9 ottobre 2008
Il suo sito www.helgaschneider.com apre con immagini di Hitler, di sfilate naziste, di campi di concentramento, con scritto in sovrimpressione Nie Wieder, Mai Più.
Lei è Helga Schneider, l’autrice de Il rogo di Berlino e di altre memorie sul dramma tedesco, vissuto in prima persona da bambina, quando fu ricevuta insieme al fratello e altri ragazzini da Hitler, in un’agghiacciante gita-premio al bunker. Tutto questo è raccontato, oltre che nel commovente Il rogo di Berlino, in Io, piccola ospite del Führer, e in diversi libri apprezzati dalla critica e dai lettori, che vi hanno trovato la denuncia più efficace delle mostruosità naziste, perché osservate e giudicate con l’innocenza dei bambini.
Nata nel 1937 in Polonia, Helga Schneider ha vissuto in Germania, in Austria e dal 1963 in Italia, a Bologna. In un’intervista ha raccontato di essere arrivata a Bologna dopo un vagabondare per l’Europa in cerca di un posto dove vivere, perché invitata da un ragazzo conosciuto a Verona. “A Vienna non mi aspettava nessuno, ero in rottura con mio padre e la sua seconda moglie. A Bologna trovai una famiglia numerosa che mi accolse con calore. L’Italia mi piacque subito per le sue abitudini, la sua mentalità, la sua cucina, la sua lingua. Volli subito imparare l’italiano per poterlo scrivere. Nel giro di pochi anni cominciai a collaborare con giornali italiani come Il Resto del Carlino. Sono diventata bolognese, ma sono anche slesiana, tedesca, austriaca, ho parenti in Ucraina e nella ex Boemia. Sono un ibrido senza vere radici”.
Dal Capitolo XV.
La lettura di oggi è il seguito della puntata precedente. I russi sono arrivati. La prima volta era andata bene per gli abitanti della cantina, nella Berlino distrutta e arresa. Ma la seconda…
XV
Berlino, fine aprile 1945
Mi svegliai al suono di una voce eccitata e mi drizzai sul letto per vedere che cosa stesse succedendo. Vidi Frau Kòhler parlare con una sconosciuta e sentii che il tono delle loro voci era allarmato. Poi si abbracciarono, e vidi di nuovo l’angoscia sui volti delle donne. Rudolf a un tratto si mise a urlare: «Voglio la pistola! Mi dovete dare una pistola! ».
Ero confusa e stordita. Dopo la visita dei russi dovevo aver dormito saporitamente, ma adesso capivo che c’era un nuovo problema.
La donna era un’amica d’infanzia di Frau Kòhler, accampata in una cantina non lontana, nei pressi della Lauenburger Platz. Era venuta per avvertirci che gruppuscoli sparsi di russi ubriachi si stavano aggirando nelle cantine del quartiere molestando e violentando le donne.
La notizia giunse come un fulmine a ciel sereno e diffuse il panico. Opa ebbe una reazione esasperata; prese un bicchiere e lo scaraventò sul pavimento gridando: « Maledizione! Come abbiamo potuto essere così ingenui?! ». Abbracciò la matrigna e pianse sulle sue spalle. Pover’uomo! Era già in apprensione
per Hilde, della quale non si riusciva ad avere notizie, e ora il pericolo dello stupro incombeva nuovamente sulle donne!
Tutti cercavano di ragionare: cosa si poteva fare? Fingere che fossero ammalate? Ma un ubriaco non ti sta nemmeno a sentire. Nasconderle ai piani superiori dell’edificio? Sarebbe stato peggio. I russi, insospettiti per la presenza di soli uomini, le avrebbero cercate e forse uccise. Qualcuno consigliò di confonderle fra i cadaveri in cortile, ma Frau Kòhler dichiarò che piuttosto si sarebbe ammazzata. «Voglio una pistola! » ripeté Rudolf. « Voglio proteggere mia madre! ». E si piantò davanti a Opa con aria minacciosa. « Lei mi deve dare una pistola. Se nessuno intende difendere mia madre lo farò io! ».
