Salta al contenuto principale
24 Aprile 2010 | Paesaggio dell'anima

I volti della grazia

Un viaggio in regione attraverso la musica

A cura di Claudio Bacilieri. Lettura di Fulvio Redeghieri.

24 aprile 2010

Le musiche di questa puntata: Wim Mertens, Ludovico Einaudi e Cecilia Chailly, Giovanni Battista Pergolesi, Mercan Dede, Zucchero.   

Musica. Wim Mertens: The Fosse.

 Siamo a Forlì, cari amici. Siamo nel museo di San Domenico ad ammirare la Ebe di Antonio Canova. Per Forlì, Canova creò tre capolavori. Una versione di Ebe, una delle sue sculture più famose, realizzata tra il 1816 e il 1817 per la contessa Veronica Guarini. Prima di Ebe, modellò nel 1814 la Danzatrice col dito al mento per il banchiere Domenico Manzoni, andata dispersa dopo la morte del proprietario in un oscuro fatto di sangue. La vicenda portò Canova a scolpire la bellissima stele funeraria di Domenico Manzoni conservata nella chiesa della Santissima Trinità. Ma torniamo alla Ebe. Una scultura da accarezzare, da girarci intorno, per ammirarla da ogni parte. Canova ha saputo infondervi la morbidezza della vera carne. Ebe era la coppiera degli dei. Era la dea greca della giovinezza. La Ebe di Canova ha una leggiadra apertura di passo. Sembra danzare, volare, mentre corre a servire da bere agli dei. Si è arrotolata la veste alla base del petto per essere più libera nei movimenti. Porta al collo una collana di bronzo dorato e un nastro le lega i capelli. La veste sembra sospinta da un vento invisibile. Ebe è l’immagine di una giovinezza non ancora corrotta. E’ l’immagine della grazia. Alla quale facciamo corrispondere la grazia del pianoforte di Ludovico Einaudi e dell’arpa di Cecilia Chailly.

 Musica. Ludovico Einaudi & Cecilia Chailly: Respiro.

 Ebe – dicevamo – è il simbolo di una giovinezza incontaminata, non ancora corrotta dal passare del tempo. Chi ha ricordi liceali, si sarà sicuramente incantato davanti alla serena bellezza, alla grazia, delle sculture greche. Vengono in mente le parole di Schiller, poeta romantico tedesco, sul mondo greco: “Dove sei, bel mondo sereno? / Torna, incantata giovinezza di natura!”. Ma la meraviglia è finita, gli dei sono spariti e la grazia, che allora regnava ovunque, si è dissolta nel tempo. E’ questa la conclusione di un libro dedicato alla grazia, un sentimento e una categoria estetica oggi difficili da definire. L’autore è Raffaele Milani, docente di estetica all’Università di Bologna. Il volume “I volti della grazia” è pubblicato dal Mulino, casa editrice bolognese. Uno dei momenti più alti della grazia in musica è sicuramente lo “Stabat Mater” di Giovanni Battista Pergolesi, che la tradizione vuole sia stato completato il giorno stesso della morte dell’autore, avvenuta nel 1736 a soli 26 anni.

 Musica. Giovanni Battista Pergolesi: Stabat Mater. I. Stabat Mater Dolorosa (Choir of St. John’s College).

 Cos’è la grazia e dove la possiamo ritrovare oggi? Ci avventuriamo su un terreno affascinante, che ci può portare in direzione del sogno o delle visioni mistiche, fino ad arrivare all’atman, il respiro cosmico che nelle scritture vediche è la manifestazione della grazia, incrociando così cultura occidentale e sapienza orientale. Possiamo dire, in breve, che la storia della grazia si muove lungo due direttrici contrapposte: da un lato, la bellezza che si riempie di significato fino a svelare il suo fondo sacro; dall’altro, il sacro che tende ad estetizzarsi, fino a far dimenticare quel “di più” di senso che si elevi sopra la bellezza delle forme. Ed è per quest’ultimo motivo che oggi la grazia è quasi introvabile. Belle forme: bellissime – ma manca quel “non so che”, quel qualcosa in più. L’anima oltre il design. La vera natura, essenza e beatitudine supreme: l’atman. Ascoltiamo allora “Atman” di Mercan Dede, musicista turco che ha collaborato con Pina Bausch e in Italia ha suonato con Ludovico Einaudi.

 Musica. Mercan Dede: Atman.

 La grazia ispira un incanto tutto speciale. Una persona che ha grazia porta con sé sentimenti di dolcezza e fascino misterioso. E’ il fascino invisibile che emana a volte da certe persone e che non è legato solo alla bellezza delle forme. E’ quel “non so che” difficile da definire. Quel “non so che” che si ritrova anche in certe pitture, di Botticelli, Raffaello e – per restare alla nostra terra – di Correggio. Le figure di Correggio emanano un fascino particolare, un potere misterioso. Guardiamo L’educazione di Cupido, del 1525 (circa), conservata a Londra alla National Gallery. Guardiamo lo sguardo di Venere, audace perché si rivolge direttamente allo spettatore e, insieme, tranquillo; e lo sguardo amorevole di Mercurio, coperto solo da un panno blu, e col suo cappello alato. Questa è la grazia. Ma c’è anche quella, molto più profana, di Zucchero, il nostro bluesman reggiano, che insegue una (ma)donna padana, un luccichio dell’anima che tocca le profondità del corpo.

 Musica. Zucchero: E di grazia plena.

Brano corrente

Brano corrente

Playlist

Programmi