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21 Maggio 2020 | Racconti d'autore

In cerca della rosa

Testo tratto dal libro di Claudia Gualdana “Rosa. Storia culturale di un fiore” (Bologna, Marietti 1820, 2019)

Vittorio Ferorelli

Cosa sappiamo davvero della “regina dei giardini”? Se l’è chiesto l’insegnante e saggista Claudia Gualdana, che ha dedicato un libro al fiore della rosa e al suo ruolo silenzioso nella storia dell’Occidente, dal mondo classico al Medioevo, fino alla grande poesia degli ultimi due secoli. Sfogliamone le pagine iniziali grazie alla lettura di Alessandra Ambrogi dell’associazione “Legg’io”.

Crediamo di conoscere la rosa. La trattiamo con la familiarità riservata a chi si frequenta da troppo tempo, e perciò non ha segreti per noi. Invece la chiamiamo “regina dei giardini” senza sapere perché. L’abitudine azzera i chiaroscuri, i dubbi e la curiosità. In questo caso, ha obliato le origini di una predilezione bimillenaria. Antiche, misteriose e dotte sono le vicende della rosa: se tanto se ne scrive e tanto la si usa, un motivo deve pur esserci. Il suo mistero va ben oltre la bellezza e il profumo. Per Jorge Luis Borges, che le dedica più di una poesia, è un caleidoscopio di memorie:

La rosa,
l’immarcescibile rosa che non canto
[…]
la rosa che risorge dalla tenue
cenere per l’arte dell’alchimia,
la rosa dei persiani e di Ariosto,
quella che sempre sta sola,
quella che sempre è la rosa delle rose,
il giovane fiore platonico.1

Nelle pagine che seguono si dipana la “cerca” della rosa. Perché essa è un archetipo della coscienza collettiva, la parola insostituibile per dire molte cose tacendo. Amata, recisa e cantata centinaia, migliaia di volte dai nostri antenati, è simbolo di amore, devozione, gentilezza. Secondo un adagio popolare, se è bianca dice il candore, rossa la passione, gialla la gelosia.
Così come il fior di loto è simbolo dell’Oriente, la rosa lo è dell’Occidente. Il loto fluttua leggero sull’acqua, rammenta l’impermanenza e le teorie sulla metempsicosi. La rosa invece è radicata a terra, l’arbusto spinoso ne afferma la resistenza, la forza e la capacità di difesa attraverso le spine. La bellezza del fiore non può far dimenticare che essa delizia l’odorato e la vista, ma è armata. L’Europa è la terra della rosa, proprio come lo è della pietra dei resti greco-romani e delle cattedrali: dura a morire e irresistibilmente bella. I suoi significati sono di prim’ordine e di antica memoria, tanto che sfogliandone petali si può riassumere la storia. Per sommi capi, ovviamente, e con un occhio di riguardo alla simbolica.

La rosa è pittura, scultura, letteratura, esoterismo, mistica. Ma è anche concretezza, per quanto nelle pagine che seguono di storia materiale ve ne sia ben poca. Basti rammentare che la rosa reale è di uso comune da millenni sotto forma di acqua, unguenti, oli, profumi; è stata ed è un fattore economico nella coltivazione, nel commercio, nell’artigianato, oggi anche nell’industria. Agronomi, profumieri, naturopati, vivaisti, fioristi, speziali: vecchi e nuovi mestieri che l’hanno maneggiata, in un modo o in un altro. Nel suo libro sui profumi, Teofrasto spiega la composizione del celebre olio di rosa, quello con cui nell’Iliade si unge il corpo esanime di Ettore: per lo più a base d’olio di mandorle, lo si otteneva macerando a lungo i petali di rosa con giunco, aspalato e calamo aromatico.2
L’arte della cosmesi e della profumeria è antica quanto la concezione secondo la quale il buon profumo è la sublimazione dell’organico, l’esorcismo di ogni lezzo legato all’idea della putrefazione, e dunque della morte. Creta e Cipro erano famose per la produzione di odori d’incanto, che i mercanti smerciavano in piccoli contenitori di terracotta e di alabastro spediti via mare. Nel II secolo avanti Cristo il baricentro della profumeria si sposta a Roma. Il resto è storia. La si trova descritta negli affreschi di Ercolano e Pompei, in cui si celebra l’attività dei profumieri di Paestum.3 Al tempo dell’impero, l’Italia meridionale era soffocata dal profumo dei campi di rose. Se ne coltivavano e vendevano molte: Roma ne era ghiotta.

