10 maggio 2008
Ci siamo lasciati alle spalle i boschi di aprile di cui parla Christian Rainer in questa canzone. Siamo entrati, cari amici, nel mese di maggio, e tra le splendide fioriture osserviamo il castello di Bentivoglio, vicino a Bologna, ultima tappa del viaggio della scorsa puntata.
Musica. Christian Rainer: April woods.
Nel castello di Giovanni II Bentivoglio, nel gennaio 1502, in mezzo alle nebbie e alle acque della pianura, Alfonso d’Este incontrò per la prima volta l’affascinante Lucrezia Borgia, sposata per procura un mese prima, e partita da Roma con un corteo nuziale di mille persone, alla volta di Ferrara. Navigando sul Navile, il canale che collegava Bologna al Po, la bella Lucrezia vedeva dispiegarsi ai suoi occhi orizzonti di pianura che prefiguravano le delizie della corte estense, sorta su paludi e acquitrini bonificati. Una leggenda dice che le tagliatelle sarebbero state inventate in quell’occasione dal cuoco personale di Giovanni II Bentivoglio, preparando una pasta ispirata ai biondi capelli della figlia del papa Alessandro VI Borgia.
Secondo le carte degli archivi estensi, la “pulcherrima virgo”, cioè la bellissima donna Lucrezia, si fermò a dormire presso la stazione della dogana che sovrastava gli argini dell’Idice e della Salarola, al confine settentrionale delle terre pontificie. Oggi la dogana non esiste più: ne ha preso il posto una costruzione sulla riva sinistra del fiume Reno. Quando le vie d’acqua erano navigabili, la nostra regione, come tutta l’Italia, era attraversata dai sentieri dei vagabondi, degli accattoni, dei ciarlatani, dei pellegrini. Un mondo in movimento che costituiva il “blues” dei tempi passati, la galassia della storia scritta da uomini senza volto e senza nome di cui si è occupato Piero Camporesi, lo studioso romagnolo della cultura materiale.
Musica. Lucio Dalla: Il fiume e la città.
Dopo il Lucio Dalla d’annata che abbiamo ascoltato ne “Il fiume e la città”, anno 1970 , torniamo a Piero Camporesi, le cui pagine sul cibo, sul corpo, sulla letteratura degli emarginati, danno nuova linfa al nostro vagabondare. Nelle puntate precedenti Camporesi ci ha condotto nell’inferno ubiquo dell’età classica e dell’evo moderno; ora lo seguiamo in un altro viaggio nella storia, intorno al corpo e alla notte, senza perdere di vista il mondo contemporaneo. Qualche settimana fa a Bologna, un gruppo di artisti ha animato il sottopassaggio di Marconi – Ugo Bassi, due vie centrali della città, con un’azione chiamata Wasted, resti, scorie. Hanno provato a vivere per due giorni e una notte in un luogo spoglio e abbandonato, sotterraneo, in un accampamento artistico che simulava un habitat precario, ed era un modo di leggere la città a rovescio, evidenziando le paure che essa genera. In alto, alla luce del sole, il Comune restaura quattro arcate del Seicento nel magnifico Archiginnasio, tempio del sapere; in basso, nei sottopassaggi subliminali, nei terrains vagues che richiamano le catacombe, al tramonto si chiudono le grate e ci si separa dal mormorio della città. Si popola un luogo desolato, si sognano incubi e ci si risveglia in letti sfatti. Ovunque ci sono un alto e un basso, un dentro e un fuori, un sopra e un sotto. Sopra, la città sfavillante, il paradiso visibile dei palazzi e dei negozi; sotto, il pozzo dei tormenti, l’inferno – le cose abbandonate, la favela infinita. Sopra, le strade e le piazze; sotto, i canali sepolti di Bologna. “I canali della nostra città” s’intitola questo pezzo di una bizzarra orchestrina dai ritmi sghembi.
Musica. Beirut & Gulag Orkestar: The canals of our city.
C’è dunque sempre un “aldiquà” e un “aldilà”, un dentro e un fuori. Anche un mondo on line e uno off line, un aldilà e un aldiquà del monitor. C’è da chiedersi, infatti, se oltre lo schermo del computer si spalanchi, come molti credono, uno spazio-tempo alternativo a quello che viviamo fuori dai misteri della rete. Il cyber mondo è così democratico, anzi anarchico, imprevedibile, rivoluzionario, come pensano i suoi apologeti? E’ la notte rispetto al giorno, o non c’è nessuna discontinuità col mondo reale, perché soggetto agli stessi controlli e agli stessi interessi?
