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24 Aprile 2008 | Racconti d'autore

“Ho studiato da dottore”

Di Paolo Montanari, Edizioni Pendragon, Bologna, 2008

Letture di Fulvio Redeghieri

24 aprile 2008

“Confessioni di un pediatra” è il sottotitolo di questa esilarante raccolta di racconti di un medico della Bassa bolognese alle prese con bambini diabolici, madri impossibili, nonne e padri che portano su di sé tutti i difetti e i luoghi comuni della modernità “sanitaria”. Una carrellata di personaggi nei quali possiamo riconoscerci, messi in fila da un dottore vero che racconta storie vere, dove la ferocia verso le mamme è mitigata solo dall’autoironia e dal senso dell’umorismo.
Vi proponiamo i racconti su Molinella, un paese vicino Bologna, che sembrano scritti da Fellini o dai suoi sceneggiatori.

Estate a Molinella
Prima puntata: La piscina.

Dopo le fatiche scolastiche un’intera estate di promesse aspettava noi, ragazzi del ’54. I tre principali fulcri di divertimento erano: la piscina comunale, il cinema comunale e il bar Stazione.

La piscina
La piscina comunale, il cosiddetto mare dei poveri, dava occasione ai giovanotti locali di far sfoggio di coraggio virile alle rarissime ragazze che la frequentavano. Le prove erano sostanzialmente tre.

La prima era chiamata “volo dell’angelo”. Il coraggioso saliva le due scalette che lo portavano alla piattaforma dei cinque metri. Con molta circospezione guardava a destra, sinistra e in basso; poi, con una leggera rincorsa, spiccava un salto nel vuoto, allargando, come un Cristo in croce, le braccia durante il volo e, come un siluro, s’infilava di testa nell’acqua riaffiorando sul pelo dell’acqua si guardava attorno, tronfio per un applauso o, almeno, uno sguardo d’ammirazione. Nulla di tutto questo accadeva.

La seconda prova era chiamata la “pompiera”. Il nostro eroe individuava una ragazza che avrebbe probabilmente ­lambito, con passo da gazzella, il bordo della piscina. Saliva quatto quatto fino alla piattaforma dei cinque metri poi, con un urlo alla Tarzan, si lanciava nel vuoto, si raggomitolava su se stesso abbracciandosi le ginocchia flesse e colpiva, con vio­lenza, lo specchio dell’acqua, il più possibile vicino al bordo, sol­levando così una montagna di schizzi. Aveva centrato il suo obiettivo se bagnava la ragazza, ma il più delle volte questa sapeva già la storia e si allontanava al momento giusto, scuo­tendo con rassegnazione la sua bella testolina.

La terza prova era quella di resistenza: la più dura di tutte. Ci volevano anni e anni d’allenamento per superarla e non era, in ogni caso, adatta a tutti. Si bevevano prima tre Monte­negro per infondersi coraggio poi, con passo un po’ incerto, ci si lanciava in acqua e, nuotando in apnea, si cercava di riemergere dall’altra parte della piscina. I più affioravano a metà tragitto con le mandibole spalancate come ippopotami, cercando disperatamente l’aria. Solo alcuni riuscivano nella prova: per esempio un certo Vannini, un marcantonio dalla voce tonante, riusciva a percorrere tutti i 50 metri sott’acqua; una leggenda vivente! Nonostante queste performance non riuscì mai a cuccare niente.

A questi spettacoli, reiterati e un po’ noiosi, le poche ragazze reagivano con assoluta indifferenza, accompagnata anche da qualche smorfia d’insofferenza. Allora i nostri gla­diatori, frustrati nei loro progetti, si accapigliavano fra loro riempiendo la piscina di spruzzi e schiamazzi. In questo modo la giornata trascorreva placida, senza scosse, fino alla chiusura.
Una mattina però un evento straordinario ruppe la tran­quilla routine. Ero, allora, un giovincello di belle speranze e mi stavo allenando alle tre prove. Avevo appena bevuto una gazzosa, succedaneo del Montenegro, e stavo tentando di nuotare sott’acqua per alcuni metri, ma inesorabilmente, come un tappo di sughero, mi ritrovavo sulla superficie. In una di queste risalite forzate le mie orecchie non percepirono il solito familiare cicaleccio, ma un improvviso silenzio quasi assordante. Mi girai a 360 gradi per capire cosa stesse succe­dendo e mi accorsi che tutti gli sguardi erano puntati su un punto preciso della piscina. 


Allora vidi e non fui più lo stesso: lei, la contessina, mollemente abbandonata su un fianco come la Venere del Canova, con una spallina del costume scivolata su un braccio per un oscuro disegno del fato. Un seno niveo, marmoreo, punteggiato da un fiore rosa, s’impose prepotentemente allo sguardo del popolo che, impreparato a si tanta bellezza, rimase basito, muto. La Venere, con nonchalance degna di una dea, si ricompose lentamente. Fu un attimo che durò un’eternità. Poi la vita refluì come un’onda oceanica nel sangue dei giovanotti che, ringalluzziti, si cimentarono in una serie d’esercizi mai visti. Il volo d’angelo fu arricchito da un doppio carpiato con avvitamento antiorario e caduta sul mignolo; le pompiere esplodevano come fuochi artificiali lungo tutto il perimetro della piscina quasi svuotandola e la botte del Montenegro fu prosciugata in un attimo. Nel mio piccolo, anch’io diedi un contributo eseguendo una modesta pompiera e me ne tornai a bordo vasca tutto orgoglioso. E lei, la Dea? Per tutto risposta, sbadigliò annoiata e si girò dall’altra parte.

Brano corrente

Brano corrente

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