14 dicembre 2012
Le musiche di questa puntata: Julia Kent, Laurie Anderson, Barbara Strozzi, Francesca Caccini, Luzzasco Luzzaschi.
Musica. Julia Kent: Tempelhof.
Apriamo la puntata di oggi, cari amici, con un brano dall’album d’esordio di Julia Kent, violoncellista canadese autrice di partiture malinconiche e intriganti: il suo strumento mischiato alle tessiture elettroniche crea suggestioni cinematografiche. Nel suo primo album del 2007, ogni pezzo porta il titolo di un aeroporto, e la musica sembra evocare il momento sospeso dell’attesa, quel non essere né in terra né in cielo ma nel non-luogo dell’aeroporto, a passare il tempo tra il check-in e l’imbarco senza saper bene cosa fare, tra uno sguardo distratto all’iPad e un’occhiata fuggente alle merci del duty-free. Abbiamo letto – non ricordiamo dove – che le donne hanno una grande attrazione per gli aeroporti: forse perché evocano libertà, mistero, sono luoghi esclusi dalla routine quotidiana. In realtà sono spazi di circolazione di segni, di consumo, di provvisorietà e passaggio, dove le relazioni sociali sono indecifrabili, come ha scritto il sociologo Marc Augé. E sono simili in tutto il mondo, come gli ipermercati, le autostrade, le stazioni, i porti: luoghi di passaggio, dove passano anche le belle fuggitive di Proust, le passanti di Baudelaire, le donne: che si trovano molto a loro agio in questi luoghi della modernità, “abitati” con leggerezza senza dover essere spregiudicate e ribelli come un tempo lo erano le “ingrate”.
Musica. Laurie Anderson: Speak my language.
La musica di Laurie Anderson ci ha fatto rimanere nella situazione sospesa di passaggio da uno stato all’altro, da un evento all’altro. Parlavamo di “ingrate”. Chi sono le ingrate? L’occasione per affrontare l’argomento ce la dà Il Ballo delle Ingrate ispirato all’omonima opera di Claudio Monteverdi e messo in scena a Firenze al Museo Marino Marini dall’artista e performer italiana Letizia Renzini con la direzione musicale della soprano italo svizzera Sabina Meyer e le coreografie di Donya Feuer. Un lavoro multimediale dove al repertorio classico di Luzzasco Luzzaschi, Barbara Strozzi e Claudio Monteverdi, si aggiungono suoni e composizioni di segno diverso, con l’ausilio delle tecnologie. Quest’opera muove dalle tematiche del libretto originale del Ballo delle Ingrate scritto da Claudio Monteverdi con Ottavio Rinuccini e rappresentato per la prima volta a Mantova nel 1604, confrontandosi in modo contemporaneo con il meraviglioso mondo del Rinascimento femminile di Barbara Strozzi o Luzzasco Luzzaschi e con le vicende del “Concerto delle donne” ferrarese, che rivoluzionò la musica profana italiana nel tardo XVI secolo. Siamo dunque nel voluttuoso mondo del teatro musicale secentesco, con le “Lagrime mie” di Barbara Strozzi. Canta magnificamente Sabina Meyer. Sentite, nella musica dello spettacolo, le “aggiunte” contemporanee.
Musica. Barbara Strozzi: Lagrime mie. Che si può far (dallo spettacolo multimediale “Il Ballo delle Ingrate” di Letizia Renzini).
Ma che donna è l’ingrata? Come ha ben colto Ingmar Bergman nel suo film per la televisione su musiche di Monteverdi del 1976, Il Ballo delle Ingrate mette al centro della riflessione il matrimonio, e il suo rifiuto da parte di un tipo di donna ben preciso, presente nella letteratura e, soprattutto, nella vita di tutti i tempi: la donna che non è disposta alla resa incondizionata all’uomo prevista dal rapporto amoroso, e pertanto passa per anticonformista e ingrata. Il matrimonio è un compromesso, per quanto dolce, che l’ingrata rifiuta per rimanere libera e conservare la sua l’individualità, anche a rischio della disistima da parte degli uomini e delle altre donne. Emancipata o impossibile da conquistare, fiera amazzone o zitella, dea o meretrice, attraente perché scomoda, ambita perché temuta, l’ingrata è la donna che non cede. L’ingrata monteverdiana è così audace da affrontare le vette del canto solista. Altro che donne sottomesse. Francesca Caccini, soprannominata “la Cecchina”, era figlia del musicista Giulio Caccini che aveva copiato a Ferrara l’idea del “Concerto delle Dame”. Francesca era una delle più acclamate soprano del Seicento. Componeva anche: sentite che meraviglia questo suo madrigale. Canta la soprano argentina Maria Cristina Kiehr.
Musica. Francesca Caccini: Lasciatemi qui solo (da “Il canto delle dame. Compositrices du Seicento” – Maria Cristina Kiehr, Jean-Marc Aymes & Concerto Soave).
I maligni dicono che si concedessero ai membri della corte estense, ma non vi è prova di questo. Solo invidia contro le ingrate? E’ certo, invece, che le dame di corte che intorno al 1570 cantavano nei concerti della “musica segreta” del duca di Ferrara, e che ispirarono i madrigali di Luzzaschi, resero più bello, con la loro voce, il mondo di allora. Ah, cosa daremmo per sentirle cantare, le dame di Ferrara, davanti al duca Alfonso e alla sua moglie bambina, Margherita Gonzaga! Furono il primo gruppo musicale femminile della storia. I virtuosismi vocali salivano in paradiso, e le dame di Ferrara sapevano anche suonare strumenti adatti alla natura femminile, come l’arpa, il liuto, la viola. Studiavano canto fino a sei ore al giorno e venivano pagate in scudi d’oro. A volte, oltre a cantare ballavano. A volte, dopo il concerto, ballava una coppia di nani. I concerti duravano tutta la notte e c’era anche chi si annoiava e giocava a carte. Ma il duca, e chi se ne intendeva, ne rimaneva estasiato. Nei ricevimenti, il duca abbandonava gli ospiti e usciva in giardino per sentirle cantare. Le dame di Ferrara furono le prime cantanti e musiciste professioniste. La moda dei concerti delle donne si diffuse da Ferrara in tutta Europa e durò una cinquantina d’anni. Tra queste donne, c’era forse qualche ingrata.
Musica. Luzzasco Luzzaschi. Concerto delle Dame di Ferrara. O dolcezze amarissime d’amore (Cristina Miatello, Helena Afonso, Marinella Pennichi & Sergio Vartolo).