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1 Maggio 2008 | Racconti d'autore

“Ho studiato da dottore”

Di Paolo Montanari, Edizioni Pendragon, Bologna, 2008

A cura di Claudio Bacilieri. Lettura di Fulvio Redeghieri

1 maggio 2005

“Confessioni di un pediatra” è il sottotitolo di questa esilarante raccolta di racconti di un medico della Bassa bolognese alle prese con bambini diabolici, madri impossibili, nonne e padri che portano su di sé tutti i difetti e i luoghi comuni della modernità “sanitaria”. Una carrellata di personaggi nei quali possiamo riconoscerci, messi in fila da un dottore vero che racconta storie vere, dove la ferocia verso le mamme è mitigata solo dall’autoironia e dal senso dell’umorismo.
Vi proponiamo i racconti su Molinella, un paese vicino Bologna, che sembrano scritti da Fellini o dai suoi sceneggiatori.

Estate a Molinella
Seconda puntata: Il cinema comunale.

Il cinema di Molinella era una costruzione in stile littorio, grigia e un po’ severa: faceva da quinta ad una piazza quadrata, di terra battuta, assolata e calda d’estate, fredda e umida d’inverno, al cui centro si ergeva una statua di Giuseppe Massarenti (famoso socialista) in posa autoritaria; colpiva soprattutto !’indice della mano destra nell’ atto di arringare e svegliare il popolo oppresso. Una versione un po’ blasfema lo vedeva, invece, come un bonario gesto di esortazione ad andare al cinema comunale.

La prima volta che ho visto un film ero con mio padre.

Rimasi vivamente impressionato da quei volti giganteschi, da, occhi cattivi, enormi, da quei rumori assordanti di battaglia: era un film western. Tutti gli spettatori partecipavano coralmente al film con suggerimenti e grida di disappunto: attenti di qua, attenti di là, rivolti ai protagonisti del film. Le pallottole uscivano dallo schermo fischiando e sibilando sulla platea indifesa. lo ero letteralmente terrorizzato. Mi misi a piangere e mio padre mi dovette accompagnare fuori prima a fine del film brontolando anche un po’. La mia avventura come spettatore cinematografico non finì quel giorno, fortunatamente! Da adolescente, infatti, il cinema comunale divenne il mio regno segreto.

C’erano due modi per entrare: pagare il regolare biglietto o applicare il metodo Montanari, poi diffuso fin nelle terre più lontane. Le cronache riportano che una tribù della Papuasia è riuscita ad entrare, con questo metodo, in un cinema della capitale! Esso consisteva nell’ entrare facendo finta di uscire. Aspettavo la fine del film nell’atrio del cinema. Quando le porte si aprivano e la gente cominciava ad uscire io, di spalle, mi univo al gruppo e, facendo finta di uscire come gli altri, indie­treggiavo, un passo dietro l’altro, come un gambero, mentre gli ignari ex-spettatori mi sorpassavano scorrendomi di fianco. Dopo pochi minuti, in barba agli sguardi interrogativi della maschera, mi ritrovavo dentro la sala: era fatta!

Ora potevo guardare beato il film, mangiare brustoline, bere gazzose, tentare i primi goffi tentativi di sedurre l’altra faccia della luna e fare scherzi.

