che aveva trovato e per quello che aveva sentito dai vecchi – i nostri antenati erano due scavezzacollo di prima riga – così dicendo allungò all’ingegnere alcune fotocopie di giornali locali d’annata, che riportavano le gesta del sindaco e del parroco dell’epoca. – Se volesse perdere un po’ del suo prezioso tempo, caro il mio signor ingegnere, potrei raccontare alcuni episodi che potrebbero farle capire che suo nonno appartiene a questa terra; e lei non lo può portare via.

– Ho preso la mia decisione e non la cambierò per lei, signorina. Buonanotte – rispose l’ingegnere; e restituendo le copie dei quotidiani si allontanò. La donna gli sbarrò la strada. – Sono vent’anni che giro per il mondo, aiutando i più deboli; e le posso garantire che da costoro ho imparato cose che la nostra civiltà non mi ha insegnato. Una di questa è il rispetto per gli anziani; e per i morti. Non credo che riuscirà a fare quello che vorrebbe fare, compagno ingegnere.

Così dicendo buttò i giornali ai piedi dell’uomo e si girò, allontanandosi. L’ingegnere raccolse i giornali, li appoggiò sul bancone della portineria e si avviò su per le scale.

– Maledetto campanile – era l’una e mezza. I rintocchi delle campane avevano già svegliato l’ingegnere svariate volte. Non riusciva più a dormire; si rigirava nel letto avendo modo di sentire sotto la schiena tutte le pieghe delle lenzuola. Più si girava e più disfaceva il letto, aumentando il nervoso che gli attanagliava lo stomaco.

Si alzò di scatto, imprecando e buttando via le lenzuola. Il sonno era passato di colpo. Raggiunta la valigia con la mente sgombra da pensieri, tirò fuori una tuta da ginnastica, e una volta

vestito continuò a cercare in una tasca della borsa da viaggio; a un certo punto sentì distintamente fra le dita l’oggetto che cercava: il mazzo di chiavi della casa di suo nonno. Scese le scale e si trovò nell’atrio dell’albergo. – Esce, ingegnere ? – gli domandò il portiere di notte.

– Si, non riesco a dormire; provo a fare due passi. Così dicendo allungò la mano e riprese le fotocopie dei giornali, che erano ancora sul bancone, mischiate a depliant pubblicitari. Si avviò lungo le strade che aveva percorso al mattino; come le trovava diverse, quasi vive di una luce diversa, rispetto a quella del giorno, con i lampioni che illuminavano gli angoli delle strade, creando giochi di ombre e di luce. All’ingegnere sembrò un peccato essere lì da solo, a godere di quello spettacolo di luce artificiale e luce lunare. Arrivò davanti alla casa ed ebbe l’impressione di essere atteso; tirò fuori le chiavi e si avvicinò alla porta. Aveva promesso a suo padre di tornare al paese ogni tanto, per tenere un po’ in ordine la casa, ma non lo aveva mai fatto; suo padre era morto pochi mesi prima, senza rivedere mai più quella casa. Era stata chiusa dopo il funerale del nonno. E basta. Ora, dopo tutti quegli anni rientrava di notte, nella casa in cui aveva vissuto i giorni che lui ora ricordava come i più felici della sua infanzia, forse della sua vita. Tutto era coperto da una polvere indescrivibile; per parecchi anni un’anziana signora aveva accudito alla casa, poi era morta anche lei, e tutto era all’abbandono. Entrò in cucina: il tavolo di legno bianco con il piano di marmo era in mezzo alla stanza, illuminato dalla luna che entrava dalla finestra impolverata; da quella finestra dotata di inferriata e quindi priva di scuri, si vedeva quello che era stato l’orto. Ora era un ammasso informe di ogni specie vegetale che poteva crescere allo stato selvaggio.

Una porticina semiaperta faceva intravedere le scansie della cantina, con su appoggiate alcune bottiglie di vino. L’ingegnere provò la solidità di una sedia e dopo averla pulita alla meno peggio, ci si sedette; con le fotocopie dei giornali, usandole come una spatola, spolverò il tavolo. Iniziò a leggere le vecchie copie e dopo un po’ sentì rintoccare le tre; il suono delle campane lo distolse dalla lettura e si rese conto all’improvviso che la polvere gli aveva seccato la gola.

Buttò l’occhio alla cantina; si alzò e andò a prendere una bottiglia impolverata. La stappò e cercò un bicchiere; lo trovò modestamente impolverato in quanto era stato messo insieme agli altri, nella credenza, a testa in giù. Con il vino sciacquò il bicchiere, e poi bevve. Il vino era diventato liquoroso, era vino che aveva imbottigliato suo nonno, trent’anni prima. Aveva quella punta amara di vecchio che invitava a bere. Con i primi due bicchieri si tolse la polvere dalla gola, poi incominciò ad assaporare il vino; non era buono, non era vino adatto a essere invecchiato. Ma lui lo gustava come se fosse stato servito dal miglior sommelier del più rinomato ristorante di Berlino.

