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19 Gennaio 2013 | Paesaggio dell'anima

I vasi di Felsina

Un viaggio in regione attraverso la musica

A cura di Claudio Bacilieri. Lettura di Fulvio Redeghieri.

19 gennaio 2013

Le musiche di questa puntata: Tuxedomoon, Bevano Est, TubuSinFabula, Loreena McKennitt, Francesco Landucci.

Musica. Tuxedomoon: Wading into love.

Cari ascoltatori, oggi è freddo, c’è la nebbia, è inverno: non possiamo portarvi in collina, in montagna, lungo gli argini del Po o le sponde del Reno. Restiamo in città, allora, malinconici come la musica dei Tuxedomoon. Restiamo nella città di coloro che stanno “fra Sàvena e Reno”, come Dante Alighieri definì i bolognesi nel XVIII canto dell’Inferno. Bologna fu fondata tra questi due fiumi: il Reno, il cui nome ha origini celtiche, come il più noto omonimo tedesco, e significa “acqua che scorre”, e il Sàvena, ancor più modesto, che in lingua etrusca significa “vena d’acqua”. Sia il Savena sia il Reno davano energia ai mulini e alimentavano i canali che passavano per la città di Bologna, quando questa aveva il porto ed era una città d’acqua, percorsa anche da un torrente sotterraneo, l’Aposa. Il Sàvena arrivava a lambire le mura cittadine, fra porta San Vitale e porta San Donato, e si gettava nel Reno, il quale confluiva nel Po. Nel Settecento il corso del Reno fu deviato dal Po e immesso in un canale artificiale, per evitare che allagasse la pianura ferrarese. Ma non vogliamo tanto raccontarvi la storia di Bologna, quanto piuttosto portarvi dalle sue origini celtiche, etrusche e romane ai giorni nostri attraverso le bellezze in essa custodite. Poiché il tempo non ci consente di uscire dalle porte urbane, lambite dalla nebbia, può essere un buon modo per goderci la città, tra un museo, una chiesa e un caffè.

Musica. Bevano Est: Pata track.

“Ovviamente anche qui, ove oggi ammiccano stridenti le luci al neon e strombazzano ovunque i clacson e spernacchiano motori e motorini, anche qui si stendeva un tempo l’alto silenzio della preistoria. Anche qui ruminavano in branchi gli uri dalle corna lunate, tra fitte boscaglie e acquitrini; e i primi cacciatori, malamente coperti di pelli e armati di spuntoni di selce li scrutavano, li attendevano al varco. Ove oggi sorge la città, e più spesso presso i suoi quartieri più sciccosi e ambiti, sull’estremo scivolo dei colli, ove ben curati giardini mimano per possidenti e condòmini le spontanee movenze della natura, i ricercatori hanno trovato amigdale e raschiatoi, e anche punte di lancia o di giavellotto …”.
Comincia così il libro che farà da guida al nostro viaggio dentro l’arte bolognese: un bellissimo libro illustrato edito nel 2011 dalle Edizioni Pendragon e scritto da Eugenio Riccòmini, uno dei più noti storici dell’arte italiani, che a Bologna, oltre ad aver organizzato importanti mostre come quelle su Annibale Carracci e sul Settecento emiliano, è stato anche vicesindaco e assessore. Come ha scritto il giornalista Michele Smargiassi, “Eugenio Riccomini ha raccontato l’arte a decine di migliaia di persone. Lo ha fatto fin dal 1983, su invito di questo Comune. Eugenio Riccomini è uno dei servizi pubblici più apprezzati della nostra città”. 

Musica. TubuSinFabula: Drum’n’dijy.

Ma ve li immaginate, quei bovini dalle lunghe e pesanti corna nel centro di Bologna, quando Bologna non aveva un centro e neanche esisteva? Prima dell’inizio, c’era già vita: vita minerale, vegetale, animale, umana, tutte fuse insieme nel mistero insondabile della natura. Il paesaggio doveva essere non molto diverso da quello che ancora oggi vediamo negli angoli meno frequentati dei nostri colli, da dove spuntavano capanne di tronchi tra boschi di quercioli e farnie e, più in alto, di castagni e faggi. Dalle piccole alture scendevano vene d’acqua e ruscelli, mentre in pianura scorrevano fiumi e torrenti che andavano a impaludarsi, ma riuscivano lo stesso a consentire la navigazione e il trasporto delle merci. Gli albori di Bologna sono documentati nel Museo Civico Archeologico, la cui collezione preistorica è stata rinnovata negli spazi e nell’allestimento. Circa mille anni prima di Cristo nell’area corrispondente all’attuale centro storico di Bologna sorgevano le capanne dei primi villaggi sparsi. Sono state rinvenute le tracce di circa cinquecento di queste capanne, e un grande cimitero del popolo che le abitava, a una decina di km dalla città, a Villanova di Castenaso: per questo, quella lontana civiltà è chiamata villanoviana.  

Musica. Loreena McKennitt: Ancient pines.

I nostri antenati erano certamente in contatto con gli etruschi, che avrebbero poi dato il nome di Felsina alla nostra città, e a loro appartenevano gli oggetti che oggi ammiriamo al Museo Archeologico. Al porto etrusco di Spina approdavano navi provenienti dalla Grecia, da cui venivano scaricati i famosi vasi attici a figure nere e rosse, torniti e dipinti nelle fabbriche ateniesi. Al Museo c’è un bellissimo paio d’orecchini che ingentiliva il viso di una donna del V secolo a. C., rinvenuti nella sua tomba. Ci sono i vasi in cui venivano poste le ceneri dei defunti – perché è sempre la morte, più della vita, a lasciare tracce. C’è una stele dove un personaggio, sormontato dalla mezzaluna, guida un carro, come nei rilievi assiri, e l’albero della vita ha la forma di una palma stilizzata. Chissà da quale remoto Oriente è arrivata quella stele, o quale stile voleva imitare lo scalpellino la cui opera è emersa dalla necropoli bolognese. E quante necropoli ancora stanno mute sotto le nostre strade, sotto l’asfalto: quante voci celtiche ed etrusche ammutolite dal passare dei secoli, ma rimaste intatte sotto la nostra lingua e sopra il nostro cuore.

Musica. Francesco Landucci: Losna (da “Etruscan Soundscapes”, 2011).

Brano corrente

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