Uno degli scherzi più divertenti era quello dello scalino finto; riusciva meglio d’estate, alla proiezione pomeridiana della domenica. Allora, per suggellare il dì di festa, i contadini arrivavano, con le facce cotte dal sole, solcate da tantissime rughe come scavate nel tufo, vestiti col loro abito scuro, la camicia bianca, la cravatta blu: tutti uguali. Attraversavano il piazzale assolato e polveroso, seguivano docilmente il dito autoritario di Massarenti e si ritrovavano al cinema, contenti di trascorrere una giornata diversa. lo li aspettavo, come uno sparviero pronto a ghermire la preda, appena dentro la sala. Loro entravano e si fermavano sulla soglia, completamente ciechi per la troppa luce accumulata nel piazzale. In quel preciso momento, mi mettevo davanti a loro e m’incamminavo, disinvolto, lungo il corridoio della platea. Mi seguivano immediatamente, fiduciosi. Ad un tratto mi piegavo sulle ginocchia, dando l’illusione di sprofondare di alcuni centimetri, e continuavo ad avanzare, così piegato, per alcuni metri, poi prendevo posto e aspettavo. Improvvisamente si fermava­no titubanti e borbottavano fra loro: «E pur, què aiè un scalen»(Eppure qua c’è uno scalino). «Tlet vest anca te cal ragazel!»(L’hai visto anche tu quel ragazzo!). Tastavano con il piede, con molta circospezione, il terreno finché la maschera, stimolata dalle proteste degli spettatori, li soccorreva col suo fascio luminoso. Lo scalino, naturalmente, non era mai esistito e quelli, incavolati come pantere, mi cercavano per torcermi, come minimo, il collo, ma io ero già lontano, dalla parte opposta, per aspettare un’altra vittima.

Personaggio inconfondibile e indispensabile del cinema, a parte i film da proiettare, era il cinno.

Nato insieme al cinema, viveva solo lì; fuori nessuno l’aveva mai incontrato. Aveva un’ età indefinita da gnomo dei boschi. Nel tempo aveva subito varie mutazioni somatiche come certi animaletti che vivono solo in grotta: pelle diafana, occhi grandi, glauchi, pupilla perennemente dilatata per l’oscurità, capelli bianchi, braccia irrigidite nella posizione prensile del bar portatile, piccolo di statura per non disturbare la visione del film, magro per infilarsi fra le file delle poltrone, voce gutturale, linguaggio scarno limitato a poche parole essenziali, vestito sempre di scuro per confondersi nel buio della sala. Il cinno si muoveva con passo felpato lungo i corridoi della platea; raramente si avventurava in galleria: territorio infido e pericoloso, abitato da loschi individui pronti a tutto. Era chiamato per alzata di mano. Era un vero professionista; anche se era dall’ altra parte della sala, lui arrivava sempre solerte e apostrofava il cliente con un: “Csa vut?” (Cosa vuoi?) rassicurante, al quale si rispondeva solo in due modi: “Dam una gazousa” o “Dam di brustuleni” (Dammi una gazzosa o dammi delle brustoline). lo ho tentato, negli anni, delle variazioni alla risposta tipo: “Cinno, dam un whisky”; oppure: “Cinno, dam un ciuingam”, ma immancabilmente lui, senza fare alcun commento, mi dava un po’ seccato la solita gazzosa Scartabelli (di rigorosa produzione locale), che rende sani e belli e zitto e mosca!

Un altro personaggio caratteristico era la maschera, un omone corpulento, dalla pancia ballonzolante, debordante dalla cinta dei pantaloni. Alla sommità di quel corpaccione albergava una piccola palla lucida, il suo cranio nudo come il palmo della mano: i capelli erano da tempo caduti, ma nella caduta si erano aggrappati, in un ultimo disperato sforzo, al mento e in questa nuova sede avevano trovato nutrimento tanto da sviluppare una folta barba da mangiafuoco che riluceva, a sprazzi, durante la proiezione del film, segnalando la sua allarmante presenza. Il suo regno oscuro era la sala del cinema, controllata meticolosamente con il fascio della torcia: una spada dardeggiante di luce che arrivava anche negli angoli più nascosti. La sua funzione consisteva nell’indicare i posti liberi agli spettatori ritardatari, ma, soprattutto, nel mantenere l’ordine su un branco di scapestrati ragazzacci, me compreso; ad ogni minimo tafferuglio brandiva la torcia e, con sciabolate di luce, riportava il silenzio e l’armonia senza spendere una parola anche se, regolarmente dopo pochi minuti, una vocina dispettosa lo chiamava: «Mascheraa! Mascheraa! Dove sei?». E i complici, sparsi per la sala, rispondevano, in coro, con una sonora e liberatori a pernacchia. Roba da far bestemmiare anche un sant’uomo! Alcuni giurano di averlo visto singhiozzare, in solitudine, con la sua piccola testa lucida appoggiata al muro piastrellato del gabinetto uomini del cinema. Poveretto!

