30 settembre 2010
Come si diventa scrittori inutili? Lo scrive in un divertente manuale di scrittura inutile, appunto, Ermanno Cavazzoni, reggiano nato nel 1947 e residente a Bologna, dove insegna all’Università, autore apprezzato per la sua comicità (dal suo Il poema dei lunatici Fellini ha tratto il suo ultimo film, La voce della luna) che, in questo caso, aiuta a far perdere peso e credibilità all’incredibile massa di letteratura o pseudo tale, che la nostra società produce. Nel libro si trovano 49 ritratti di scrittori inutili che si propongono come esempio per chi voglia diventare a sua volta uno scrittore inutile. A completamento, sette lezioni di sette docenti di un’ideale scuola di scrittura: sette perché tante sono le materie da insegnare, come i vizi capitali.
4. Scrittori in disuso
Presso le case editrici vengono mantenuti scrittori in disuso i quali sono incaricati di leggere i romanzi dattiloscritti che giungono, per darne un giudizio. Questi scrittori in disuso vengono tenuti segreti perché non possano essere corrotti con pacchi dono, con soldi o ricatti sessuali dagli aspiranti scrittori. Infatti rappresentano il lato oscuro delle case editrici che su questo argomento sono evasive, anche se gli scrittori in disuso hanno il compito fondamentale di indicare i romanzi migliori che una volta stampati saranno il vanto delle case editrici e la loro fonte di sostentamento economico. Tuttavia spesso tali scrittori sono dei poveretti che non hanno nessuna possibilità nella vita, tranne questo lavoro misconosciuto e, per la verità, anche inutile: perché se in una casa editrice arriva un romanzo che sia bello, o ben riuscito, o un capolavoro, se ne accorgono subito tutti, anche i più scettici e disillusi, anche chi è stanco di ogni materiale cartaceo; se ne accorge perfino l’editore in persona; perché basta leggerne a caso una riga che nasce l’euforia editoriale: i singoli redattori van su di giri e si precipitano su per le scale convocando riunioni un po’ ovunque; i correttori di bozze diventano ciarlieri, il telefono squilla in continuazione e la telefonista è presa nel vento di eccitazione libraria; anche gli uffici sperduti nei sottoscala, nei mezzanini o in recessi di infima categoria, trovano una ragione di esistere, e si diffonde per i corridoi, per gli ascensori, nei vani scala, perfino tra un uscio e l’altro il dinamismo editoriale, e risveglia le originarie idealità del ceto impiegatizio, che in coloro che solitamente se ne stan muti a deprecare il presente scadente e rimpiangere la vita poligrafica e intellettuale di un tempo. Dunque è inutile in questi casi ricorrere a uno scrittore in disuso; a costui si mandano solo gli scritti deprimenti che nessuno in redazione ha la forza di leggere. Cosicché gli scrittori in disuso, abbandonati a se stessi in mezzo alla carta dattiloscritta, sempre sul punto di addormentarsi, passano giornate che sembrano notti, a stilare referti dal tono depresso che nessuno mai leggerà; maturando il temperamento loro tipico da funerale.
Ma capita anche che gli aspiranti scrittori assedino una casa editrice e siano dirottati da un editore vile o da un redattore venale all’indirizzo di qualche povero scrittore in disuso; il quale viene preso d’assalto e accusato d’ignavia e di sabotaggio alla letteratura moderna.
Uno scrittore in disuso fu circondato nel suo seminterrato da quindici aspiranti scrittori impazienti e criminali, e minacciato violentemente di morte. Ma lo scrittore in disuso rispose che lui era già morto da venti e più anni, e l’aveva ucciso la casa editrice. Facessero dunque quel che volevano. Poi disse che in gioventù aveva anche lui molto aspirato, non sapeva più dire a che cosa; era stato come preso dal vento dell’editoria, che tra i venti è il più generico e il più disperato. Quando il suo vento a poco a poco si è spento, ha trovato che già da tempo stava sepolto nel seminterrato, dove andava pagando tutte le acute aspirazioni della sua gioventù. È vero che adesso dormiva molto. Ma per quanto lo riguardava, considerava gli aspiranti scrittori dei diavoli che lo torturavano in permanenza coi dattiloscritti, e considerava la casa editrice come Lucifero, che li generava e glieli riversava addosso. Di che morte dunque volevan parlare? dato che lui era già un’anima morta tra le pene dell’aldilà.
Questo discorso servì a calmare gli esagitati e a disperderli. Ma un aspirante scrittore un po’ psicotico e un po’ psicanalista, interpretando le sue parole come parole losche di un pervertito e pensando di fargli piacere, si fermò mellifluamente a conversare, e fece tanto che lo sodomizzò. Allo scrittore in disuso la sodomia non faceva piacere; come non facevano piacere certe aspiranti scrittrici che tentavano un rapporto sessuale attraverso il rossetto di cui avevano la bocca satura; o certe aspiranti scrittrici, mandate e sobillate contro di lui dal vile editore, che entravano dentro il suo loculo seminterrato portando personalmente i loro dattiloscritti e fumando; e poi respirandogli sempre più addosso per corromperlo col loro femminino olezzo. Perché il vizio, la crapula, la sodomia, i concubiti impropri, la bestialità, nonché la lusinga, sono molto in uso tra i moderni scrittori aspiranti.
