11 dicembre 2008
Quindici scrittori emiliano-romagnoli per quindici gialli costruiti intorno a un vino o a un cibo dell’Emilia-Romagna. Quindici storie di suspence e di atmosfera che hanno per protagonista un prodotto che riassume in sé la cultura di un territorio: dall’aceto balsamico di Loriano Macchiavelli al salame felino di Carlo Lucarelli; dalla piadina romagnola di Eraldo Baldini al formaggio di fossa di Marcello Fois, al prosciutto di Valerio Varesi. Sono gli ingredienti de “Il Gusto del delitto”, una raccolta di racconti inediti scritti da alcuni tra i più famosi giallisti e scrittori emiliano-romagnoli, per iniziativa dell’Assessorato Agricoltura della Regione Emilia-Romagna in collaborazione con Leonardo Publishing. All’origine del libro, c’ è il binomio “cibo e mistero”, perché “l’atto di mangiare reca sempre in sé una qualche forma di distruzione, un delitto insomma” – come ha sottolineato il curatore Sandro Toni.
Nei racconti de “Il Gusto del Delitto”, accanto al cibo, entra in gioco la terra di cui quel cibo è espressione: l’Emilia-Romagna con le sue campagne, la sua cultura, la sua tradizione. Ecco allora il formaggio parmigiano di Danila Comastri Montanari, la pesca di Romagna di Licia Giaquinto, l’aceto balsamico di Valerio Massimo Manfredi, la patata di Gianni Materazzo, la carne di maiale di Simona Vinci, la mortadella di Gian Piero Rigosi, e naturalmente i vini: il Sangiovese di Maurizio Matrone, il Pignoletto di Sandro Toni, l’Albana di Grazia Verasani , il Lambrusco di Francesco Guccini.
Proseguiamo con il racconto di Loriano Macchiavelli “La botte di Berenice e il tragno di Manganello”.
Loriano Macchiavelli è nato a Vergato (Bologna) nel 1934. Ha frequentato l’ambiente teatrale come organizzatore, come attore e, infine, come autore.
Dal 1974 si è dedicato al genere poliziesco e ha pubblicato numerosi romanzi divenendo uno degli autori italiani più conosciuti e letti. Al momento l’autore non ha intenzione di fermarsi. Il suo personaggio più conosciuto, Sarti Antonio, è entrato anche nel fumetto (Orient Express) con una serie di avventure tratte dai romanzi. I disegni sono di Gianni Materazzo. Ha pubblicato e pubblica con i maggiori editori italiani e ha collaborato e collabora con quotidiani e periodici. Assieme a Marcello Fois e Carlo Lucarelli ha fondato il “Gruppo 13” e con Renzo Cremante ha fondato e dirige la rivista Delitti di Carta che si occupa esclusivamente di poliziesco italiano.
La botte di Berenice e il tragno di Manganello – Prima parte
Deve essere tradizionale. L’altro, l’aceto balsamico e basta, è un surrogato, una finta, un si fa per dire. Fate conto: cioccolata e nutella. Chi ama la cioccolata, sa cosa intendo.
Da queste parti il tradizionale è un tesoro di famiglia, un patrimonio da conservare e tramandare di padre in figlio. Salire le scale che mettono alla soffitta dove, a volte da secoli, riposa nelle pregiate botticelle, è un rito al quale non sono ammessi estranei. Si sale in silenzio e come in una processione religiosa. Manganello si toglieva le scarpe al piano terreno e saliva a piedi nudi: i calzini li portava solo la domenica. Per andare a messa.
Man mano che ci si avvicina al tesoro, si comincia ad apprezzare il profumo che filtra dalle pezzuole di tela, lino o canapa grezza, a seconda delle convinzioni del titolare, posate sull’imboccatura delle botticelle. Si arriva in soffitta e una sinfonia di aromi vi avvolge; prende nuovo vigore e spessore ogni anno, nel periodo della vendemmia, quando il mosto, bollito a dovere e lasciato poi a raffreddare, va a sposarsi con quello che l’aspetta dentro la botte madre e sollecita e rinnova vecchi profumi e antichi sapori.
I piccoli non possono entrare. Le loro grida disturbano il laborioso riposo del balsamico, attorno al quale non devono avvenire fatti traumatici. Non li sopporterebbe. Per dire: la prima volta che mi è stato permesso di entrare nell’acetaia della nostra Grande Casa, avevo sedici anni. Fino a quell’età, mi era stato vietato e le minacce, se avessi disubbidito, avevano spedito le mie illusioni nei più lontani mondi del fantastico.
«Guarda cinno che se vai là dentro, il fantasma di Manganello ti prende per i capelli e chissà dove ti porta» e io, fino ai quattordici anni, mi sono fatto tagliare i capelli a spazzola.
