Salta al contenuto principale
18 Dicembre 2008 | Racconti d'autore

La botte di Berenice e il tragno di Manganello

di Loriano Macchiavelli. Tratto da: AAVV, “Il gusto del delitto”, ed. Leonardo Publishing. Seconda parte

A cura di Claudio Bacilieri. Lettura di Fulvio Redeghieri.

18 dicembre 2008

 

Quindici scrittori emiliano-romagnoli per quindici gialli costruiti intorno a un vino o a un cibo dell’Emilia-Romagna. Quindici storie di suspence e di atmosfera che hanno per protagonista un prodotto che riassume in sé la cultura di un territorio: dall’aceto balsamico di Loriano Macchiavelli al  salame felino di Carlo Lucarelli; dalla piadina romagnola di Eraldo Baldini al formaggio di fossa di Marcello Fois, al prosciutto di Valerio Varesi.  Sono gli ingredienti de “Il Gusto del delitto”, una raccolta di racconti inediti scritti da alcuni tra i più famosi giallisti e scrittori emiliano-romagnoli, per iniziativa dell’Assessorato Agricoltura della Regione Emilia-Romagna in collaborazione con Leonardo Publishing. All’origine del libro,  c’ è il binomio “cibo e mistero”, perché “l’atto di mangiare reca sempre in sé una qualche forma di distruzione, un delitto insomma” – come ha sottolineato il curatore Sandro Toni.

 

Nei racconti  de “Il Gusto del Delitto”, accanto al cibo, entra  in gioco la terra di cui quel cibo è espressione: l’Emilia-Romagna con le sue campagne, la sua cultura, la sua tradizione. Ecco allora il formaggio parmigiano di Danila Comastri Montanari, la pesca di Romagna di Licia Giaquinto, l’aceto balsamico di Valerio Massimo Manfredi, la patata di Gianni Materazzo, la carne di maiale di Simona Vinci, la mortadella di Gian Piero Rigosi, e naturalmente i vini: il Sangiovese di Maurizio Matrone, il Pignoletto di Sandro Toni, l’Albana di Grazia Verasani , il Lambrusco di Francesco Guccini.

 

Proseguiamo con il racconto di Loriano Macchiavelli “La botte di Berenice e il tragno di Manganello”.

Loriano Macchiavelli è nato a Vergato (Bologna) nel 1934. Ha frequentato l’ambiente teatrale come organizzatore, come attore e, infine, come autore.

Dal 1974 si è dedicato al genere poliziesco e ha pubblicato numerosi romanzi divenendo uno degli autori italiani più conosciuti e letti. 

Al momento l’autore non ha intenzione di fermarsi.

Il suo personaggio più conosciuto, Sarti Antonio, è entrato anche nel fumetto (Orient Express) con una serie di avventure tratte dai romanzi. I disegni sono di Gianni Materazzo. 

Ha pubblicato e pubblica con i maggiori editori italiani e ha collaborato e collabora con quotidiani e periodici.

Assieme a Marcello Fois e Carlo Lucarelli ha fondato il “Gruppo 13” e con Renzo Cremante ha fondato e dirige la rivista Delitti di Carta che si occupa esclusivamente di poliziesco italiano

 

 

La botte di Berenice e il tragno di Manganello – Parte seconda

Avevo sedici anni la prima volta che mi permisero di en­trare in acetaia. Mi ci accompagnò il babbo. Da un po’ non credevo al fantasma di Manganello, alla maniglia che bruciava, alla bocca con dei denti così e al pozzo a rasoio. Mi restava nella mente l’immagine crudele della botte di Bereni­ce, con Berenice infilata nella sua apertura. E immaginavo le gambe della povera donna, nude e puntate dritte verso il soffitto. Magari si agitavano ancora, prima del sussulto finale che stabiliva la morte.

Avevo smesso di crederci, eppure, entrato, guardai bene dove mio padre metteva i piedi e lì, nel punto esatto, posai i miei. Non si sa mai!

Trovai la misteriosa distesa delle botticelle e il profumo che avevo rubato dalle fessure fra muro e porta. E l’ordine perfetto che c’era nella soffitta. Quattro batterie in parata: prima la botte madre e poi via, le altre sei botticelle in or­dine decrescente. Sulle imboccature, lo straccio di cotone e il sasso che lo teneva fermo. Alla fine d’ogni batteria, il suo tragno, bello, dritto, pulito, lucido.