Uno scrittore morto da dieci anni compariva sul far della sera ad uno scrittore vivente e gli incuteva spavento. Lo scrittore vivente sentiva ad un tratto un’atmosfera di fallimento aleggiare per la casa, girava gli occhi e vedeva ad esempio sul bordo del letto lo scrittore defunto; oppure lo vedeva in un sottoscala, triste, color della cera, seduto su uno sgabello. Lo vedeva anche in cucina, chinato, che cercava nella pattumiera tra i gusci d’uovo e voltava lentamente la testa al sopraggiungere dello scrittore vivente. Il quale era preso da un tal raccapriccio che gli si arricciava la pelle lungo tutta la schiena e gli si drizzava sulle guance la barba. Lo scrittore vivente pensava: “è il mio subconscio che produce queste illusioni”. Lo scrittore morto invece pensava: “dove ho messo quel foglio a quadretti?” perché questo scrittore passava il suo tempo a cercare un foglio a quadretti su cui un giorno, tanto tempo prima durante la vita, aveva scritto qualcosa di breve e di folgorante che non ricordava, con parole folgoranti e brevissime. Ma dove aveva messo quel foglio? si ripeteva continuamente. Erano dieci anni che lo cercava, e tutte le notti trafficava per la casa guardando nelle fessure, nelle impagliature, dietro agli specchi, dietro la carta scollata dei muri, tra i calendari e i giornali vecchi. Guardava a lungo, per notti e notti, negli interstizi dietro gli armadi, perché essendo morto non aveva la forza di muoverli.
Di giorno stava in qualche angolo oscuro dove sembrava un riflesso del pavimento e pensava: “dove ho messo quel foglio?” con la mente fissa ridotta ad un punto.
Capita infatti che i morti morendo restino chiusi in un pensiero che per caso sale alla testa in quell’attimo. Se uno dice ad esempio tra sé: “dio mio, muoio, dove sei Ines?” ecco che per il resto del tempo si chiederà dov’è Ines e vagherà vanamente a cercarla. Questo è ciò che comunemente si chiama aldilà. Se uno pensa: “non ho ancora telefonato a Miranda” eccolo vagare per secoli e secoli fino al dissolvimento dell’universo cercando un telefono pubblico per chiamare Miranda; ma i teppisti hanno quasi sempre manomesso il telefono o scardinato la cabina, o sarà in corso uno sciopero eterno delle telecomunicazioni, per cui risponde sempre una voce automatica di signorina che si scusa con gli utenti per il servizio momentaneamente sospeso. E si vedrà questo tale vagare in mezzo agli eventi del tempo umano tentando di telefonare a Miranda, anche quando la terra si sarà spopolata per le carestie e le invasioni barbariche e i telefoni non si saprà più cosa siano. Essendo stato molto propagandato l’inferno e pensandoci in molti morendo, ecco che sovente si intravvede un morto vagare nel buio di uno scantinato cercando una botola e una scaletta di ferro che scende; o vagare negli immondezzai che bruciano a fuoco morto nei pressi di una città, illusi dalla puzza e dalle vampate di gas. E se ne vedono nei luoghi putridi, dove ci siano scarichi chimici, in cerca di un diavolo che li maltratti e li immerga nell’acido cloridrico o nel cianuro o nei vapori di ossidrile. Costoro cercano la loro bolgia infernale, ma trovano solo del fango caldo al mercurio che si scarica in mare, e qualche pescatore malato di fegato che li crede colleghi, mentr’ínvece sono morti che vagano attaccati al loro interrogativo.
Ma ci sono anche coloro che gettano attorno un’ultima occhiata calma senza un pensiero preciso, e così pure scrittori che tirano un ultimo leggero sospiro come per dire: “Finalmente!” Dopo di che ridiventano lo spensierato nulla che erano.
Orbene il succitato scrittore morto, spulciava anche tra le carte dello scrittore vivente, se mai lì ci fosse il suo foglio a quadretti; passava le notti a scartabellare e a leggere alla poca luce che entrava dai neon della via. Succedeva però che qualsiasi cosa leggesse, questa subito perdeva vitalità e diventava una schifezzuola. Ossia capitava, se pur di rado, che il primo scrittore lasciasse alla sera sul tavolo una paginetta forse riuscita, sorta dall’entusiasmo vitale; tutta notte se la sentiva frusciare nella mente; ma al mattino quando correva a rileggerla era una pagina morta, fatta di parole morte giacenti ognuna nel suo quadratino. “È la vana illusione” mormorava desolato, perché ormai gli succedeva sempre così. In realtà era il morto che coabitava con lui e che respirava sui fogli.