8 maggio 2007
“Confessioni di un pediatra” è il
sottotitolo di questa esilarante raccolta di racconti di un medico
della Bassa bolognese alle prese con bambini diabolici, madri
impossibili, nonne e padri che portano su di sé tutti i difetti e i
luoghi comuni della modernità “sanitaria”. Una carrellata di personaggi
nei quali possiamo riconoscerci, messi in fila da un dottore vero che
racconta storie vere, dove la ferocia verso le mamme è mitigata solo
dall’autoironia e dal senso dell’umorismo.
Vi proponiamo i racconti su Molinella, un paese vicino Bologna, che sembrano scritti da Fellini o dai suoi sceneggiatori.
Estate a Molinella
Terza puntata: Il bar della Stazione
Il bar della Stazione
era meta fissa di tutti i giovani, giova nastri e giovanotti del paese.
Le femmine erano rigorosamente escluse, anche se restavano
prepotentemente al centro degli interessi degli avventori.
L’ora di massima
affluenza era la sera, dopo cena. Ognuno arrivava col proprio mezzo:
era come una carta d’identità e rifletteva la propria posizione
sociale. In cima alla scala c’erano i cosiddetti figli di papà, che con
ostentata trascuratezza parcheggiavano il loro ferro
luccicante dove capitava; poi venivano quelli con auto più modeste, di
colori resi indefiniti dalla polvere e dal tempo. Nel successivo
gradino c’erano i motociclisti: si andava dal motore tutto cromature e specchietti, fino ad ansanti mosquito
che partivano solo per scommessa. I paria erano i ciclisti: inforcavano
con abilità consumata veri relitti, con ruote ovalizzate, copertoni
lisci come la pelle di un bambino, selle tenute insieme con rotoli di
nastro isolante da elettricista, telai pieni di ammaccature, segni
evidenti di vecchi scontri. lo, come sapete, ero fra questi ultimi: con
la mia Legnano, che sicuramente aveva visto tempi migliori, arrivavo di
gran carriera e con la famosa “manovra Montanari” saltavo giù al volo,
mentre la bicicletta, senz’altra guida, si andava allegramente a
schiantare contro il mucchio delle sue sorelle. Un “Acsé!’ (Ecco fatto!) sanciva l’avvenuto parcheggio.
Quando tutti si erano
accomodati sulle sedie che, a semcerchio, delimitavano il piazzale del
bar, iniziava il quotidiano teatrino. C’era una scaletta ben precisa da
seguire: il calcio, le donne, le scommesse. Del calcio ognuno voleva
dire la sua: soprattutto la domenica sera erano tutti esperti
allenatori, con un accanimento che rasentava il fanatismo. A volte si
veniva alle mani per un rigore o una punizione mancata.
Una volta esaurita la
discussione sul calcio si passava all’altro argomento: le donne. Qui
l’attenzione degli avventori aveva un parossismo: seduti in pizzo alla
sedia, gli occhi sbaluccicanti, le orecchie tese come quelle dei cani
da punta. Millantavano amorazzi improbabili, numeri erotici al confine
dell’equilibrismo, prestazioni sessuali da guinness dei primati e il
popolo bue, a bocca aperta dallo stupore misto ad emozione, beveva,
senza perdere una battuta, questi racconti. Il più delle volte, erano
sempre riedizioni aggiornate e corrette di precedenti avventure vissute
dai padri, se non addirittura dai nonni.
Tutti in ogni caso,
in maniera molto democratica, potevano esprimere un parere estetico su
qualsiasi femmina del paese, purché respirasse; oppure sbilanciarsi
sulle misure del reggiseno o sul colore delle mutandine o ancora se le
donne dovevano depilarsi le ascelle oppure no – un compromesso, in
genere, veniva raggiunto nel periodo invernale. In ogni caso, si aveva
la netta sensazione che il sesso era fatto senza amore e l’amore,
quello cantato dai poeti, appunto, rimaneva cantato e basta!