« I civili non possono maneggiare le armi » gli spiegò Opa per l’ennesima volta.
«Me ne fotto di cos’è vietato o non vietato ai civili» gridò Rudolf. « Io voglio una pistola! ». Aveva il viso contratto e gli stravolti, grosse gocce di sudore gli cadevano dalla fronte.
«Non posso dartela» ripeté Opa con una calma paterna.
«Se sono considerato abbastanza grande per entrare nella Gioventù hitleriana, sono anche in grado di usare una pistola!» si infiammò Rudolf. « Forse la Gioventù hitleriana non spara? Certo che spara! Io voglio una pistola! ».
«Cerca di calmarti» intervenne la madre, Frau Kòhler. «Io non voglio perderti, tesoro. Tu sai che possono fucilarti appena ti vedono con una pistola in pugno? ».
« Io voglio proteggerti! » disse Rudolf con la voce rotta dall’emozione. «Nessun russo ti deve mettere le mani addosso!».
Il grande vocio aveva svegliato Peter, il quale però, vedendo che nessuno gli prestava attenzione, si sollevò in ginocchio e cominciò ad agitarsi sulle tavole del letto provocando di proposito un fastidioso cigolio.
A un certo punto la matrigna gli ordinò: « Smettila, Peter! »
« No!».
Allora lei si accostò al letto e gli diede una sculacciata. Peter la fissò incredulo e scoppiò in un pianto stizzoso. Egon gli fece eco per pura solidarietà e altro nervosismo si aggiunse a un clima già troppo teso. Per fortuna non durò più di due minuti, il tempo sufficiente per esaurire le esigue energie dei due contestatori.
Erika, contagiata dalla generale agitazione, cominciò a tossire e a sputare sangue nella zuppiera. Frau Mannheim le impose il silenzio e la madre di Erika reagì per la prima volta duramente: «Mi accorgo sempre di più che le sue doti umane lasciano alquanto a desiderare, Frau Mannheim! ». La Mannheim sobbalzò offesa.
“ci sarebbe il cunicolo, » osservò Frau Kòhler a un tratto “quello è abbastanza sicuro ».
“Non so come potreste starci in sei, » obiettò, dubbioso Herr Hammer « c’è posto al massimo per tre. E poi c’è anche la radio ricevente ».
“Come al solito, tutti i vantaggi al sesso maschile!” protestò Frau Kòhler, acida, sbirciando Kurt, il figlio di Frau Bittner.
“Se è per me, io sto anche fuori » commentò Kurt, asciutto.
“Non rendere le cose più difficili di quanto non lo siano già”disse Frau Bittner al figlio con tono angosciato.
“Io volevo arruolarmi” brontolò Kurt.
“Ormai sono discorsi inutili” rispose la madre.
Perplessità impotenti si svilupparono nell’angusta cantina, metre la candela si devertiva a gettare ombre informi sui muri.
Volti stanchi, sgomento, paura. Nessuna via d’uscita. Di nuovo in trappola. Che fare? Ma di lì a due scondi qualcuno scese con fracasso dalla scala cogliendoci tutti alla sprovvista. Dal buio, come barcollanti fantasmi, apparvero due russi manifestamente in preda all’alcol! Rimasi senza fiato.
Venivano avanti sulle gambe malferme cantando e abbozzando passi di danza. Uno portava un berretto di pelo che gli pendeva di sghimbescio dal capo, l’altro esibiva una selva di capelli rossi e la barba stopposa. Mi appiattii sul letto per passare inosservata e solo allora mi resi conto che quelli del cunicolo non avevano avuto il tempo di nascondersi!
I russi ridacchiavano e agitavano i fucili spianati; per prima cosa mi fecero segno di scendere dal letto. Stessa sorte toccò a Egon e Peter. Egon scoppiò a piangere, mentre Peter scese docilmente. Ben presto ci trovammo tutti al centro della cantina e i russi presero a fissarci con stupore allibito come se fossimo animali da circo. Cercavano perfino di darsi un contegno, ma erano troppo ubriachi. Infine uno dei due emise una serie di rutti e sbraitò: « Tu urri! ». Ancora, pensai, volevano ancora i nostri orologi! Ma nessuno si mosse.
