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28 Maggio 2009 | Racconti d'autore

Guida gastronomica al precipizio

di Monica Dall’Olio, Barbera Editore, 2008.

A cura di Claudio Bacilieri. Lettura di Mascia Foschi.

28 maggio 2009

La trentenne Mika è una guida turistica, riciclata in gastronomica, che non sa cucinare. Vive col suo compagno Max e la gatta Baker, nutrendosi di offerte Mc Donald’s e cibi liofilizzati.
Ingaggiata da Clizia, l’attivo capo delle Sgambate Guide Combattenti Associate, s’improvvisa esperta di tortellini e mortadella, dispensando cinicamente ai giornalisti gastronomici lo stereotipo farsesco di una città famosa in tutto il mondo per la sua cucina.

Bologna è, alla fine, la protagonista del romanzo d’esordio di Monica Dall’Olio, pubblicato da Lorenzo Barbera Editore. Una città che fa da sfondo ai ripensamenti esistenziali della protagonista, che con gesti provocatori vuole dimostrare la propria allergia ai banali sogni di certi suoi coetanei, fatti di villette a schiera e calcio domenicale.

Monica Dall’Olio è nata a Parma nel 1967 e vive a Bologna. Suoi racconti sono apparsi sulle riviste ‘Passaggi’, ‘Mondo Naif’, ‘Il Paradiso degli Orchi’, ‘FaM’, ‘Linus’, ‘’Tina’ e sul quotidiano ‘Il Resto del Carlino’.

 

Guida gastronomica al precipizio

di Monica Dall’Olio


Capitolo 12

Le guide ai giornalisti gastronomici intanto s’infittivano. Ero l’unico referente delle SGC sulla città.
Incontrai un ragazzo dalla capigliatura rossa; completo verde su camicia salmone. Calzava scarpe dalla punta squadrata.
«Italiane», disse con orgoglio. «Comprate al duty free». Era atterrato quella mattina, proveniente dal Galles. Gli chiesi com’era andato il viaggio.
«Prosciutto e melanzane alla parmigiana», replicò.

Era decisamente di buon umore. Sorrideva a chiunque ci venisse incontro, lungo il tragitto che dall’hotel Holiday conduceva in piazza.
Decisi di approfittarne per rispolverare un po’ le mie conoscenze di arte antica.
«Che ne dice di fare un salto al museo archeologico?» domandai.
«Ottima idea», rispose.
Su piazza Maggiore c’era una competizione sportiva. La pista si annodava su se stessa a spirale. Gli spettatori si accalcavano alle transenne agitando bandierine con sopra i nomi degli sponsor. I numeri appiccicati sulla schiena, si sgranchivano le gambe prima dell’inizio della gara. Un altoparlante sparava Freddy Mercury che cantava We are the champions.
«Devono smaltire tutto quello che mangiano, eh», disse il gallese. Sbirciava i maratoneti più corpulenti e panciuti. Può darsi, dissi.
Ma questo museo è lontano?» s’informò.
«Proprio girato l’angolo». Dopo pochi minuti eravamo nell’atrio.

Posto davanti alla biglietteria di un qualsiasi esercizio pubblico, il giornalista gastronomico viene di solito preso da un attacco di panico. Questo luogo è infatti nel suo immaginario una specie di bocca spilladenari. Lo coglie la paura che di tasca propria debba pagare per l’ingresso. A differenza dei cibi e delle bevande, il costo del biglietto non è infatti incluso nel rimborso spese che la Provincia gli concede. La cosa che occorre fare e all’istante è senz’altro rassicurarlo.
Tranquillo, bisogna dirgli, il museo è gratuito. Ci si può godere tre piani d’esposizione di anfore, ossari e fibule senza scucire un quattrino. La bigliettaia, l’han messa li per vendere i cataloghi e le cartoline. Non per niente la città è stata eletta nel Duemila capitale europea della cul­tura. Perché i giornalisti gastronomici che se ne vanno a scrocco per le sue strade, oltre che il cibo, possano a gratis sbafarsi anche pietrate di archeologia.

Vidi che tirava un sospiro di sollievo. Non così profondo e liberatorio come quelli che i giornalisti cacciano fuori seduti al tavolo di un ristorante tipico, per la verità. Scroccare un bifacciale in pietra dà meno soddisfazione che sbafarsi una punta di vitello. Ma comunque, sembrava di nuovo rilassato.
Sbirciò la bigliettaia, intenta a stendersi lo smalto sulle unghie. Si chiama Michela. È una ragazza dal viso angelico. Non l’ho mai vista fare nient’altro che spennellarsi le unghie. La salutai.
«C’è movimento?» domandai sarcastica.
«Il solito maniaco che telefona a metà mattina».
Eravamo gli unici nella sala.
«Le due opere che c’interessano», cominciai, «sono proprio qui. Questa di sinistra è una stele del primo se­colo avanti Cristo. Raffigura un allevatore di maiali con i suoi animali. Quella di destra, del secondo secolo dopo Cristo, mostra invece un oggetto».
II giornalista mosse qualche passo.
«Cos’è?» domandò scrutando il bassorilievo.
«Un mortaio».
Ci si metteva dentro la carne tritata, raccontai, dopo che già era rimasta a marinare in un composto di aceto, pepe, chiodi di garofano. Poi si aggiungeva la cannella, la noce moscata, lo zenzero e il cumino. E con questo ripieno, si insaccavano gli intestini dei maiali.

