Scritto negli anni che vanno dal 1938 al 1940, II mulino del Po è indiscutibilmente la prova più alta, compiuta e celebre di Riccardo Bacchelli. Con il largo disegno e l’ampio respiro di un poema, la narrazione abbraccia le vicende di un’antica famiglia di mugnai fluviali sul Po e nella città e terra di Ferrara, nella prospettiva di un secolo di storia d’Italia e della sua gente, dal 1812 al 1918.
II romanzo è suddiviso in tre grandi parti o tempi: Dio ti salvi, La miseria viene in barca, Mondo vecchio sempre nuovo. Gli eroi di questa poderosa saga sono gli Scacerni, tre generazioni di molinari che, dalla ritirata di Napoleone in Russia alla Grande Guerra, partecipano intensamente, in modo diretto o indiretto, alla vita politica e sociale del nostro paese.
Per la varietà e ricchezza umana dei personaggi, per la multiforme successione degli avvenimenti storici e naturali, per il tono intenso e drammatico, Il mulino del Po costituisce una vera epopea degli umili, densa di altissima poesia, e si colloca autorevolmente fra le opere più insigni della letteratura d’ogni tempo.
L’assedio di Bologna I (seconda parte)
Guardando i froldi uniti, al cui piede il fiume rodeva, rodeva continuo, gli pareva di scoprire l’altra faccia del Po, la faccia placida e finta ch’esso mostra ai terrieri, mentre quella che faceva a lui sul mulino poteva esser terribile, ma sempre schietta. Dal ’39 non c’erano più state piene disastrose, e ciò peggio lo inquietava: come avrebbero resistito i froldi? Risentiva un’ansia, come nei primi anni in cui s’era appiardato alle Nogarole, mugnaio novello, quando una fila d’annate buone e tranquille gli aveva fatto temere che la fortuna gli fosse per rompere addosso inesperto. E senz’addarsene, espertissimo e sicuro del fatto suo, rinnovava i discorsi dei mugnai anziani d’allora, che l’avevano indispettito tanto : che il Po bisogna averlo visto cattivo, e altrimenti non si sa chi è; e che fa il buono per addormentare la gente; e che ha molte maniere di piene e mille di disgrazie
– Che cosa credete di sapere voialtri, che nel ’39 eravate ancora troppo ragazzi per capire le cose?
Quest’ultima interrogazione la rivolgeva ai giovani, che l’udivano con impazienza e fastidio, mentre i vecchi sapevano angustiarsi, ma non altro potevan fare, e l’ascoltavano come incantati. E allora, perchè spazientire gli uni ed angustiare gli altri? Perchè allo Scacerni sarebbe piaciuto vendere il podere a Ponte della Pioppa, staccarsi da ogni servitù terriera, e ridursi colla moglie Dosolina e col fedele Schiavetto a bordo del mulino appiardato accanto a quello di Cecilia Rei, padrona del Paneperso, e donna di fiume. Invecchiando, era come un ritorno, inquieto e fantastico e finalmente impotente, agli spiriti e alle voglie della gioventù. Sul mulino bastava salpar l’ancora, e viva la libertà !
Ma come fare anche soltanto a discorrerne con quella sua donna, com’egli diceva mezzo stizzito e mezzo ridendo, persa dietro le galline e il porcello, innamorata dei bachi da seta? Senza dire che era sempre infatuata dell’ingegno del figlio, di Giuseppe Coniglio mannaro; e questi, alieno più che mai dalla vita del mugnaio, aveva ripreso con nuova lena da qualche tempo i suoi traffici mercantili. Così stavano le cose alla Guarda e al Ponte della Pioppa, e sui mulini, famosi a chi conosce la storia, o vuoi poema, del Mulino del Po.
Dopo i fatti del ’48, San Michele e Paneperso erano rimasti sulla’ riva veneta, requisiti dagli austriaci, mentre la repubblica veniva proclamata anche in Ferrara. E poi Roma era stata assediata dai francesi; e gli austriaci erano entrati in forze nelle legazioni, a rimettere gli stemmi e le magistrature del papa, tenendosi il potere: ciò che a Ferrara, dove del resto gli imperialregi non avevano mai sguarnita
Quei mesi di sequestro erano sembrati molto lunghi a padron Lazzaro, che male sopportava la piarda disadatta, già che si sa che il San Michele era costruito per lavorare nella correntia di destra; male quel che a lui pareva sull’altra ripa un esilio; e peggio di tutto la prepotenza.
– Io sono – diceva – suddito del papa, e questi tedeschi non hanno diritto di comandarmi e di spadroneggiare così sulla riva del papa.
– Hanno la forza, – obbiettava con una sua vecchia e nuova mitezza untuosa Coniglio mannaro, – sopra una riva e sull’altra, la forza.
– Non è una ragione !
– Trovatene una più forte voi.
– Io so che dal fiume non mi è venuto mai altro che bene, anche quando ha fatto il cattivo. E non è forte il fiume?
– Già! E cotesta gamba zoppa, a chi la dovete?
– Il fiume me l’ha rotta, ma me l’ha sconciata il cerusico ! Il fiume è sempre galantuomo, e tutti i mali e gli intrighi e le ingiustizie vengono da terra. Se il fiume ha voglia di metterla sotto, ha ragione.
Interveniva Dosolina
– La volontà di Dio, Lazzaro, la volontà di Dio. – Sì, sì, sicuramente; ma gli uomini la cimentano troppo !
Fatto sta che in quei mesi Coniglio mannaro aveva trovato da fare sull’altra riva, e di che riaprire il cuore alla speranza, su tutte ambita da lui, di far guadagno. Aveva cominciato coll’abboccarsi cogli austriaci della bassa forza, che venivano a far macinare il grano per ordine militare, senza il più piccolo riguardo a essere il mulino d’un suddito del papa. Padron Lazzaro, poichè il sopruso gli guastava il fegato, era stato contento che parlasse lui con quella a gente dalle brache infilate dentro gli stivali ». Coniglio mannaro, impratichito della loro lingua per quel tanto che gli serviva, allogato in uno stallatico della Guarda veneta il suo barroccino e il bolso e arrembato Fulmine, s’era messo a andare innanzi e indietro da Santa Maria Maddalena, di fronte al Lagoscuro in co del ponte, dove l’intendenza austriaca aveva uffici e comandi per il vettovagliamento della Fortezza. Egli s’era riaddomesticato presto cogli austriaci, ritrovandoli preoccupati, come al tempo ch’era stato fornitore di granaglie alla Fortezza, di quel vettovagliamento, tanto più difficile nei primi mesi del ’49, durante ì quali la città stava in repubblica e il presidio della Fortezza era quasi assediato.
Quando, il 19 febbraio, il famigerato generale Haynau fece una punta in forze su Ferrara, a mettere la gran taglia, a levare ostaggi, a intimare imposizioni e a fulminare minaccie, ciò fu non solo per vendicare oltraggi repubblicani e per restituire col timore il prestigio dell’aquìla a due teste, ma anche proprio per vettovagliare
Lettura di Mascia Foschi