«Mo’ lo sai cosa c’è dietro quella porta? Subito dentro c’è un pozzo a rasoio che arriva fin sotto il sotterraneo» che era un altro luogo buio e misterioso della Grande Casa.
«Mi ricordo che una volta, quando ero cinno come te, ho provato a toccare la maniglia della porta della soffitta e mi sono bruciato la mano che c’è ancora il segno. Guarda» e il nonno mi mostrava la quattro dita che gli restavano nella mano sinistra e che portavano il segno di un’antica bruciatura. «E dalla serratura è venuta fuori una bocca con dei denti così, che mi ha mangiato un dito.» Gli mancava l’anulare. Perduto chissà dove, nel corso di una vita sconclusionata.
Se alle storie che mi raccontava il vecchio ci aggiungi che due delle quattro batterie sistemate nella soffitta della Grande Casa venivano dalla dotazione dei Tagliacozzi del Paleotto…
Avevano, quei signoroni, otto batterie e quando andarono in miseria e l’ultimo della stirpe, per sopravvivere si ridusse a svendere le botticelle con il prezioso contenuto, due delle otto le comperò il vecchio Manganello, padre del padre di mio padre. Mio bisnonno, insomma, il quale non aveva dei gran quattrini, ma non se la sentì di veder andare giù per le scale di cantina quel bendiddio e fece un contratto con l’ultimo dei Tagliacozzi del Paleotto. Contratto verbale, naturalmente, come s’usava a quei tempi, siglato da una stretta di mano e uno sguardo occhi negli occhi. Il contratto prevedeva che per alcuni anni, una parte del prodotto uscito dalle botticelle di proprietà Tagliacozzi…
Non è di questo che sto raccontando. Dicevo: se alle storie che mi raccontava il nonno per tenermi fuori dall’acetaia, ci aggiungi che due delle quattro batterie che avevamo in soffitta venivano dalla dotazione dei Tagliacozzi del Paleotto e che una delle due botti madri arrivate per contratto dalla soffitta più ricca del paese, era la famosa botte di Berenice, si capisce perché non mi sognavo di entrarci, nell’acetaia della Grande Casa.
Una storia terribile e triste quella della botte di Berenice. Se la sentivo raccontata prima di andare a letto, non mi faceva dormire. I più anziani, seduti all’osteria di piazza, se la ripassano ancora fra di loro. Come se fosse una storia vera. E può darsi che lo sia.
Andò così: la signora Berenice Della Torretta, d’antica nobiltà locale e andata sposa al conte Pierferdinando Tagliacozzi del Paleotto, fu trovata cadavere, la testa ficcata in una delle otto botti madre custodite da secoli nella soffitta della villa.
L’inchiesta dei carabinieri stabilì trattarsi di suicidio, ma il becchino incaricato di recuperare il corpo di Berenice dalla botte, non ci credette. Da subito, ma non si sognò di intervenire in cose da carabiniere e, per un paio d’ore, tentò in tutti i modi di togliere, senza massacrarlo, il corpo minuto della povera donna dalla posizione che aveva scelto per lasciare la nostra valle di lacrime. Finì col rinunciare e, messa su la faccia più triste del suo repertorio di becchino, andò dal conte che aspettava sul pianerottolo del solaio il risultato del suo lavoro. Il conte era già in lutto per la perdita della moglie. Ci fu chi sostenne che il lutto non l’aveva messo per la moglie, ma per l’aceto andato a male. Comunque, il becchino gli disse:
«Signor conte, io non ci riesco e se non volete seppellire la vostra povera moglie con quella cassa di gelso… A proposito, signor conte, lo sapete che è di gelso, il miglior legno che ci sia per le botti madre? Dicevo che se non volete mettere sotto terra la vostra povera signora con quella cassa di gelso attorno alla vita, che sarebbe proprio un bel guaio buttar via una così bella botte, dovete far smontare
le doghe. So che è un delitto… » Intendeva che era un delitto sfasciare una botte madre vecchia di secoli e mandare giù per le scale di cantina il suo prezioso contenuto, ma anche che la signora Berenice non poteva essersi ficcata da sola dentro quella botte, come un tappo non si ficca da solo nel collo della bottiglia. «So che è un delitto, ma se fossi in voi chiamerei Furetto, che ha le mani della festa, e gli farei smontare le doghe in modo che, dopo aver cavato fuori la povera signora Berenice, lui le rimette a posto e la botte è salva. Almeno quella.»
Furetto era il miglior falegname da botticelle per il balsamico e il più richiesto. Conosceva e sapeva scegliere le essenze adatte, che variano per ogni botticella della stessa batteria, sapeva stagionarle e lavorarle alla maniera dei vecchi.
Il racconto dice che il signor conte recuperò la botte della Berenice e dice anche la fine che fece il contenuto: spillato e messo da parte prima di sdogare la botte madre perché era intenzione del signor conte di rimettervelo, una volta rimontate le doghe.
