2 ottobre 2008
Il suo sito www.helgaschneider.com apre con immagini di Hitler, di sfilate naziste, di campi di concentramento, con scritto in sovrimpressione Nie Wieder, Mai Più.
Lei è Helga Schneider, l’autrice de Il rogo di Berlino e di altre memorie sul dramma tedesco, vissuto in prima persona da bambina, quando fu ricevuta insieme al fratello e altri ragazzini da Hitler, in un’agghiacciante gita-premio al bunker. Tutto questo è raccontato, oltre che nel commovente Il rogo di Berlino, in Io, piccola ospite del Führer, e in diversi libri apprezzati dalla critica e dai lettori, che vi hanno trovato la denuncia più efficace delle mostruosità naziste, perché osservate e giudicate con l’innocenza dei bambini.
Nata nel 1937 in Polonia, Helga Schneider ha vissuto in Germania, in Austria e dal 1963 in Italia, a Bologna. In un’intervista ha raccontato di essere arrivata a Bologna dopo un vagabondare per l’Europa in cerca di un posto dove vivere, perché invitata da un ragazzo conosciuto a Verona. “A Vienna non mi aspettava nessuno, ero in rottura con mio padre e la sua seconda moglie. A Bologna trovai una famiglia numerosa che mi accolse con calore. L’Italia mi piacque subito per le sue abitudini, la sua mentalità, la sua cucina, la sua lingua. Volli subito imparare l’italiano per poterlo scrivere. Nel giro di pochi anni cominciai a collaborare con giornali italiani come Il Resto del Carlino. Sono diventata bolognese, ma sono anche slesiana, tedesca, austriaca, ho parenti in Ucraina e nella ex Boemia. Sono un ibrido senza vere radici”.
Dal Capitolo XIV.
Berlino, aprile 1945. Rintanati come topi nella cantina, da mesi, per sfuggire alle incursioni aeree degli Alleati, gli abitanti del palazzo di Helga sono riusciti a sopravvivere in mezzo a indicibili sofferenze. La capitolazione di Berlino è attesa di giorno in giorno con la speranza di uscire davvero vivi da questo inferno, ma la paura ora è quella dei russi: cosa faranno i vincitori?
Aspettavamo i russi con una tensione crescente. Man mano che passavano i giorni l’attesa si tramutò in ansia incontenibile e quasi non si pensava ad altro. I grandi cercavano di controllarsi, di mimetizzare il problema davanti ai più giovani, ma la paura gravava sulla cantina come una coltre densa e soffocante, togliendoci il sonno.
Io pensavo spesso a quei russi che Hans e io avevamo incontrato a Eden e che ci avevano dato la pasta di semola e il pane: non sembravano cattivi. E mi convinsi che dovevano esistere due specie di russi: quelli che avevamo conosciuto a Eden e i « sovietici », che Goebbels denigrava definendoli barbari e primitivi. Se fossero arrivati i «russi», pensavo, non ci sarebbe stato troppo da temere, ma non osavo pensare all’altra possibilità.
Un giorno Rudolf, il figlio dodicenne della nostra portinaia, Frau Kòhler, stava aspettando la madre che era andata a prendere l’acqua. Da quando si parlava di stupri Rudolf era diventato davvero insopportabile. Tormentava tutti con la sua folle paura per la madre.
All’improvviso lo vidi scattare, avvicinarsi a Opa e chiedergli una pistola. Opa domandò a che cosa gli servisse. Per uccidere il primo russo che avesse osato alzare le zampe su sua madre, rispose Rudolf, pallido e truce. Opa gli spiegò che non poteva accontentarlo, innanzitutto perché lui era solo un ragazzo e inoltre perché in nessuna cantina si dovevano trovare delle armi: ai civili era proibito tenerne. Allora Rudolf si scaldò e cominciò a inveire contro Opa. Diceva che gli uomini della cantina erano dei codardi perché non intendevano difendere le donne dai russi. Invano Opa ribadì che i russi sarebbero venuti armati fino ai denti e, nel caso avessero trovato delle armi, avrebbero fatto una strage.
