17 aprile 2008
Ultima puntata con i diari di Francesca Alinovi, pubblicati per la prima volta nel libro scritto dall’avvocato di parte civile della famiglia Alinovi, Achille Melchionda. Sulla vicenda sono state realizzate diverse trasmissioni televisive e scritti altri libri, tra cui Macchie di rosso di Luigi Bernardi (Zona, 2002) che collega la tragica morte di Francesca a un altro evento che aveva sconvolto Bologna qualche anno prima, la strage della stazione del 2 agosto 1980. E’ allora che la dotta, ricca e gioviale capitale italiana del buon vivere, roccaforte della sinistra, si trasforma in una città piegata dal dolore, che va perdendo memoria del suo passato, oggi “ringiovanita come per un patto demoniaco, pulita e imbellettata nelle sue proprietà private, sfiancata e sciupata in quelle pubbliche; il contrario di com’era allora”. Forse la scomparsa di Francesca si inserisce – questa è la tesi suggestiva di Bernardi – in “questa sorta di rito macabro, via via sempre più distruttivo e furioso, che riguarda un’epoca molto più che una sola città”.
La meravigliosa intelligenza di Francesca, la sua acutissima sensibilità, come appare dai suoi diari qui riportati, rileva forse l’impossibilità di vivere di tutta una generazione (ricordiamo anche le morti del grande fumettista Andrea Pazienza e dell’altrettanto grande scrittore Pier Vittorio Tondelli). “Non voglio morire… e non posso amare”, scrive il 20 dicembre 1981. E sempre in quella vigilia di Natale: “Se tu mi leggi ora, e io sono morta, ricorda che io non volevo morire… Ricorda che, anche faticosamente, avrei retto il peso dei miei anni e la fatica di vivere stretta in un corpo putrido e malato”.
16 agosto 1982
Notte di delirio, quella del ferragosto 1982 a Istanbul
Risveglio delirante, felicità per l’avventura, il rischio ancora terribile che Alpin e il suo amico mi vogliono derubare di tutti i soldi prima della mia partenza …. il pericolo mi sfiora e mi attira … il portiere di notte oggi ha cercato di entrare a forza nella mia camera … Quale ragnatela di ragno si sta tessendo attorno a me con trama oscura che non riesco a decifrare? l’uomo dell’agenzia, il tipo dei tappeti, il portiere di notte, i due spacciatori, Apin e il gangster. Qualcosa non quadra…; ma io voglio riuscire a spuntarla.
26 agosto 1982
Nord e sud come luoghi dell’anima
In viaggio per Arnsterdam, verso il Nord. Nessuna voglia di sbarcare al Nord […]. Odio la razionalità nordica, la lucidità di mente, la coscienza di realtà che il Nord mi impone… Voglio i sensi confusi, voglio perdere il tempo e lo spazio.
29 agosto 1982
Una pagina sul teatro come avventura
Il teatro come avventura all’interno dei mezzi espressivi, e come avventura all’interno di se stessi. Avventura nello spazio-tempo e nella storia, avventura nell’iperspazio fuori tempo, atemporale, e nel futuro: gettarsi a capofitto nella scena allusiva, virtuale, reale…
Questa la straordinaria avventura del teatro, più vera di quella dell’ arte dipinta su tele, dell’ arte scolpita su volumi plastici, dell’arte trascritta dalla penna su un foglio di carta. La situazione del teatro post-tutto di oggi, prima del futuro e avant’ieri, è il paradosso del teatro naturalistico tradizionale, letterario, storico, occidentale, non più il reale gettato in pasto all’illusione, ma l’illusione data come il reale; l’immagine che si fa sostanza, l’apparenza che diventa l’essenza, la finzione che è la verità, l’artificio che diventa biologia. L’avventura del teatro scorre attraverso i media con la disinvoltura con cui scorre attraverso i tempi, i confini geografici e le modalità dell’espressione.
1 maggio 1983
Così finisce uno dei diari di Francesca. Manca meno di un mese e mezzo all’appuntamento fatale con la morte.
Concludo queste pagine bianche, diario di un orrore, di una vita mostruosa, perché non voglio iniziare con una giornata così sfigata un quaderno nuovo… Aspettare che passi la disperazione disperata. Rilassarmi nella mia tensione che mi squarcia, mi dilania. Proverò ancora tante disperazioni così, anche più disperate. Ne ho già provate tante. Ma che fatica superarle! Che fatica farle passare! Che fatica aspettare, aspettare il tempo…
Non posso pensare al tempo, che tanto passa comunque, verso la morte, mentre la vita mi sfugge. Non riesco a pensare a niente. Colpa mia? Colpa della vita in sé. Disadattata fin dalla nascita vivo nel continuo disadattamento. Disadattamento metafisico.
Inutilità dei miei sforzi cerebrali, se non mi aiutano a vivere…
Sfortunata in amore, vivo tutte le mie pene nelle pene d’amore. Pene penose che mi fanno stare in pena da sempre.
Pene metafisiche che non riesco ad accettare e che combatto da sempre. Tutte le mie pene sono concentrate lì. Non ne conosco altre. Tutte le altre superabili, ma l’amore mi fa morire.