Uno dei luoghi più misteriosi del cinema era la galleria: sia la maschera sia il cinno cercavano di evitarla il più possibile.

La “galleria” era la patria degli incontri amorosi sia ufficiali sia clandestini e quindi anche il luogo dei primi goffi approcci con l’altra metà del cielo. Noi ragazzi invitavamo la giovane pulzella predestinata al cinema: se acconsentiva, si partiva già col piede giusto poi, approfittando del buio, si alzava il proprio braccio e, con una velocità da lumaca, si arrivava con la mano a toccare la spalla opposta della ragazza; se lei, invece, s’irrigidiva, si tornava indietro e intanto il primo tempo del film era volato. Allora si cambiava tattica: con la propria gamba si toccava quella della ragazza, prima leggermente, come per sbaglio, poi sempre più intensamente, ma ormai il film era finito. Si accendevano le luci e i volti tradivano la fatica della passione: «Che bel film, mi ha fatto piangere!». E lui: «ti piacerebbe venire al cinema anche la prossima domenica?». E lei: «Lo devo domandare alla mia mamma». Mai che dicessero: «Mi ha detto di dartela!». E in quella guerra di trincea s’infrangevano i nostri sogni d’amore!

I più scafati, invece, appena le luci sparivano, si avviluppavano come polipi sulla preda. Capitava che, durante un silenzio improvviso del film, si udissero gemiti e cigolii che col film non avevano nessuna relazione e, allora, la “maschera’, col suo fascio indagatore, perlustrava implacabile le varie file fra gli schiamazzi e le risate generali.

I film… Quanti ne ho visti! Molti iniziavano con la sigla della Metro Goldwin Mayer, quando il famoso leone dalla folta criniera ruggiva agli spettatori e questi, di rimando, emettevano quasi all’unisono rutti terrificanti (merito delle gazzose Scartabelli) da far impallidire lo stesso leone che, in effetti, spariva dallo schermo.
La maschera, a quest’inizio, era ormai rassegnata e la spada di luce non risplendeva.
Non pago del cinema comunale, frequentavo anche quello parrocchiale, sempre stracolmo, impregnato di un odore di ascella di dromedario da far rinvenire i morti. C’era un’unica proiezione, la domenica pomeriggio, di film vecchissimi, dalle pellicole così logore che si rompevano spesso. Sono sicuro che dopo la proiezione andavano al macero.

Anche il parrocchiale, come ogni buon cinema che si rispetti, aveva sia la maschera sia il cinno. La maschera era personificata dall’ arciprete don Vittorio: un uomo severo, ottocentesco; salvaguardava la nostra moralità anteponendo il suo cappello davanti al proiettore nelle scene che lui giudicava non adatte alle nostre anime innocenti. Noi reagivamo con fischi e schiamazzi, ma lui non si scomponeva.

Il mansionario del cinno lo svolgeva una devota parrocchiana: la Maria; un donnone con un seno da capodoglio e un posteriore vasto come una portaerei. Lei riforniva, all’inizio della proiezione, il piccolo bar portatile d’ogni delizia: gazzose Scartabelli (la concorrenza non esisteva!), brustulli, liquirizie, caramelle; poi si spegnevano le luci e nel buio lei avanzava, lenta e maestosa come un transatlantico, dall’ultima fila sino alla prima, solo che nel percorso si pappava quasi. tutto il contenuto del bar per pura golosità, tanto che quelli della prima fila si dovevano accontentare delle ossa della polenta.
E così, fra un film e l’altro, passavano le stagioni e si cresceva tutti insieme. Poi venne la televisione e il cinema comunale perse molti spettatori finché fu chiuso. Anche il cinema parrocchiale seguì la stessa sorte, chiuso per pericolo di crollo: generazioni di ragazzini saltanti avevano minato la soH tà delle colonne che lo reggevano.
Anche adesso, ad oltre mezzo secolo di distanza, mi piace andare al cinema, ma non ho più ritrovato le emozioni, fascino di quel tempo lontano.
 

Brano corrente

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