Il tragno è un recipiente di terracotta, rotondo, a pancia larga e stretto di collo, dove continua a riposare il balsami­co tirato dall’ultima botticella. Quello che serve per l’uso quotidiano. O per riempire le ampolle da regalare agli ami­ci nelle feste comandate. Quattro batterie, quattro tragni. Fatti a mano e con quattro orecchie per sollevarli. Tutti con lo stesso simbolo inciso nella pancia: un cerchio che, in alto, si concludeva con la croce. Al centro del cerchio, le lettere G e V Venivano da chissà quale secolo passato, usciti dalla stessa mano e, per noi della Grande Casa, tutti erano il tragno di Manganello.

«Vai a riempire l’ampolla dal tragno di Manganello» e io andavo, prendevo il tragno che, sapevo, stavamo vuotando, riempivo la mia ampolla e tornavo giù.

 

Mi occupavo dell’acetaia da qualche mese, sempre sotto lo sguardo attento e preoccupato di mio padre, e accadde il fatto misterioso. Mi ricordò il fantasma di Manganello e gli altri misteri dell’infanzia.

Avevamo seppellito il nonno da tre giorni e non lo avrei più visto salire le scale, davanti a mio padre, per andare in soffitta. E da tre giorni nessuno era salito in acetaia. Prima la morte del nonno, poi il funerale e poi le faccende del­l’eredità e tutto il resto. Mio padre annunciò:

«Dobbiamo occuparci dell’acetaia» e mi guardò. «Ades­so tocca a te salire davanti.»

Si ripeteva il rituale vecchio di secoli. Il nuovo adepto davanti e il vecchio custode dei segreti, dietro. Cambio di consegne fra il nonno e mio padre. Fra mio padre e me.

Salii, aprii senza far rumore e, come avevo visto fare al nonno prima e a mio padre poi, mi fermai sulla so­glia per la solita occhiata panoramica alla sfilata delle botticelle. Mi uscì una bestemmia, soffocata per non disturbare il sonno dell’aceto. Mio padre, che s’era fer­mato dietro di me, mi spinse da parte e entrò deci­so. Aveva capito che doveva essere capitato qualcosa di terribile.

Si fermò al centro della soffitta, guardò le quattro bat­terie, guardò me, si girò e scese di volata le scale. Non lo seguii e lo sentii gridare, da basso: «Chi diavolo è salito! » e non era una domanda.

Non era salito nessuno eppure il tragno di Manganello era sparito. Erano spariti tutti e quattro.

La famiglia si mobilitò al completo: mettemmo sotto­sopra la Grande Casa, dalla cantina alla soffitta; spostam­mo mobili, botti e damigiane, letti e cassoni. Nemmeno l’odore. Tanto che io, alla fine, azzardai un’ipotesi:

«Secondo me è tornato il fantasma di Manganello e si è portato via i suoi tragni. Morto il nonno, è venuto a riprenderseli tutti. Vuol dire che non ci ritiene all’altez­za… » Lasciai perdere per lo sguardo di mio padre. Anche gli altri mi guardarono come un matto e mi vergognai.

È difficile distinguere fra fantasia e realtà, com’è diffi­cile rinunciare ai miti che ti hanno messo in testa fin da quando sei in fasce.

Sono passati anni e oggi ho deciso di non occuparmi più delle quattro batterie di balsamico tradizionale. I giovani che sono arrivati nella Grande Casa, non ne vogliono sape­re. Altri impegni e va bene così.

Ho chiesto a Florindo di venirmi a trovare. In paese lo chiamano Balsamus perché, dicono, assomiglia al per­sonaggio del film di Avati. Non è del tutto vero. Florin­do è più alto di Bob Tonelli e veste sì all’antica, come lui, ma non con abiti settecenteschi. Ho sempre pensa­to che Florindo sia diventato Balsamus per il balsamico tradizionale che produce, il più gradevole che io abbia mai assaporato. Dopo quello del fantasma di Manganello, naturalmente.

Balsamus mi ha ascoltato, mi ha chiesto se si avevano notizie del tragno di Manganello e io ho scosso il capo. Mi ha detto:

«Andiamo a vedere cos’è rimasto di buono nella tua soffitta. »

Siamo saliti, lui ha scoperchiato tutte le botticelle, ha annusato l’odore che ne usciva e alla fine del giro, ha an­nuito. Per me un sollievo. Sarebbe stato un bel guaio se avesse rifiutato. Una vergogna per me e il per passato della Grande Casa.

Balsamus è andato a casa e si è ripresentato con la car­riola. Ha trasferito le quattro batterie dalla soffitta della Grande Casa, dove si può dire che erano nate, alla sua. Botticella dopo botticella, con tutte le precauzioni neces­sarie, caricate sulla vecchia carriola cigolante come quelle degli scariolanti, che nessuno sa più chi siano e non starò a spiegarvelo io, adesso.