«Tu urri! » ripeté il russo manifestando irritata impazienza. Allora Opa cercò di spiegargli che i suoi predecessori ci avevano già alleggeriti dei nostri orologi, mostrando il suo polso nudo e invitando gli altri a fare altrettanto. Tutti mostrarono i polsi senza orologio e il russo si convinse. Allora cominciò a illuminarci uno a uno con una torcia insistendo sui volti delle donne. Giunto all’altezza della matrigna si fermò e gridò con improvvisa enfasi: « Hurrà Stalin! » abbagliandola con la torcia. La matrigna non si mosse, mentre Peter rimaneva aggrappato alle sue gambe.
Il russo produsse ancora un paio di rutti e ripeté, con aria di sfida: « Hurrà Stalin! », assestando alla matrigna una pesante manata sulla spalla. Di nuovo lei non reagì. Allora l’altro, indispettito dal suo mutismo, le ingiunse: “Tu dire “hurrà Stalin” o tu kaputt!” Peter represse un singhiozzo spaventato, ma Opa salvò la situazione sostituendosi alla figlia: « Hurrà Stalin! ».
Il russo si voltò e sul suo viso si allargò un ghigno soddisfatto. «Tu gutt! ». Ruttò compiaciuto, infine domandò: « Tua moglie? », indicando la matrigna.
« Io sono il padre, » rispose Opa « ich bin der Vater».
« Vater?». Il russo corrugò la fronte, abbassò il capo, rifletté faticosamente fissando un bottone della sua uniforme impolverata e finalmente stabilì: « Vater gutt! Tu dire ancora “hurrà Stalin! “. Tu Vater gutt! Da! ».
« Hurrà Stalin! » fece Opa.
Il russo lo guardò estasiato, schioccò la lingua, si batté le mani sulle cosce tonde e ululò: «Ancora! Ancora “hurrà Stalin!”». E sbirciò Opa con gli occhietti lucidi e arrossati.
Quando Opa lo assecondò per la terza volta mi si strinse il cuore. Povero vecchio Opa!
Finalmente il russo fu pago e il suo volto si fece comicamente serio. Appoggiò con gesto confidenziale una zampa sull’esile spalla di Opa e comunicò: « Gitler kaputt». Mimò uno che si spara alla tempia e aggiunse, digrignando i denti: « Gitler grrrr! Adolf kaputt! ». E nitrì come un cavallo, ridendo con la testa rovesciata all’indietro.
L’altro russo, che fino a quel momento si era limitato a sghignazzare, cantilenò gongolante: « Alles kaputt! Germanija kaputt! Parlament kaputt! Da!» e tempestò di manate la spalla del compagno; ma questi si stava distraendo, fissava Erika!
All’improvviso quello col berretto mi puntò il fucile contro il petto e tuonò: « Imja! Name! Was… dein… Nane?».
Sentivo le corde vocali secche, mentre un rospo
si agitava nelle mie povere viscere.
« Digli come ti chiami, tesoro » mi bisbigliò Opa. « Helga » mormorai.
« Gelga? ».
« Helga ».
Il russo si grattò sotto il berretto e decise: «Tu no gutt, Gelga». Si avvicinò investendomi col suo fiato puzzolente e mi tastò il petto, che era piatto come una tavola. Mi chiesi che cosa avesse da tastare. Ero tentata di mordergli la mano ma mi trattenni. Infine quell’animale mi strizzò nel punto dove poteva essere localizzato all’incirca un mio fanciullesco capezzolo e ripeté sprezzante: « No, Gelga no gutt! ». Sputò sul pavimento e mi lasciò perdere. Continuò a illuminare i volti e si fermò davanti a Gudrun. Disse, con voce gorgogliante: « Tu Fraulein! Tu gutt! », facendo un rutto di soddisfazione. « Tu venire con me! ». Ma la madre di Gudrun gli si avventò contro: « No, non può farlo. La prego, prenda me piuttosto, la supplico, lei è ancora una bambina! ». Ma il russo se ne liberò assestandole una brutale pedata nel ventre. « Cagna!».
