25 settembre 2008
Il suo sito www.helgaschneider.com apre con immagini di Hitler, di sfilate naziste, di campi di concentramento, con scritto in sovrimpressione Nie Wieder, Mai Più.
Lei è Helga Schneider, l’autrice de Il rogo di Berlino e di altre memorie sul dramma tedesco, vissuto in prima persona da bambina, quando fu ricevuta insieme al fratello e altri ragazzini da Hitler, in un’agghiacciante gita-premio al bunker. Tutto questo è raccontato, oltre che nel commovente Il rogo di Berlino, in Io, piccola ospite del Führer, e in diversi libri apprezzati dalla critica e dai lettori, che vi hanno trovato la denuncia più efficace delle mostruosità naziste, perché osservate e giudicate con l’innocenza dei bambini.
Nata nel 1937 in Polonia, Helga Schneider ha vissuto in Germania, in Austria e dal 1963 in Italia, a Bologna. In un’intervista ha raccontato di essere arrivata a Bologna dopo un vagabondare per l’Europa in cerca di un posto dove vivere, perché invitata da un ragazzo conosciuto a Verona. “A Vienna non mi aspettava nessuno, ero in rottura con mio padre e la sua seconda moglie. A Bologna trovai una famiglia numerosa che mi accolse con calore. L’Italia mi piacque subito per le sue abitudini, la sua mentalità, la sua cucina, la sua lingua. Volli subito imparare l’italiano per poterlo scrivere. Nel giro di pochi anni cominciai a collaborare con giornali italiani come Il Resto del Carlino. Sono diventata bolognese, ma sono anche slesiana, tedesca, austriaca, ho parenti in Ucraina e nella ex Boemia. Sono un ibrido senza vere radici”.
Dal Capitolo VII
Oggi vi leggiamo il racconto dell’incontro con Hitler, che riceve i bambini dopo due giorni di permanenza nel bunker, in cui vengono rifocillati per risollevarli dalle dure condizioni in cui versa tutta la popolazione berlinese. Nell’arrivare al bunker, condotti dalla sorella della matrigna di Helga (Schneider) che vi lavora, la comitiva di bambini dai finestrini del bus vede l’apocalisse: cumuli di cadaveri, macerie fumanti, polvere, rottami, tram rovesciati, incendi, tutte le case e i palazzi ridotti a scheletri di cemento. E’ il dicembre 1944.
Un giorno ci comunicano che il Fùhrer verrà a salutarci e Peter si illumina di gioia. Sembra che gli abbiano promesso di incontrare Babbo Natale in persona!
Ci preparano con puntiglioso impegno all’incontro. Innanzitutto, in presenza del Fùhrer non si deve parlare ad alta voce. Nel caso in cui egli ci chieda qualcosa, si deve rispondere « sì, mein Fiihrer», oppure «no, mein Fùhrer». Naturalmente è d’obbligo il saluto nazista.
Peter non sta più nella pelle. Vedere il Fùhrer è il suo grande sogno. Per lui il Fùhrer è un punto di riferimento, è il capo dei capi, il padre di tutti; per lui il Fùhrer è Dio.
Io sono meno entusiasta. Ciò che ho sentito dire a Eden sul Fùhrer non mi è piaciuto per nulla. Mi ha spaventata.
Arriva il fatidico giorno.
Io e Peter siamo in prima fila, entrambi molto tesi; a una bambina è venuto il mal di pancia e l’hanno allontanata. Peter salta da una gamba all’altra, ha il viso pallidissimo.
Ci troviamo in una sala oblunga, ovunque grandi croci uncinate. Lungo il muro sono disposte alcune sedie; sulla parete in fondo un ritratto di Hitler è affiancato da due grappoli di bandiere germaniche.
Nella sala ristagna un caldo umido che infastidisce. Sono nervosa. Fino all’ultimo momento ci ripetono le stesse cose: parlare a bassa voce, non perdersi in chiacchiere dinanzi al Fúhrer, fare il saluto nazista senza strillare. Aspettiamo immobili come soldatini di piombo. Nel silenzio si potrebbe sentire uno spillo che cade.
Ma ecco, sentiamo dei rumori e da una porta sulla sinistra entra un gruppo di giovani SS che si dispone lungo la parete di fronte a noi. Li segue una donna in uniforme che regge un cesto.
Nella sala c’è un silenzio assoluto, mentre il mio stomaco si contrae in uno spasmo nervoso. E finalmente arriva lui, Adolf Hitler, il Fùhrer del Terzo Reìch!
Avverto un leggero ondeggiamento tra le file mentre il Fúhrer avanza lentamente. Tutti scattiamo sull’attenti, alziamo la mano e gridiamo « Heil Hitler!».
Abbiamo urlato troppo forte, e il viso del Fúhrer tradisce un guizzo di fastidio.
Mentre Hitler avanza verso di noi, io lo fisso senza fiatare. Quante cose ho sentito dire su di lui, dalle più entusiastiche alle più spregevoli!