All’ultimo giro, si è fermato a bere un goccio e, prima di andarsene, mi ha detto: «Se salta fuori anche un solo tragno di Manganello, mi raccomando» e si è posato la destra sul petto.

«Tranquillo, se ne salta fuori anche uno solo, è tuo.» Deve essere rimasto l’unico, assieme a me, a ricordare

 

Manganello e i suoi tragni. Ero sicuro che se ne fosse persa la memoria.

 

Alcuni giorni dopo, forse per via che Balsamus li aveva evocati o va te a sapere perché, me li sono trovati davanti, i quattro tragni di Manganello. Belli, dritti, puliti, lucidi. Solo, con addosso la polvere degli anni.

È andata così. La soffitta era appena stata liberata dalle quattro batterie e il più grande è venuto da me:

«Vecchio» mi fa, «cosa ne facciamo adesso della sof­fitta? Con qualche lavoretto da poco, ci verrebbero fuori almeno tre appartamenti» e hanno deciso che così doveva essere.

Da un po’ d’anni i due piani sotto sono un condominio. Fra poco lo sarà anche la soffitta. A noi è rimasto il piano terra e i sotterranei, ma è un altro discorso.

I lavori per trasformare la soffitta in mansarda, sono co­minciati questa mattina, il che mi fa pensare che non si aspettava che la fine delle batterie della Grande Casa per trasformare la soffitta in mansarda. Una volta la soffitta si chiamava soffitta, ma non è bello rispondere a chi ti chiede dove abiti: “In una soffitta”.

I lavori sono cominciati questa mattina e la prima cosa che ha fatto il martello pneumatico è stato di far naufraga­re i sogni e i miti della mia infanzia.

Ho sentito il rumore del martello pneumatico e, subito dopo, quello di un pezzo di parete che crolla. Di colpo il martello pneumatico si è spento e, dalla tromba delle sca­le, il capomastro, ha gridato:

«Vecchio, ooo vecchio! Vieni un po’ su a vedere, che c’è una sorpresa! »

Sono salito, sono entrato in soffitta, ho guardato attorno e ho giurato che, quassù, non tornerò mai più: la polvere sta divorando l’aroma che secoli di balsamico hanno sparso nella soffitta e impregnato nei muri e nell’intonaco.

Il martello pneumatico ha appena scovato un’interca­pedine nascosta fra il muro esterno e la soffitta. Collega il sottotetto ai sotterranei. Ed ecco lì, nello stretto budello, che forse era una via di fuga progettata dal primo proprie­tario della Grande Casa, i quattro tragni di Manganello. Allineati contro la parete esterna.

Li faccio portare giù e posare sul tavolo di cucina. In famiglia nessuno sa cosa siano. L’unica interessata è la pic­cola. Guarda, curiosa, i tragni e poi mi chiede:

«Cosa sono ‘sti cosi?».

Anche gli altri, convocati per l’occasione che credo sto­rica, li guardano come reperti d’archeologia. Guardano anche me in modo strano. Sollevo un tragno, lo rigiro per mostrarlo bene agli astanti e provo a spiegare:

«Si chiama tragno, da terragno, cioè fatto di terracotta. Apparteneva al fantasma di Manganello».

Adesso sono sicuri: la vecchiaia comincia a mostrare il suo deleterio effetto. Lascio perdere, dico che possono tor­nare ai loro fatti e porto i tragni giù, nel sotterraneo. Mi segue solo la piccola. Chiede:

«E adesso cosa ne fai di ‘sti tragni?»

Da non credere: ricorda come si chiamano. Dico:

«Li metto qui così sappiamo dove trovarli se mai un giorno ne avremo bisogno.»

«Posso prenderli anch’io, se ne avrò bisogno?» «Sì, se ne avrai bisogno.»

Li poso in ordine su una mensola, che ormai contiene solo polvere, e sotto ci appendo un cartello:

“Tragno, tipico contenitore di balsamico, sempre presente nelle vecchie acetaie. Questi quattro sono di proprietà del fantasma di Manganello. “

Per i posteri, se mai metteranno piede nei sotterranei. Capiterà quando a qualcuno verrà l’idea che anche nei sot­terranei della Grande Casa si possono ricavare almeno tre appartamenti. Come per la soffitta.

Un’idea me la sono fatta su chi abbia nascosto i tra­

gni nell’intercapedine. Il nonno voleva che io continuassi a credere nel fantasma di Manganello. E voleva continuare a scherzare con me anche dopo che la morte se l’era preso e l’aveva portato da Manganello. O dal suo fantasma.

 

 Intervista a Loriano Macchiavelli

Brano corrente

Brano corrente

Playlist

Programmi