Si dice che navigare in internet sia una sorta di “andar di notte” nel mondo reale. La notte. Camporesi ha scritto bellissime pagine sulla perdita della notte nella società di oggi. Abbiamo perso la notte perché l’abbiamo popolata a tutte le ore, rendendola uguale al giorno. Culliamo la nostra insonnia con le “emissioni televisive”, dice Camporesi, o abbagliamo il buio con le “luci psichedeliche e stroboscopiche” delle discoteche. Ma ci fu un tempo in cui l’andar di notte era pericoloso, non solo per i brutti incontri che si potevano fare, ma anche perché considerato innaturale, un errore compiuto ai danni del corpo, oltre che una tentazione per l’anima. “L’andar di notte senza bisogno, altro non è che un perturbare l’ordine della natura”, si credeva nel Cinquecento.
Musica. Roberto Cacciapaglia: Viaggio di notte.
Guai a entrare nella casa delle tenebre senza una vera necessità. Si pensava la notte popolata di fantasmi, spiriti di defunti, diavoli, folletti. Su queste credenze ironizzava nel Settecento lo scrittore modenese Ludovico Antonio Muratori. Tutti coloro che andavano di notte “come barbagianni stralunati” erano visti molto male. Le stanze del sonno, ricorda Piero Camporesi, disegnavano “una mappa di inquietanti presenze, umane e bestiali, che scivolano fra le quinte notturne dopo lo spegnersi della luce”. Cacciatori di frodo, pescatori di notte, spie, adulteri, ladri, scalatori di finestre – les enfants de la lune -, cercatori di tesori, falsari, negromanti e streghe: questi gli abitanti del regno sinistro delle ombre. Della famiglia dei figli della luna facevano parte anche marinai, pittori, eremiti sognatori, prestigiatori, saltimbanchi e buffoni. Questi ultimi, derivano i loro “storcimenti del volto” e i movimenti esagerati – gli stessi dei “molleggiati” rocker di oggi – dalla luna che muove i granchi come marionette e determina le maree. E’ così che il “Chiaro di luna” di Verlaine, qui magistralmente cantato da Léo Ferré, illumina un paesaggio di maschere danzanti, di arlecchini malinconici. Il chiaro di luna disegna un paesaggio interiore che va dalla tristezza ai singhiozzi.
Musica. Léo Ferré: Clair de lune (dalla poesia di Paul Verlaine).
La notte ha dunque i suoi canali misteriosi: anche a Modena, la città di Ludovico Antonio Muratori. Al pari di Bologna, Modena era una città d’acqua. Le sue vie principali portano ancora il nome dei canali nascosti: corso Canalchiaro e corso Canalgrande. Raccontano le cronache che “nel secolo XVI i canali cittadini erano ancora scoperti, fiancheggiati da muretti, talvolta da filari di pioppi, sormontati da ponti ognuno col proprio nome”. E’ in questo secolo che per ragioni di igiene pubblica e di estetica urbanistica si inizia la copertura dei canali e la loro trasformazione in strade. La “voltatura” dei canali, esistenti dal IX secolo, termina nel Seicento. Canalgrande, la strada della nobiltà modenese, è diventata una delle più importanti vie urbane. Canalchiaro oggi è una lunga strada sinuosa fiancheggiata da edifici appartenenti alla più modesta borghesia dei mestieri. E’ ancora la via dei commerci, anche se il portico, che segue la frammentazione delle case, è più che altro un susseguirsi di profumerie, bar, gioiellerie, negozi di abbigliamento, avendo perduto le vecchie botteghe. Questa era anche la zona delle osterie, dove il profumo di lambrusco si confondeva con la nebbia nei pomeriggi invernali. E si tornava a casa prima del buio, ciondolando da una colonna all’altra del portico.
Cari ascoltatori, ci lasciamo con la tromba di Paolo Fresu, musicista sardo cresciuto artisticamente a Bologna, che ci regala questa splendida “Night talk”, la notte parla. E lo fa con dolcezza.
Musica. Paolo Fresu Quintet: Night talk.