Cammina piano, le spalle lievemente curve, il passo strascicato: non posso crederci! Sarebbe questo l’uomo che ha fatto delirare le folle? Io vedo invece un vecchio dai movimenti stentati. Noto che ha un lieve tremolio alla testa e che il braccio sinistro pende inerte lungo il suo fianco come se fosse di gesso. Sono davvero incredula!
Hitler comincia a dare la mano ai primi bambini della fila, rivolgendo loro brevi domande di circostanza. Sento le loro voci, sommesse, intimorite, impaccìate, che mormorano: « Sì, mein Fúhrer: No, mein Fiihrer». Infine tocca a me. Il mio cuore perde un paio di colpi e arrossisco violentemente. Temo di svenire, di stramazzare ai piedi del Fúhrer, anche se è l’ultima cosa che desidero accada. Adolf Hitler mi tende la mano e mi fissa negli occhi. Ha uno sguardo penetrante che mi imbarazza. Nelle sue pupille c’è uno strano luccichio, come se un folletto ci ballasse dentro.
La stretta del Fúhrer è molle e ne sono sconcertata. Sarebbe questa la mano dell’uomo che guida il destino della Germania? La mano è calda e sudaticcia come quella di un malato febbricitante. Ne ricevo un’impressione sgradevole e sono tentata di ritirare la mia, ma mi domino. Allora imprimo sul mio viso un sorriso forzato e nello stesso tempo sbircio le SS. Mi fucilerebbero se si accorgessero del mio disagio? Dinanzi al grande Fúhrer del Reich non ci si può sentire a disagio! È un crimine! Ma loro non badano a me, continuano a tenere lo sguardo fisso sul Fúhrer impugnando saldamente il mitra.
Adolf Hitler mi chiede: « Come ti chiami?».
« Helga » rispondo. Mi dimentico di dire « mein Fúhrer». Segue una pausa. Ho l’impressione che Hitler cerchi qualcosa da dire, qualcosa come: « Soffrite molto per questa guerra? ». Oppure: « Come va la distribuzione dei viveri in città? ». Invece mi chiede: « Ti piace stare nel bunker della Cancelleria, Helga? ».
«Sì! ».
È una bugia. Non mi piace stare nel bunker perché soffro di claustrofobia. Mi fa sentire sepolta, rinchiusa in una bara. L’unica cosa che riesce a compensare il mio senso di prigionia è il cibo che arriva regolarmente, ma per il resto quasi preferisco la cantina della Lothar-Bucher-Strasse benché la detesti. Lancio nuovamente uno sguardo alle SS: hanno capito che ho mentito al Fúhrer? Sì, lo so, un «ospite speciale del Fúhrer » ha il dovere di sentirsi bene nel bunker, ha l’obbligo della gratitudine. Ma ancora una volta loro mi ingannarono, e io provo sollievo.
Allora alzo gli occhi e fisso il copricapo di Hitler con l’aquila e la croce uncinata, poi il mio sguardo scivola su un volto dal colorito grigiastro, che somiglia davvero poco a quello dei tanti ritratti appesi nel bunker. La faccia che ho davanti è sciupata. Intorno agli occhi si spiega un fitto ventaglio di rughe e la pelle delle guance è floscia. Solo i baffetti ben tagliati mantengono un barlume di consistenza fra quei lineamenti sfatti.
Quando la mano di Hitler si ritira dalla mia provo un senso di rilassamento. Lui allunga il braccio verso il cesto, estrae una barretta di marzapane e me la porge. È finita. Il Fúhrer passa oltre e tocca a mio fratello.
« Come ti chiami? ».
« Peter! » risponde lui. Troppo forte, noto con ansia.
« Come va, Peter? ».
Peter emette un interminabile sospiro, infine grida, estasiato, spontaneo, irruente: « Io sto bene, Herr Hitler! Che bella fibbia, Herr Hitler! ».
Non è possibile, mi sembra di essere in un incubo! Annientata, volto lo sguardo e vedo il dito impudente di Peter sfiorare la fibbia del cinturone del Fúhrer! Credo di morire. Che cosa succederà? Le SS gli spareranno un colpo nel piccolo cuore? Getto uno sguardo ansioso alle SS e noto con sollievo che una di loro maschera un sorriso divertito. Allora mi tranquillizzo. Poi sento la voce del Fúhrer che risponde: «Quando sarai grande, giovanotto, anche tu potrai avere una fibbia come la mia». Segue il rito del marzapane, poi il Fúhrer passa oltre. Terminata la prima fila, pronuncia qualcosa come « buona fortuna a tutti »; strilliamo di nuovo « Heil Hitler!», ancora una volta troppo forte, e lui esce, seguito dalle guardie del corpo. Rimane solo la donna, che continua a distribuire il marzapane. L’atmosfera si distende.
Deutschland, Deutschland, uber alles! Questo è dunque il grande Fúhrer del Reich, il capo delle Forze Armate tedesche, il capo di tutti noi! Questo è l’uomo dal quale dipende il nostro destino. Ci ha augurato buona fortuna.
Heil Hitler