4 luglio 2009
Le musiche di questa puntata: Rumba de Bodas, Ginevra Di Marco, CSI Lindo Ferretti, Leo Ferré, Enerbia.
Musica. Rumba de Bodas: El pueblo unido.
E’ il momento giusto, cari amici, per farvi ascoltare “El pueblo unido” degli Inti Illimani nella versione dei giovanissimi bolognesi Rumba de Bodas. La musica può aiutarci a riflettere sulla natura – se così si può dire – ribelle, progressista, avanzata di questa regione, portata dalla sua gente ai vertici dell’economia nazionale senza perdere di vista i valori della socialità, della solidarietà, della giustizia, della libertà. Potrebbero, queste, sembrare frasi fatte. Invece no: è la storia del nostro territorio a sottoscrivere questi valori, anche se oggi molto è cambiato e bisogna trovare parole nuove per spiegare la realtà. Un tempo era più facile. Si stava di qua o di là. Il rosso o il nero. A Parma, gli Arditi del Popolo contro gli squadristi. “Parma era rimasta quasi impermeabile al fascismo”, scrisse nel 1932 nel suo diario il gerarca Italo Balbo, il ferrarese che Mussolini aveva mandato a sedare la rivolta dell’Oltretorrente. Fermiamoci un attimo per ascoltare Ginevra Di Marco, con la quale rimaniamo in tema perché ci propone una canzone a suo modo rivoluzionaria, ossia quella intonata dai partigiani indipendentisti greci del 1820, durante i moti cui partecipò anche il poeta inglese George Byron.
Musica. Ginevra Di Marco: Saranta Palikaria.
Oggi si chiama Caffè Europa, ma all’inizio del secolo scorso era il Caffè Milano – soprannominato sitùzz, il posticino – il luogo a Ferrara dove si discuteva di politica e litigavano i monarchici e i repubblicani. Qui ci andava anche Balbo, l’eroe trasvolatore del regime, che dalle idee repubblicane e mazziniane della gioventù approdò al fascismo, come il romagnolo Mussolini, che fu socialista nei suoi verdi anni. Ferrara e tutta la Romagna erano percorse in quel tempo dai fermenti della classe contadina che aveva sposato le teorie socialiste. Nei decenni a cavallo tra Otto e Novecento nacquero qui le prime esperienze di leghe e cooperative rurali. La singolare forza assunta dal movimento cooperativistico – che riveste tuttora un ruolo di primo piano nell’organizzazione della vita sociale ed economica in Emilia-Romagna – spiega la durezza con cui esso fu represso dai proprietari terrieri locali in epoca fascista. Nel 1996 esce il disco dei CSI (Consorzio Suonatori Indipendenti) guidati da Giovanni Lindo Ferretti, dedicato al mito della Resistenza. Poiché la Resistenza è un concetto universale, sentiamo la splendida “Cupe Vampe” che parla di un episodio dell’assedio di Sarajevo: l’incendio in una notte d’agosto del 1992 della Biblioteca, con i suoi 600 mila libri che contenevano la memoria di un popolo.
Musica. CSI: Cupe Vampe.
Torniamo dall’altra parte dell’Adriatico, alla Romagna, regione di passioni eccessive. Terra di anarchici sin dall’Ottocento, terreno di scontro tra papalini e mangiapreti, e per questo intrisa di umori libertari e anticlericali. La Romagna, e in particolare la provincia di Ravenna, è stata a cavallo dei due secoli la culla di scioperi, agitazioni e insurrezioni che spesso hanno superato i suoi confini per propagarsi in tutta Italia. Pensiamo alla “Settimana Rossa” del giugno 1914, un’insurrezione in realtà cominciata ad Ancona, ma che nel Ravennate deflagrò portando l’Italia alla soglia della rivoluzione. Socialisti, repubblicani e anarchici, dopo anni di divisioni, si trovarono, per una volta, uniti sulle posizioni contrarie alla guerra. In tutte le grandi città ci furono manifestazioni per strada e scontri violenti con i carabinieri con decine di morti. Ma solo in Romagna la popolazione credeva che fosse giunta l’ora “x” della Rivoluzione. L’aspettativa rivoluzionaria era iniziata molti anni prima, nel 1872, con i congressi di Bologna e di Rimini: quest’ultimo sancì la nascita della Federazione italiana dell’Internazionale anarchica. Su 21 sezioni, 9 erano romagnole. La Romagna divenne il cuore nazionale dell’anarchia grazie anche all’attivismo dell’imolese Andrea Costa, il fascinoso “biundèn”, biondino. Ed ebbe poi altri grandi protagonisti, come Armando Borghi e Nello Garavini, entrambi di Castel Bolognese (Ravenna), Luigia Minguzzi e Emidio Recchioni, anche loro ravennati. Erano, direbbe Leo Ferré, “Les anarchistes”.
Musica. Leo Ferré: Les anarchistes.
“Non sono l’uno per cento ma credetemi esistono /Han raccolto già tutto di insulti e battute / e più hanno gridato più hanno ancora fiato / hanno al posto del cuore un sogno disperato /e le anime corrose da idee favolose / Sono gli anarchici” – canta Leo Ferré, che era uno di loro. Ora sono solo facce sbiadite di vecchi dagherrotipi, ma cent’anni fa erano persone che avevano un sogno. Un sogno disperato. L’iniziatore di questa storia fu forse lord Byron, l’irrequieto poeta inglese arrivato a Ravenna grazie all’amore per la contessa Teresa Guiccioli. Qui frequentò i carbonari, e le malsane paludi non gli impedirono le famose cavalcate nella pineta, incurante delle febbri ma già con un vago presagio della fine. Ancora pochi anni in Italia, e poi nel 1823 avrebbe abbandonato tutto per abbracciare la causa dell’indipendenza della Grecia, trovandovi la morte. Come i futuri anarchici romagnoli, un demone oscuro sembrava spingerlo oltre gli eventi, strappandolo da ogni luogo o affetto. Era un disertore della vita borghese, un libertario ante litteram. Un disertore delle comodità e della sicurezza, più interessato a vivere intensamente che a conservarsi la vita. Lo splendido pezzo del gruppo piacentino Enerbia, “I disertori”, lo dedichiamo a lui e a tutti gli anarchici d’antan.
Musica. Enerbia: I disertori.