Rudolf non si convinse e trattò Opa con un’insolenza impetuosa. Gli altri cercarono di calmarlo, ma fu inutile. Si quietò solo quando Frau Kòhler ritornò con le taniche. Non lo riconoscevo più. Il mansueto ragazzo che trascorreva ore e ore a rovinarsi la vista leggendo alla luce della candela le avventure di Karl May si era trasformato in un astioso contestatore e nessuno riusciva più a ragionare con lui.
Frau Kòhler guardò il figlio e domandò: « È successo qualcosa, tesoro? ».
Rudolf sbirciò Opa ma questi disse, pacato: « Nulla, Frau Kòhler, suo figlio era solo un po’ in ansia perché lei tardava».
Allora Frau Kòhler sospirò e raccontò: «Sapeste cosa succede nelle strade! C’è l’inferno. Sparano dappertutto e bisogna stare attenti a non beccarsi una pallottola. Ovunque si vedono carri armati che la Gioventù hitleriana tenta di fermare lanciando i Panzerfaust… Quei poveri ragazzi muoiono come mosche, è uno scandalo! ». Fece una carezza al figlio, gli diede un buffetto affettuoso sul naso, si stese sulla branda e si addormentò.
Avevo osservato la scena dal mio letto e guardai Frau Kòhler mentre dormiva. Il suo volto si era come svuotato, le guance si erano ritirate sotto gli zigomi, mentre gli occhi erano diventati due fosse nere. Sembrava la maschera di una morta!
Rabbrividii. Frau Kòhler non era anziana, ma in certi momenti sembrava così vecchia! La stessa cosa valeva per le altre donne, compresa la matrigna. Era come se una mano maligna avesse cancellato dai loro visi perfino il ricordo della passata gioventù. La matrigna, in particolar modo, che non aveva ancora trent’anni (Opa l’aveva avuta tardi), negli ultimi mesi era spaventosamente cambiata. Ricordavo bene quando l’avevo vista per la prima volta a fianco di mio padre: gli occhi azzurrissimi un po’ duri ma intelligenti e vivaci, l’eleganza sobria e disinvolta di una giovane donna cresciuta in una metropoli. Corpo snello ma morbido, sorriso spavaldo e un po’ arrogante; a mio padre piaceva, oh, se gli piaceva! Tutto di lei gli piaceva, e non ne faceva mistero.
Alzai lo sguardo da Frau Kòhler e misi la testa fuori dal letto per vedere che cosa stesse facendo mio fratello. Dormiva. Teddy stretto fra le braccia, il viso incorniciato dai riccioli. Le palpebre erano mosse da un lieve tremolio e la bocca contratta come se stesse sognando qualcosa di spaventevole. Mi intenerii. Povero fratellino: cinque anni, pensai, solo cinque anni e già così tradito dalla vita e dagli uomini! Cinque anni, mio Dio, e non sapeva giocare. Non sapeva che cosa fosse un bicchiere di latte o come potesse essere blu il cielo. Cinque anni. Gli uomini avrebbero mai potuto risarcirlo della sua infanzia perduta? E risarcirmi della mia?
Poi guardai verso Opa che parlava con la matrigna. Sentii frammenti di conversazione. Erano in pensiero per Hilde, non ne sapevano più nulla. Facevano ipotesi diverse. Forse, durante il tragitto verso casa, era stata colpita da un proiettile vagante o da una granata. O forse, sorpresa da un attacco aereo, si era infilata in un rifugio che poi era saltato. La matrigna continuava a ripetere che bisognava denunciarne la scomparsa e avviare le ricerche. Opa era d’accordo, anche se entrambi si rendevano conto che nessun ufficio si sarebbe preoccupato di cercare un ago nel pagliaio, a meno che non si trattasse di un noto ebreo ricercato dalla Gestapo.
Poi il mio sguardo si spostò su Erika, che stava scherzando con la madre. Per tutto il giorno non l’avevo sentita tossire e mi sembrava un gran buon segno. La madre le aveva sciolto i capelli, che ora le cadevano sulle spalle; erano fini e lisci, anche se un po’ sporchi. Pensai, rincuorata, che forse Erika avrebbe potuto salvarsi. Se la guerra fosse finita presto, forse avrebbe potuto essere curata nel reparto specializzato di un ospedale, forse ce l’avrebbe fatta a guarire.