Tornò alla lettura, centellinando il vino dal piccolo bicchiere esagonale di vetro infrangibile. Gli occhi divennero pesanti, la testa ciondolava da una parte all’altra. Il campanile batteva le tre e mezza. A un certo punto senti la mano di un bambino scuotergli il braccio – Peppino, Peppino – ripeteva il bambino. Suo nonno era lì, davanti a lui, con il tabarro indosso che guardava la scena. L’ingegnere sentiva tutto, ma non riusciva a svegliarsi, ad aprire gli occhi. Eppure stava vedendo tutto. – Peppino, svegliati – continuava il bambino. L’ingegnere si vedeva e confondeva la figura del bambino con la sua immagine rannicchiata con la testa sul braccio, appoggiato alla tavola. Il bambino continuava a cercare di svegliare l’ingegnere, ma l’ingegnere era lì a vedere la scena. A un certo punto Peppone, suo nonno, chiamò deciso il bambino e disse. – Se vuole riposare lì, lascialo stare -. Il bambino si allontanò dando la mano al vecchio; e sparirono nella notte.

Un gallo lontano ebbe pietà dell’ingegnere e lo svegliò appena prima del sole. L’ingegnere si trovò tutto rattrapito sul tavolo della cucina della vecchia casa di famiglia. Rimase un attimo a pensare a quello che aveva sognato. Era sicuro di aver sognato, perché aveva paura a pensare diversamente.

Rientrò in albergo e tornò nella sua camera, a finire di dormire serenamente. Appena sveglio si recò al camposanto; e si fece un’idea della situazione. Poco dopo mezzogiorno entrò nell’ufficio del sindaco, accompagnato dal geometra che aveva firmato il progetto per l’ampliamento del cimitero. – Ho ripensato alla situazione di tutti quei loculi che dovrebbero essere smantellati per permettere l’ampliamento che mi ha prospettato ieri, signor sindaco – annunciò fiero l’ingegner Bottazzi. Il sindaco guardava imbarazzato il tecnico progettista che era lì presente; il sorriso di quest’ultimo lo rincuorava. – Mi sono permesso di fare quattro chiacchiere con il geometra e ho formulato un paio di proposte. – Si, signor sindaco, l’ingegnere ha avuto una bellissima idea – disse il geometra – si tratterebbe di smontare la lapide ai caduti, che ora si trova al centro dell’ala che andrebbe smantellata, per riposizionarla in un area più consona rispetto a quella attuale. Questo permetterebbe di creare un grosso passaggio pedonale, tra l’area vecchia e l’area nuova. – D’accordo, ma così non ci sarebbe la possibilità di passare, ad esempio, con un funerale dall’area vecchia all’area nuova – interruppe il sindaco. – E’ vero, ma l’ingegnere propone di creare un parcheggio e un ingresso ad hoc per l’area nuova del cimitero, in maniera da sgravare l’attuale ingresso che dà direttamente sulla provinciale, con tutti i problemi di traffico e parcheggio che viene attualmente a creare. – L’idea effettivamente è ottima, – obbiettò il sindaco – ma il proprietario dell’area su cui dovrebbe essere realizzato il parcheggio, come da lei proposto, non è assolutamente disposto a cedere l’area, per cui il suo progetto, nonostante sia migliore del nostro, caro ingegnere, va a farsi benedire. – E’ questa la novità eccezionale, signor sindaco – aggiunse il geometra, tirando fuori un pezzo di carta – il Poletti, il vecchio tabacchino, è disposto a cedere gratuitamente la terra al comune, purché non venga demolita l’ala in cui riposa il nonno dell’ingegnere. Ha già firmato l’atto di donazione. Non mi chieda come ha fatto, ma è stato l’ingegnere a convincerlo. Al sindaco, esterrefatto, non restava che accettare la situazione. Il primo cittadino era sbalordito; aveva provato per mesi e mesi a convinvere il Poletti, ma questi, caparbiamente e senza apparenti motivi, si era sempre opposto alla cessione terreno. – Va bene geometra, prepari tutti gli atti per andare in consiglio comunale con la nuova proposta. – Grazie signor sindaco – disse l’ingegner Bottazzi, intanto che si avviava verso la porta. – Grazie a lei; poi, un giorno, con suo comodo, mi spiegherà come a fatto a convincere il Poletti. – Penso di non essere stato io; arrivederci signor sindaco.

– Buongiorno compagno ingegnere – disse una voce femminile oramai nota all’uomo seduto al tavolino, intento a sorseggiare un aperitivo prima del pranzo. – Parte oggi pomeriggio? Il sorriso della donna lasciava intendere che la notizia era già trapelata; del resto lei era stata un’artefice indiretta della novità stessa. E infatti, quasi per prima, poteva apprendere del nuovo intendimento dell’amministrazione comunale.

– No, non parto, devo prima far dare una pulita alla casa di mio nonno. – Se vuole ci penso io, compagno ingegnere – propose la nipote del vecchio reverendo – ho pensato di stabilirmi qui, per un po’, e il parroco mi ha chiesto di raccogliere fondi per le missioni, facendomi aiutare dalle altre donne dell’oratorio. – E, pagando, si capisce, sareste disposte a farmi questo piacere ?

– Certamente, basta accordarsi prima sul prezzo; sa, è meglio non fidarsi del nipote di un vecchio comunista mangiapreti. – Non sareste neanche la pronipote di un prete, se non parlaste così.

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