Frau Bittner era caduta riversa sul pavimento battendo il capo. Rimase in terra come svenuta. Gli altri le si precipitarono attorno per soccorrerla. Sentii un crampo allo stomaco e temetti di vomitare. Intanto il russo, approfittando del trambusto, trascinò Gudrun nel corridoio facendo segno al compagno di tenerci a distanza col fucile. L’altro emise un grugnito d’intesa piazzandosi su una sedia col fucile spianato. Poi ci ordinò di metterci in riga e di lasciar perdere la donna a terra, « altrimenti kaputt». Non restava che ubbidirgli: quel tipo aveva tutta l’aria di fare sul serio. Non avrebbe esitato un solo attimo a usare l’arma.
Ci raccogliemmo in gruppo e rimanemmo lì, mortificati e impotenti. Se solo avessi avuto una pistola in pugno avrei sparato io a quel russo!
Dal corridoio provenivano le grida strazianti di Gudrun, che sembravano amplificarsi e scoppiare nei nostri cuori gonfi. Era terribile. Avevo la nausea. Avrei voluto morire.
Poi il russo tornò dal corridoio, senza Gudrun
Per un attimo ci guardò con. un’espressione di soddisfatta arroganza, ma vedendo il nostro unanime disprezzo cambiò faccia. Terminò di abbottonarsi i pantaloni grugnendo con goffo imbarazzo, infine ci rivolse ancora un sorriso di tracotante soddisfazione borbottando qualcosa nella sua lingua. Quello col fucile spianato fece cenno all’altro di sostituirlo e si accostò, vacillante, a Erika. Fino a quel momento non avevo mai pensato che un uomo potesse nutrire un qualsiasi interesse per quell’ombra di ragazza, ma mi sbagliavo.
Erika fissò il russo e diventò bianca come la calce. Cominciò vistosamente a tremare mentre i colpi di tosse si mischiavano al pianto.
« Tuo nome! » gridò il russo, sgarbato, dondolandosi sui fianchi. Ostentava un’ottusa arroganza da vincitore e da padrone e sbavava mentre le sbirciava i seni acerbi.
Erika mosse le labbra invano, non riuscì a pronunciare una sola parola. Allora il russo ripeté, spazientito: « Tuo nome! ».
La poveretta deglutì, inspirò e balbettò a fior di labbra: «E-ri-ka».
« Erika… » fece il russo sollevandole col calcio del fucile una ciocca di capelli. Lei sobbalzò e, mentre un singhiozzo represso le scuoteva il petto, la zuppiera le scivolò dalle mani frantumandosi con un fracasso infernale.
Sul viso del russo si diffuse un’espressione di stupore inebetito mentre fissava i cocci. Riavutosi dalla sorpresa, afferrò Erika per le spalle e tentò di baciarla. Allora la madre gli si gettò addosso implorando: « La supplico, prenda me al posto suo… lei è ammalata… lei… ». Ma l’altro non la fece finire e col fucile le diede un colpo violento in testa. La donna stramazzò, ruzzolò su un fianco, scalciò impotente e perse i sensi.
Contemporaneamente il russo aveva sbattuto Erika su un materasso gettandosi su di lei con tutto il suo peso. Qualcuno dei nostri si mosse per soccorrere la madre di Erika e per fermare lo stupratore, ma quello col fucile spianato gridò qualcosa in russo sparando un colpo in aria. Lo sparo rintronò nella cantina cupo e minaccioso, riecheggiando nei nostri cuori gelati. Tentai di distogliere lo sguardo dall’orribile spettacolo ma non ci riuscii, e seguii tutto quello che avvenne, costretta da un irresistibile impulso a guardare, fino alla conclusione. Sentii le gambe molli, mentre un’orribile sensazione di disgusto mi dilaniava il cuore. Un disgusto penetrante; ciò che vedevo era inaudito, crudele, ingiusto. Aspettavo le lacrime come un sollievo alla mia terribile tensione e, quando le sentii bruciare tra le ciglia, affondai il viso nella giacca di Opa.