Infine Opa tornò sul tema dei russi mentre gli altri, che si erano raccolti intorno a lui, cominciarono a fare degli strani discorsi. Stavano cercando un sotterfugio per salvare le donne dallo stupro. Qualcuno propose di mandarle agli ultimi piani dell’edificio, perché forse i russi si sarebbero limitati a controllare le cantine, ma Herr Hammer obiettò che se avessero trovato solo uomini probabilmente si sarebbero insospettiti e incattiviti, avrebbero cercato le donne a ogni costo e, dopo averle trovate, per punizione non le avrebbero solo violentate ma anche uccise.
Mi sdraiai sul letto e ascoltai le loro parole nel caldo puzzolente della cantina. Ancora una volta c’era aria di attesa, l’attesa angosciante dei russi. Alla fine mi vinse il sonno e mi appisolai, mentre Herr Mannheim calcolava che non sarebbero arrivati prima di due o tre giorni, perché al momento erano ancora troppo occupati ad assediare il Reichstag e a conquistare il bunker della Cancelleria del Reich. E se lo avessero già raggiunto e avessero già ucciso Hitler?
Quel giorno Frau Mannheim mi aveva presa di mira. Mi aveva chiamata da parte per rimproverarmi di aver consumato troppa carta al cesso, ossia al secchio. Dopo che Frau Kòhler l’aveva inserita nel turno dell’acqua, Frau Mannheim era diventata maligna, litigiosa, e cercava ogni pretesto per infastidire il prossimo. Suo marito diceva che quell’incarico le aveva riacutizzato alcuni sintomi della menopausa, nonostante fossero trascorsi una decina di anni. Io cercai di giustificarmi adducendo dei disturbi gastrointestinali, ma lei insisteva. Mi fissava con i suoi occhi obliqui lievemente strabici accusandomi di approfittare della generosità di coloro che avevano sacrificato i propri libri per ridurli a carta da cesso. Dentro di me sbuffavo per la futilità dell’argomento. Anch’io ero consapevole che fosse uno scempio immolare sui nostri sederi i capolavori di grandi maestri, ma non potevo certo rinunciare a pulirmi per risparmiare due pagine di Goethe!
A un tratto sentii dei rumori sospetti in cima alla scala e diedi l’allarme. Subito Kurt e il vecchio scivolarono nel cunicolo, mentre quelli che sonnecchiavano si svegliarono di soprassalto, come succede alle persone che vivono in una situazione di costante pericolo. «Cosa c’è? » bisbigliò Herr Hammer, ma due secondi dopo ci trovammo davanti a sei russi che ci puntavano contro i fucili.
Sentii una paura strana, come se guardassi un film. La cosa era successa con una tale rapidità che me ne resi conto solo alcuni secondi dopo. Erano arrivati i russi! Tutti, tranne Peter ed Egon, fecero un balzo dai propri posti, aspettando con goffo terrore gli eventi. Era successo tutto in un baleno!
Avevano sceso rumorosamente la scala battendo i tacchi e facendo tintinnare i fucili. La fiamma della candela ebbe un’impennata di vitalità; vacillava nervosa e mandava anelli di fumo.
I russi dapprima ci fissarono, poi si guardarono intorno e infine manifestarono un palese disgusto per il cattivo odore ma anche una sorta di incredulo stupore per il nostro accampamento. Eravamo tutti paralizzati dalla sorpresa. Ricordo che la paura mi invase a scoppio ritardato facendo sussultare il mio cuore che cominciò a martellare come una turbina impazzita.
Vedevo facce tonde e rosee. Due di loro avevano il capo rasato, tre portavano berretti di pelo e uno aveva folti capelli neri e crespi e un gran barbone che gli spioveva sul petto. Alla fine quello col barbone domandò in un secco tono militaresco: « Qui soldaty gennanskie?». Eravamo come impietriti e nessuno rispose. Pensavo a quelli del cunicolo: erano considerati disertori? Se così fosse stato, poveri noi!