Ciò che profuma è divino: la rosa per traslato è simbolo di immortalità, incorruttibilità del corpo, gloria e al contempo seduzione peccaminosa. La si utilizza nei preparati erboristici medievali per curare una serie indefinita di malanni, dall’influenza agli eccessi alcolici. In quell’epoca la preghiera significava molto, se non tutto, e il profumo si bruciava nelle chiese sotto forma di incenso, perché la sublimazione del corpo nell’immortalità era appannaggio esclusivo di Cristo. In seguito la rosa si riappropria del posto in società di sua antica pertinenza. La si coltiva in giardino, si ammirano i suoi fiori, la si dona all’amata. Unguenti, oli e profumi fanno mostra di sé nelle dimore dei potenti. Sono tornati dall’Oriente insieme ai crociati. Da allora la rosa non ci ha più lasciati. In alcune stagioni è stata più apprezzata che in altre.
Nei fasti rinascimentali di Firenze, alla corte dei Medici si coltiva la botanica con nuova curiosità, fiori e profumi presto invadono tutte le corti d’Europa. Caterina de’ Medici porta con sé l’arte della profumeria in Francia e, da Grasse e Parigi, questi olezzi di seduzione, in cui l’essenza del nostro fiore manca di rado, invadono il mondo. La rosa è la regina incontrastata di creme, unguenti, essenze da immolare in lussuosi bracieri, proprio come era stato nel mondo greco-romano. I nobili amano dormire su guanciali imbottiti di petali seccati al sole; si sciacquano il viso e le mani con acqua di rose. Sia essa un’essenza, un fiore o un’idea, la rosa segue il cammino dell’uomo nelle nostre terre.

Persino il secolo breve, severo e foriero di tragedie, ne ha onorato la memoria. Negli anni ’50, quando Tennessee Williams volle creare un copione su misura per Anna Magnani, scrisse La rosa tatuata: il film con cui Nannarella vinse l’Oscar. Decenni più avanti, Woody Allen ha girato La rosa purpurea del Cairo, in cui una spaurita Mia Farrow, vittima di un marito manesco, evade nei cinema dalla sua vita triste, rivedendo non si sa quante volte un vecchio film. La rosa purpurea del Cairo appunto, in cui un archeologo avventuroso un bel giorno decide di uscire dal grande schermo per sedurre la timida protagonista. Baxter, per lei, smette di cercare la rosa purpurea che «un faraone fece dipingere per la sua regina e la leggenda dice che è tutto un fiorire di rose sulla sua tomba».
Per restare nella cultura popolare, tra le indimenticate canzoni di Fabrizio De André, ce n’è una dedicata a “bocca di rosa”. L’arte, alta o bassa che sia, non ha mai smesso di ricordarci la pervasiva presenza della rosa. In verità, ha un certo peso anche nella storia della lingua: le prime parole a lei collegate che vengono in mente sono rosolio, rosario, rosetta, rosone; le giovani, se sono graziose, hanno le gote rosate.

La nostra regina è una presenza troppo assidua per non nascondere misteri. Nelle prossime pagine ho cercato di svelarne alcuni. Non tutti: sarebbe stato impossibile riunire in un solo libro la sua presenza ubiquitaria in Italia e altrove. Ne ho scritto con pudore. Senza dimenticare la lezione di Umberto Eco, che ha guadagnato la celebrità con il giallo storico Il nome della rosa: della rosa si possono raccontare molte cose, ma la sua essenza resta inafferrabile. Il libro chiude con una citazione del monaco benedettino Bernardo Cluniacense, che fa per noi: «Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus»; la rosa primigenia esiste solo nel nome, possediamo soltanto nudi nomi.4

Note
1
. J.L. Borges, Rosa, in Id., Fervore di Buenos Aires, in Id., Tutte le opere, trad. it. e cura di D. Porzio e H. Lyria, Milano, Mondadori, 1984, vol. I, p. 29.
2. Teofrasto, I profumi, a cura di F. Focaroli, Milano, La vita felice, 2011.
3. B. Munier, Storia dei profumi. Dagli dèi dell’Olimpo al cyber-profumo, Bari, Dedalo, 2006.
4. U. Eco, Il nome della rosa, Milano, Bompiani, 1980, p. 503.

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