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8 Gennaio 2009 | Racconti d'autore

Galaverna

di Marcello Simoni.

A cura di Claudio Bacilieri. Lettura di Fulvio Redeghieri

8 gennaio 2009

Marcello Simoni, archeologo e ricercatore storico, svolge attualmente la professione di bibliotecario. Ha all’attivo diverse pubblicazioni di etruscologia, storia e agiografia. Il suo primo thriller d’ambientazione medievale, L’enigma dei quattro angeli (Roma, Il Filo, 2007) ha ottenuto una segnalazione d’onore al Premio Firenze (2007), un premio speciale della giuria al Concorso letterario nazionale Villa Morosini (Polesella, Rovigo, 2008) e sarà presto tradotto e pubblicato in Spagna.

Oggi vi proponiamo un racconto ambientato nella laguna di Comacchio (Ferrara).

Galaverna

Passi nella nebbia. Ovattati, rubati al silenzio. Prima di svanire, lasciano sulla distesa innevata piccole orme vestite di bianco. Non appartengono a un animale selvatico, ma a un bambino. La sua sagoma intabarrata di guarnello cammina solitaria nel gelo perlaceo. L’inverno gli si stringe addosso come un pastrano umido, attutendo i rumori dell’antica laguna. Gli mormora alle spalle con voce pungente, forse per metterlo in guardia sulle insidie del cammino o più probabilmente per assopirlo, così da poterlo fare suo per sempre. Il bambino affonda i calzari di feltro nel suolo morbido, lo sguardo attento, stringendo le braccia al petto. L’inverno è un cacciatore paziente, lo sa, ma non lo teme. A dispetto del gelo che gli pizzica il naso e le labbra, sotto il cappuccio ha i capelli sudati, appiccicati alla fronte. Gli provocano un leggero fastidio.

D’un tratto si ferma ansante, immerso nelle infinite goccioline di nebbia. Ripensa al fumo dei comignoli e al tramestio del suo villaggio. Immagini familiari e lontane gli scaldano il cuore come un focolare domestico. Desidera tornare indietro, ma con un nodo alla gola ricorda che non può farlo. Deve raggiungere la vecchia chiesa: la Madonna del Lume. Lì troverà salvezza. Così gli ha ordinato sua madre, quando i soldati venuti dal mare hanno iniziato a razziare le case. Si imbroncia un pochino. Era davvero sua madre quella donna? Prima d’andarsene l’ha guardata per l’ultima volta, in cerca di dolcezza e coraggio, ma ha visto solo due occhi sbarrati avvolti in uno scialle nero. Nulla di più. Sembrava essere diventata incredibilmente vecchia, piccola e magra. Svuotata di tutto, senza più nulla da offrire. Più nulla, eccetto istinto e paura.

Il bambino le ha accarezzato le mani, quasi per sfiorare vestigia di umanità scomparsa, poi è fuggito dal villaggio mentre i tetti di paglia venivano divorati dal fuoco. Ora che nessuno lo guarda permette alle lacrime di scendere sul viso. Stringe con rabbia i piccoli pugni vuoti. Gli pare ancora di sentire quelle mani tremanti, gelide e inerti come rami d’inverno. Tira su col naso, asciuga le lacrime e si guarda intorno. Non vede nulla: i colori del cielo e della terra sono coperti dal muto pallore della nebbia. Alberi secchi, rovi e canneti affiorano a stento dal velo lattiginoso; sembrano abbozzi di dita, arti mozzati che galleggiano nel vuoto. Persino i ricordi si offuscano assieme al dolore. Domina ovunque un biancore intenso, vagamente cinereo. Fissarlo a lungo affatica lo sguardo. Gli occhi diventano pesanti, si accecano finché non iniziano a bruciare. Ogni tanto è necessario chiuderli e sfregarli con le dita.

Nonostante la nebbia renda il paesaggio invisibile, non dovrebbe mancare molto alla Madonna del Lume. Il bambino conosce bene la strada degli argini che costeggia la laguna. L’ha percorsa tante volte assieme a suo padre per andare a caccia e per raccogliere legna. Questa volta però è solo.

All’improvviso un ramo spunta dal nulla e gli sfiora l’orecchio. Lui saltella indietro, aggrotta la fronte e aguzza lo sguardo. Spalanca gli occhi in un’espressione stupita: la scorza è completamente rivestita di aghi ghiacciati, un ricamo vitreo di galaverna. Senza troppe cerimonie, il bambino afferra il ramo e lo spezza. Il legno emette un tenero schianto, rivelando l’interno biancastro screziato di verde. Lui se lo porta alla bocca per assaggiare il sapore amaro della linfa. Storce le labbra, poi inizia ad armeggiare come brandisse uno spadino.

Ha deciso: da grande farà il soldato. Andrà per mare e porterà la morte ai nemici. Si vendicherà di coloro che hanno incendiato il suo villaggio. Così pensando, dimena il ramo spezzato contro orde di rivali immaginari. Taglia la nebbia con vigorosi fendenti, atteggiandosi da feroce guerriero.

Quando il gioco finisce è calata la sera. Il biancore della nebbia si è incupito, assumendo una minacciosa tonalità plumbea. Il freddo si è fatto pungente.

Colto di sorpresa, il bambino sbatte ripetutamente le palpebre. L’incanto è svanito. Il senso d’abbandono lo artiglia allo stomaco. Vorrebbe sentire parole di rimprovero per essersi distratto così a lungo, ma l’unico suono che gli giunge alle orecchie è il crocchiare della neve sotto i piedi.

Sta già iniziando a disperarsi quando all’improvviso nota qualcosa. Strofina gli occhi e scruta attraverso il grigiore fittissimo. Una luce! È ancora lontana, ma la riconosce: proviene dalla Madonna del Lume. Nei giorni di nebbia i monaci accendono sempre un fuoco in cima alla torre per guidare i viandanti e i marinai che si avventurano per la laguna. Basterà seguire quel segnale per giungere in salvo.

Rinfrancato, il bambino spicca un balzo in avanti, ma allora si accorge che qualcosa non va: non sta più camminando sulla neve, ma sul ghiaccio. Si trova sulla superficie congelata dell’acqua. Quasi a conferma, scorge poco distante lo scheletro sghembo di una barca semisommersa. Trasale. La nebbia l’ha giocato. Senza accorgersene deve essere sceso dall’argine e ha continuato a camminare sulla lastra ghiacciata che ricopre la laguna. Da quanto tempo lo sta facendo? Magari la riva è a un passo da lui, oppure è lontanissima. Da che parte si deve muovere? Lascia cadere il ramo che teneva ancora in pugno e arretra con cautela. D’un tratto la superficie sotto i suoi piedi trema. Risuona uno schianto.

Senza che il bambino possa far nulla, sprofonda fino a mezzo busto nell’acqua gelida. Non proferisce verbo. Resta a bocca socchiusa, attonito, gli occhi puntati sul fioco bagliore della vecchia chiesa: la Madonna del Lume, così vicina e protettiva.

Quasi ne avverte il tepore. Nessuno giunge ad aiutarlo. Nel crudele silenzio della laguna, soltanto la nebbia si cura di lui. Gli sfiora il viso con mani algide e materne. Lo culla come fosse figlio suo, finché il sonno non sopraggiunge. Allora, poco per volta, sulla pelle bianca affiora un delicato sudario di aghi ghiacciati. Un sudario di galaverna.

Brano corrente

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