« Qui soldaty germanskie?» ripeté il barbuto, impaziente.
Allora Opa si fece portavoce dei presenti e rispose con calma forzata: « Qui niente soldati ».
«Tu bugia! ».
«No bugia, qui niente soldati ».
Il barbuto precisò, scandendo con intenzione le parole: « Se qui soldaty gerrnanskie, tu kaputt! » e fissando Opa negli occhi. « Capito? ».
« Ho capito, » rispose Opa, e cercava di dominare la tensione. « Siamo solo vecchi, donne e bambini ».
Il russo lo fissò per alcuni secondi, poi compì con lo sguardo una rapida panoramica sul desolante scenario della cantina. Infine domandò: « Tu armi? ». Aveva occhi nerissimi e intelligenti e una bocca rossa e carnosa. Tutti i sei sembravano bene in carne e per nulla patiti.
«Niente armi» rispose Opa, mentre sentivo un brivido nella schiena. Il russo si guardò di nuovo intorno; c’era qualcosa di strano nei suoi occhi, una sorta di stupita incredulità. Contemplò i poveri giacigli, la tavola di legno sotto la quale erano riposte le valigie con i pochi valori e qualche vestito, la candela fumante, Erika che stringeva la zuppiera, i letti dove Egon e Peter continuavano a dormire. Ma d’un tratto sul suo volto comparve un ghigno trionfale ed egli esclamò, enfatico: «Guerra kaputt! Gitler kaputt! » sondando la reazione sui nostri volti. Ma vedendone solo la paura domandò in tono pratico: « Tu urri? ». Voleva gli orologi.
Nel frattempo Peter ed Egon si erano svegliati e piangevano entrambi per lo spavento. Allora il barbuto fece cenno che qualcuno andasse a occuparsi dei ragazzini e ripeté, più rude: « Tu urri?! ». Batteva due dita sul suo polso per farsi capire. Finalmente un fremito di comprensione ondeggiò tra le nostre file, e chi aveva un orologio si affrettò a sfilarlo dal polso. Solo quel vecchio che si urinava sempre addosso oppose un rifiuto: « L’orologio no! È l’unico ricordo di mia moglie… non posso darvi l’orologio! ». E piangeva, contorcendosi dalla disperazione. Allora un russo balzò fuori dal gruppo e gli puntò il fucile tra gli occhi: «Tu dare urri o tu kaputt! ». Ma il vecchio non si arrese e continuò il suo piagnisteo con un’ostinazione ridicola e irrazionale: « L’orologio no, vi prego! Per favore! ».
« Molli l’orologio, idiota » bisbigliò Herr Hammer.
« No, no, non voglio! ».
« Lo lasci, maledizione! ».
Il vecchio si strozzava in un cupo piagnucolio.
Allora il russo gli disse con disprezzo: « Tu piangere per urri? Tu idiot!! Piangere invece per tua città! ». E gli sfilò brutalmente l’orologio dal polso. Il vecchio proruppe in singhiozzi convulsi.
Nel frattempo la matrigna e Frau Bittner si erano precipitate verso i letti dei due ragazzini in lacrime, cercando di rassicurarli. Il barbuto fissò prima Opa e poi me e ordinò: « Idi sjuda!». Non capimmo. Allora l’altro ci fece segno di avvicinarci. Opa mi prese per mano e facemmo alcuni passi esitanti. L’uomo stirò il volto in un largo sorriso e disse a Opa: « Tu gutt! ». Infine si rivolse a me e domandò: « Tu golod? », facendo il gesto di mangiare. La voce doveva essermi scesa nelle scarpe.
« Tu golod? » ripeté alzando la voce.
« Digli se hai fame » suggerì Opa.
« Sì » feci con un suono aspirato.
Il russo disse qualcosa a uno del suo gruppo che sfilò da una sorta di tascapane una pagnotta di pane nero e me la porse. Quando vide il mio imbarazzato stupore rise. Mi accarezzò col calcio del fucile la guancia, si voltò, disse qualcosa agli altri e tutti risero. Risero nella buia e puzzolente cantina, e io non capivo se fosse per divertimento o per pietà. Poi il barbuto mi disse: «Tu dire spasibo». Non capii.