A metà serata,
regolarmente, si assisteva ad un entusiasmante intermezzo
motociclistico. Da una distanza incommensurabile, prima come un
lievissimo borbottio lontano, poi via via sempre più forte, arrivava il
fragore di un potente motore. Tutti si alzavano in piedi e correvano al
margine del piazzale dove la strada faceva una curva a radicchio.
Tutti aspettavano l’arrivo di Piiga, il motociclista pazzo. Inguainato
come un gianduiotto in un’ aderente tuta di pelle nera, con la faccia
nascosta dal casco e dagli occhialoni, il centauro impostava la curva,
piegato lateralmente, col ginocchio destro che quasi sfiorava
l’asfalto. Ce la farà anche stavolta o raddrizzerà la curva? Lui,
scalando le marce, col motore ululante per la troppo repentina
decelerazione, affrontava la curva con eleganza e la superava
brillantemente allontanandosi sempre più fino a scomparire. Si
scatenava, a questo punto, un’ovazione: «Piiga, Piiga! Sei sempre il
migliore! Azident a te, caregna d’un sgraziè!»
(Accidenti a te, razza d’un disgraziato!). Piiga non si è mai fermato
al bar Stazione, dove sicuramente tutti noi avremmo fatto a gara per
pagargli da bere. Io, come molti, non l’ho mai visto in faccia, ma mi
piace immaginare che sotto il casco lui sorridesse senza mai mollare
l’occhio dalla strada.
Dopo l’intervallo di
Piiga si riprendeva, come da copione, con le scommesse. Si poteva
scommettere su tutto senza porre limite alla fantasia e così si
arrivava all’ora della chiusura. Il barista, Amilcare, si affacciava
sulla porta del bar, dove nessuno si era degnato di entrare per
consumare anche solo un siberiano (acqua fredda con un po’ di limone),
e diceva: “Ragazu, vu etar fe com av per, me a vag a cà, a son stof madur”
(Ragazzi, voi potete fare come vi pare, io vado a casa perché sono
stanco morto). E con un gesto collaudato e sicuro tirava giù la
serranda del bar.
I più grandi
prendevano i loro mezzi e si avviavano con una certa rassegnazione e
riluttanza a casa dove, di solito, li aspettava una moglie indispettita
perché lasciata sempre sola o con la suocera e/ o con i figli.
Invece un gruppetto di biasanot (nottambuli), non avendo stringenti impegni familiari, rimaneva seduto. Io ero sempre fra questi.
Rischiarati appena
dall’unico lampione stradale, si percorrevano le strade insidiose della
filosofia o della politica. Il più delle volte, da quella fucina
improvvisata, uscivano idee balzane; altre volte no: alcuni pensieri,
partoriti in quelle notti estive, mi hanno illuminato fino ad oggi!
Finalmente, alle due
di notte, vinti dal sonno, afferravamo le biciclette e ci avviavamo
verso le rispettive case. lo non avevo mai sonno ed ero sempre l’ultimo
a partire. Per prender tempo percorrevo a piedi, con la bicicletta a
mano, i due chilometri che mi separavano da casa. E allora il tempo si
dilatava, i pensieri si staccavano gli uni dagli altri, diventavano più
nitidi, più corpo si, la mia sensibilità si acuiva tanto che mi
sembrava di sentire i pensieri, un po’ ferro si, della mia Legnano:
sognava di trovarsi in un bel negozio di biciclette e tutta lucida e
nuova faceva bella mostra di sé insieme alle sue sorelle. E così,
avvolti nella buia coperta della notte, ci allontanavamo, conversando
con le stelle.
L’estate trascorreva
velocemente, come tutte le cose piacevoli e poi le prime brume
scendevano al calar della sera. Nel piazzale faceva freddo e non era
più piacevole chiacchierare; così, a poco a poco, si faceva deserto e
l’unico segno di vita proveniva dall’interno del bar Stazione, dove
Amilcare, tutto solo, si godeva un buon caffè. Un’altra estate era
finita.
A proposito, e Piiga?
Anche d’inverno, prevedibile come la morte, continuava a transitare,
ruggente, alla solita ora e spariva all’orizzonte seguito da un
pennacchio di fumo nero.