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21 Marzo 2009 | Paesaggio dell'anima

Il vuoto centrale dell’anima

Un viaggio in regione attraverso la musica

A cura di Claudio Bacilieri. Lettura di Fulvio Redeghieri.

21 marzo 2009

Le musiche di questa puntata: Fabrizio Bosso, Bobo Rondelli & Stefano Bollani, Pierangelo Bertoli, Sergio Bassi, Giuseppe Verdi.

Cari ascoltatori, abbiamo iniziato la puntata scorsa con il trombone di Gianluca Petrella, iniziamo quella di oggi con la tromba di Fabrizio Bosso. Di questo trombettista abbiamo ascoltato l’estate scorsa al Ravenna Festival un concerto-omaggio a Domenico Modugno. Ad accompagnare Bosso nel brano che abbiamo scelto ci sono altri validi strumentisti come Rita Marcotulli al pianoforte, Javier Girotto al sax, Furio Di Castri al contrabbasso.

Musica. Fabrizio Bosso: Notte di luna calante (di Domenico Modugno).

La tromba è uno strumento usato in quasi tutti i generi musicali ma con un ruolo importante soprattutto nelle jazz band e nelle fanfare. La tromba dispiega un suono scuro e pastoso, perfetto per la musica barocca, un suono nobile e maestoso, anche militare. Ciò che sorprende, è la capacità di questo strumento di trasformare il rumore in suono: soffiando dentro il bocchino, non ne escono pernacchie ma emozioni. Allo stesso modo, c’è chi riesce a trovare la poesia nelle pianure, che hanno un po’ un suono da tromba, mentre il mare e la montagna potrebbero essere associati a strumenti – come dire – più nobili, come il pianoforte e il violino. Già Leopardi diceva che la pianura è meno piacevole della collina, e Edmund Burke sosteneva che l’emozione provocata dalla vista del mare è superiore a quella che si ha contemplando una piana. L’uniformità, l’orizzonte esteso, la luce frastagliata dalle foschie e dalle nebbie, caratterizzano un paesaggio che non può competere con il mare, la montagna o le sinuose colline che ricordano le forme femminili.
Eppure anche la pianura ha i suoi cantori: sono i “narratori delle pianure” – titolo di una celebre raccolta di novelle di Gianni Celati. Sono scrittori come l’emiliano d’adozione Gianni Celati, i reggiani Pier Vittorio Tondelli, Davide Benati e Ermanno Cavazzoni, che vive a Bologna, il ferrarese Roberto Pazzi e un ferrarese fuori patria come Diego Marani, il modenese Ugo Cornia. E senza dimenticare, naturalmente, i numi tutelari della “bassa”, Cesare Zavattini e Giovannino Guareschi. E giovani scrittrici come Simona Vinci e Cinzia Bomoll legate alla pianura bolognese.

Musica. Bobo Rondelli e Stefano Bollani: Un giorno dopo l’altro (di Luigi Tenco).   

La pianura ha la stessa monotonia che fa capolino da certe foto di Luigi Ghirri o da questa canzone di Luigi Tenco, che vi abbiamo proposto nel rifacimento di Bobo Rondelli, accompagnato al piano da Stefano Bollani. E’ una monotonia che appare come un sentimento e che Gianni Celati chiama “il vuoto centrale dell’anima”. E’ un perdersi nello spazio, un restarne inghiottiti, come si può venire inghiottiti dalle delusioni della vita. E’ lo spleen esistenziale che negli anni Sessanta ci comunicavano le canzoni di Luigi Tenco, come la meravigliosa “Vedrai, vedrai” che induce a sfogare le amarezze sul disco di vinile messo in moto dal giradischi. E’ una canzone che si potrebbe cantare aprendo le finestre di una villetta a schiera nella pianura padana, con vista sulla piatta campagna o sui capannoni industriali, sui tralicci dell’alta tensione che si alternano ai filari di pioppi o sugli onnipresenti allevamenti di maiali.  La malinconia di Tenco prende ora la voce di un cantautore padano, Pierangelo Bertoli, nato a Sassuolo in provincia di Modena nel 1942 e scomparso nel 2002. Bertoli, dopo i successi degli anni Settanta, aveva proposto nel 1987 un album di cover, “Canzone d’autore”, con i suoi brani preferiti, tra cui “Vedrai, vedrai” di Tenco.  

Musica. Pierangelo Bertoli: Vedrai, vedrai (di Luigi Tenco).

E’ la visione del vuoto, dice Gianni Celati, a darmi la voglia di scrivere. Scrivere per “arginare il vuoto centrale dell’anima”, che nella pianura trova la sua ambientazione ideale. La pianura, infatti, provoca quella sensazione di disorientamento che è necessaria alla creatività. Un disorientamento dato dalla presenza dei “non luoghi” teorizzati da Marc Augé, e che Gianni Celati vede concentrati nella via Emilia, dove “per gran parte del percorso si viaggia tra due quinte formate da cartelloni pubblicitari, lunghi capannoni industriali, stazioni di servizio, empori di mobili e lampadari, depositi d’auto in esposizione, depositi di carcasse d’auto, ristoranti, palazzine a colori vivaci, oppure quartieri d’alti palazzi sorti in mezzo alle campagne”. E’ questo stravolgimento a ingenerare il vuoto, che Celati definisce come “silenzio residenziale”, in altre parole lo stupore, lo sgomento davanti a un paesaggio che non riconosci più. Davanti allo scenario di costruzioni diverse, disarmoniche, davanti alle “villette geometrili” che non hanno senso in uno spazio come questo, ci si sente estranei, soli. In un romanzo di Andrea De Carlo ambientato nel ferrarese, il protagonista afferma: “Il paesaggio mi sembrava del tutto incomprensibile. Mi sono fatto prendere dalla vertigine di questa mancanza di significati”.  

Musica. Sergio Bassi: Via Emilia.

La via Emilia, canta Sergio Bassi, anche lui voce del Po e della pianura, è “eco di zoccoli di cavalli sul selciato romano / spazzato via dal rombo sordo e impetuoso dei tir”.  Camion che cancellano cavalli, svincoli di autostrada, “villette residenziali” dove – scrive Celati – “c’è solo tempo che passa, percepibile perché il silenzio lo rende così lento che sembra non passi mai”.
E’ per riempire questo vuoto dell’anima che, in un bel racconto di Celati, fanno la loro ultima recita in un teatrino deserto nella provincia di Reggio Emilia, dopo aver girato con successo i teatri di mezzo mondo, il vecchio capocomico Attilio Vecchiatto e sua moglie Carlotta. Finiamo qui questa puntata: con l’immagine dei due vecchi artisti che hanno girato il mondo, si sono esibiti nei teatrini delle comunità italiane all’estero, e per la loro ultima recita – dopo 45 anni di assenza dall’Italia – scelgono il teatrino di Rio Saliceto, il posto più sperduto, più insignificante – ma forse il più giusto per comunicare assenza, disorientamento, nostalgia.

Musica. Giuseppe Verdi: Preludio da “La Traviata”, atto I (Filarmonica Arturo Toscanini, direttore Georges Prêtre).

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