La ricetta tradizionale della mortadella, mi aveva detto Clizia, bisogna che te la impari. Tanto per raccontare qualcosa, s’intende. Sappiamo bene che l’insaccato che ci propinano oggi è un surrogato della gomma, ma carissima, quello che conta nel nostro mestiere, mi aveva spiegato Clizia, è la capacità di creare suggestione. Soprattutto, si era raccomandata, insisti sulla presenza delle spezie; l’oriente fa sempre un certo effetto.
«La mortadella, ha presente?».
No, disse lui.
«Quella rosa a pallini bianchi».
… Rosa a pallini bianchi, scrisse.
«La parola `mortadella’ deriva proprio da mortaio».
 «Ah sì?».
«Già».
Mi sentii stranamente fiera di avergli trasmesso quella notizia veritiera.

Salutammo Michela intenta a cancellare un’unghia venuta male, e ci avviammo verso il TdM.
Il TdM, o Tempio della Mortadella, è il luogo nel quale si celebra l’apologia dell’insaccato e della gastronomia che, nel mondo, ha reso famosa la città. Un negozio in continua espansione. Prende nuovi spazi, aggiunge stanze, sempre di più sedimentandosi nel grande palazzo che da sempre lo ospita. Sul fronte dell’edificio si stacca un bovino rampante, lo stemma della corporazione dei macellai. Esplorandolo ci si può immaginare come la carne e i suoi molteplici derivati possano davvero reggere l’equilibrio del mondo.

Di fianco all’ingresso, si siede un frate. Raccoglie offerte e rilascia in cambio un santino. Saluta i turisti chieden­do da quale parte del mondo provengano.
Il re del TdM, o demiurgo dell’insaccato, è Mr Pig: faccia rosa lucido, sulla quale la pelle appare tesa e levigata. La forma del corpo, a imbuto, richiama un mortadellone in taglia XL. Tutti assomigliamo un po’ a ciò che amiamo.
La settimana precedente, mi aveva annunciato che stava allestendo una nuova stanza.
«La inauguriamo tra qualche mese. Mettiamo la tavola per tirare la sfoglia. I giornalisti potranno in prima persona lavorare col mattarello e mangiarsi alla fine quello che hanno prodotto. Tu cosa mi consigli?».
«L’importante è che sia gratis».
«Ah, quando c’è da leccarsi le dita, tutto il mondo è paese», aveva convenuto Mr Pig.

Entrammo. Dopo pochi minuti, il gallese passeggiava beato tra le scansie, come in vacanza premio.
Appena mi vide in compagnia, Mr Pig si defilò. Parlare coi giornalisti non gli piace. L’unico modo per obbligarlo alla conversazione è fargli l’improvvisata; coglierlo mentre sta annusando un culatello appena aperto, depositandolo sull’affettatrice.
«Mr Pig!» lo chiamai. «Questo signore è venuto apposta dalle nebbie del Galles a quelle padane per imparare tutto sui maiali! Che ci racconta qualcosa?».
Lui mi guardò con occhio truce. Poi, annusando l’aria, sorrise. Perché Mr Pig è sensibile ai complimenti. E vuole che del TdM se ne parli bene e in tutto il mondo; crede alla magia della pubblicità.

«Possiamo fare un’intervista?» domandò il giornalista.
Come no! ripose il demiurgo dell’insaccato. I English, parlo inglese. Great! E non feci in tempo a dirmi disponibile alla traduzione, che strofinandosi le mani nel grembiule, attaccò My uncle open the shop second world war need mo­ney no pigs poor people sell mortadella, understand?
Il giornalista rimase con la biro in mano, interdetto.
… Sixty per cent fatty meat forty per cent lean meat pigs no be­lieve donkey, proseguì Mr Pig, understand?
«E sempre un piacere ascoltarla, Mr Pig», dissi. «Lei è una delle personalità che più rappresentano la cultura del­la nostra città. Un portavoce esemplare».
«Vaglielo a spiegare te, agli stranieri, che è tutta una que­stione di odori», mi sussurrò mentre traducevo al gallese. «Chi ce l’ha il coraggio di dire a questi disgraziati che la mortadella non esiste?».

Al che il giornalista cominciò a toccarsi lo stomaco. A quel punto Mr Pig disse che si scusava, un impegno reclamava la sua presenza altrove. In questi casi, quando il capo se la fila, è prudente rinunciare allo spuntino a sbafo. Quella volta, però, cogliendo la disperazione nel gorgoglio dello stomaco del gallese, e volendo premiarlo per avermi seguito al museo archeologico, decisi di sfidare la sorte.
Mr Pig stava per rintanarsi, quando azzardai: «Che al nostro amico, gli fa assaggiare un tocchetto della sua specialità?».
Lui si voltò; lo sguardo di chi ti augura di morire di fame. Vidi il piattino che, con gesto funereo, sollevava dal bancone e porgeva al giornalista. I cubetti di mortadella erano color grigio antracite, come ci avessero siringato dentro fiotti di cemento.
«Prego», disse con un sorrisetto vendicativo. E capii che non potevo fare proprio niente per salvare questo ragazzone così elegante, nelle sue scarpe made in Italy.
Morsicò il cubetto, masticò piano. Inghiottì.
«Purtroppo non è proprio freschissima», ammise Mr Pig.
Alle sue spalle, la cassiera sbarrò gli occhi, mimando con le dita il numero quindici. I cubetti assassini riposa­vano nel piattino da quindici giorni.

Mentre uscivamo, e il gallese si precipitava a vomitare il boccone nel cestino della spazzatura che il frate gli in­dicava, sbirciai il demiurgo dell’insaccato per un’ultima volta. Non era un uomo, ma una maschera beffarda.
«Eh sì, cari miei», ripeteva appoggiando delicatamente una forma sull’affettatrice, «la mortadella non esiste proprio!» Nei suoi occhi lampeggiava un guizzo di piacere.

Brano corrente

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