« Spasibo!» ripeteva, e mi guardava divertito.
Opa mi venne in aiuto. « Significa “grazie”, tesoro. Ringrazialo ».
« Grazie ».
« Spasibo!» disse ancora quello, e gli altri russi gli fecero eco: « Spasibo! Spasibo! Da!».
Dissi, con un fil di voce: « Spasibo».
Finalmente erano soddisfatti. Il russo barbuto si congedò strillando per l’ultima volta: « Gitler kaputt! Germania kaputt! »; le parole risuonarono cupe nella sordida cantina dove una candela sonnolenta ricamava fuligginosi anelli di fumo.
Finalmente il soldato girò sui tacchi, impartì un ordine al suo seguito; calpestii pesanti e tintinnio di fucili, « do svidanija!» e in due secondi furono fuori dalla cantina.
Finito. Silenzio attonito. Poi silenzio di sollievo. Infine un po’ di stupita agitazione. E i primi commenti, confusi, increduli, un rauco «Dio, ti ringrazio ». Starnuti liberatori. Herr Hammer, costipato, si soffiò il naso con una pagina di Nietzsche e mormorò: «Abbiamo avuto culo! ». Infine i commenti si intrecciarono e si esaltarono in un’atmosfera di immenso sollievo. Io strinsi il pane al petto come se fosse un bambino. « Voglio il pane! » strillò a un tratto Peter, e mi abbracciò insieme alla pagnotta.
Frau Kòhler, riavutasi dallo shock, esclamò: «Se questi sono i barbari di cui parlava Goebbels, io ci metto la firma! ».
Egon saltellava su un piede: «Anch’io voglio il pane! ».
Chiamarono fuori quelli del cunicolo. «Avanti i disertori e i mancati soldaty germanskie! » scherzò qualcuno.
Nel frattempo Opa mi aveva preso il pane e aveva cominciato a tagliarlo in tante fette quante erano le persone nella cantina. Herr Mannheim disse al vecchio che non voleva mollare l’orologio: « Lei è un mulo ostinato, non poteva fare a meno di mettersi a discutere con un russo? ».
« Il mio orologio… » l’altro ricominciò le sue lamentele « era l’unico ricordo di mia moglie…».
« Lo sa che quel russo poteva ucciderla? ».
« Per un orologio! » protestò il vecchio.
«Allora lei non ha capito niente! » concluse Herr Mannheim, e lasciò perdere. Alla fine consumammo lentamente la nostra fetta di pane gustandone ogni briciola. Mi sembrava di non aver mai mangiato nulla di più squisito.
Più tardi, in un’atmosfera più rilassata, gli adulti commentarono l’eventualità che Hitler fosse morto.
«Sarebbe troppo bello » esclamò Frau Kòhler.
« E non hanno toccato nessuna donna! » singhiozzò Frau Mannheim sfogandosi con un breve pianto. Frau Bittner e la madre di Erika si abbracciarono perché le loro figliole avevano scampato il pericolo. Erika e Gudrun si scambiarono due parole di fanciullesca complicità: «Quasi me la facevo addosso per la paura » confessò Gudrun. «Anch’io » fece Erika, ed ebbe un attacco di tosse per la gioia. Più tardi Opa e Herr Mannheim si ritirarono nel cunicolo per sentire alla radio le ultime notizie. Il cerchio intorno a Berlino si stava chiudendo, la caduta era prossima. Forse era solo questione di ore. Ci sentivamo tutti miracolati. Da ore non avevano suonato le sirene: ci pareva un buon segno.
Alcuni, spossati dallo spavento ormai superato, si ritirarono sui propri giacigli per un riposino. Peter si accoccolò vicino alla matrigna sulla sua branda. Opa si complimentò con me: « Sei stata molto coraggiosa, bambina mia ».
Risposi, riconoscente e fiera: « Grazie ». Poi mi corressi: « Spasibo».
Opa sorrise fra il divertito e il commosso: «Sono orgoglioso di te ». La matrigna non mi aveva detto una sola parola, ma io ero felice che Opa fosse fiero di me.