Non andò così e il prezioso contenuto venne disperso in uno dei tanti fossi di scolo attorno alla villa perché il trauma sopportato dall’aceto in prima maturazione nella botte di Berenice, gli aveva conferito un innaturale color rosso sangue. Come l’aceto balsamico della botte madre aveva conferito un innaturale color scuro notte al viso di Berenice.
Per dire quanto sia permaloso il balsamico e quanto rispetto vada riservato all’acetaia.
Anche le donne, come i bambini, sarebbe un bene se non vi entrassero. Non è scritto da nessuna parte, ma pare che meno la frequentino, meglio proceda la maturazione del prodotto. Forse è per questo che l’intervento delle donne nella produzione del balsamico, si limita alla bollitura del mosto, in mezzo all’aia. Lontano dal sacrario.
La bollitura del mosto non è lavoro da poco. Dura ore e ore e il calore deve essere costante, non superare i novanta gradi e bisogna sapere quand’è il momento per lasciar spegnere il focone sotto il paiolo.
Alla norma delle donne fuori dall’acetaia, ci fu un’eccezione, durante l’ultima guerra. Piuttosto difficile stabilire quale sia stata l’ultima, visto che ce n’è una dietro l’altra. Comunque… Gli uomini o erano in montagna o erano murati nei sotterranei e l’intervento delle donne in soffitta riuscì a preservare il tradizionale che da secoli stagionava in soffitta.
Da noi se n’occupò Zaira, la più anziana e quindi reggitrice delle sorti della famiglia.
«Per non mandare alla malora tutto quel bendiddio» si giustificò. Anche se non ce n’era bisogno, che nessuno glielo avrebbe mai rinfacciato.
La Zaira ci sapeva fare e andò bene fino a quando alla Grande Casa si stabilì il comando della Wehrmacht. Al principio fu dura: il colonnello Erich Troeltsch, che aveva un nome che nessuno riuscì mai a scrivere né pronunciare nel modo giusto, voleva a tutti i costi entrare nella soffitta, scortato da due soldati armati. Per verificare che non ci fossero nascosti partisiane und armi. La Zaira si piantò sulla porta, mani sui fianchi, e disse:
«Qui dentro niente partigiani e niente armi, caro il mio tognino! C’è solo aceto balsamico e, se vuoi entrare, ti cavi gli stivali e lasci fuori le armi.»
Rischiò la fucilazione sul posto, ma si fece capire e riuscì a far togliere gli stivali ai militari, compreso il colonnello, e a far depositare le armi sul pianerottolo, fuori dalla porta dell’acetaia. Solo allora li lasciò passare.
La Zaira rideva ogni volta che lo raccontava. Difficile, infatti, pensare ai soldati della grande Wehrmacht impegnati in una operazione militare in pieno assetto di guerra, compreso l’elmetto, indossando solo calzini e procedendo in punta di piedi al rastrellamento fra quattro batterie d’aceto balsamico. Tradizionale, naturalmente.
«Non s’erano mai visti dei togni tanto ridicoli! Avrei potuto farli rimanere in mutande, ma non volevo esagerare» concludeva il racconto la Zaira.
Il colonnello Erich (e il resto), ammirato dinanzi alla sfilata e alla perfezione delle botticelle, dinanzi all’ordine e alla pulizia, ma soprattutto all’aroma che impregnava la soffitta, s’innamorò del balsamico tradizionale e al momento di togliere il disturbo, assieme alla sua Wehrmacht, salì in soffitta per portarsi in Germania l’ultimo sorso di profumo.
La Zaira, riconoscente, gli mise nel fardello un paio d’ampolle. Chissà se arrivarono integre, nella precipitosa ritirata di ciò che restava dell’invincibile armata tedesca verso il Brennero?
Dunque, io ero sicuro che dietro quella porta solida e vecchia com’era solida e vecchia la Grande Casa, non c’era nulla di spaventoso. Come poteva, se dalle minuscole fessure fra legno e muro, usciva un profumo che avevo imparato ad amare fin da piccolo? Tanto che salivo più volte al giorno, posavo il naso contro le fessure e aspiravo.
«Sei andato ancora a ficcare il naso contro la porta dell’acetaia» mi diceva il nonno. E, con il suo pollice, che mi appariva enorme, dava un colpo sulla punta del mio naso. Rideva soddisfatto.
Per anni non sono riuscito a capire come scoprisse il mio segreto. Lo scoprii quando mi capitò di passare davanti a uno specchio prima di incontrare il nonno: la punta del mio naso era bianca della calce che la tecnica edile di allora non era ancora riuscita a fissare stabilmente sull’intonaco. La ditata del nonno toglieva il bianco dalla punta del mio naso.