23 febbraio 2013
Le musiche di questa puntata: Roberto Bonati, F. G. Haendel, L’Associazione, Giuni Russo, John Coltrane.
Cari ascoltatori, siamo alla stazione diBologna, in attesa del treno per Parma. Eccolo che arriva. Saliamo, ci sistemiamo tra studenti e pendolari, assorti nella musica che le cuffie dilatano nelle nostre orecchie, come la lenta Lacrymosa del compositore parmense Roberto Bonati, eseguita da ParmaFrontiere Orchestra.
Musica. Roberto Bonati: Lacrymosa (da “The Blaket of the Dark”, 2003, con la partecipazione della ParmaFrontiere Orchestra).
Guardiamo fuori dal finestrino una pianura che un tempo era bella, e oggi non più, consumata dal cemento e dai capannoni industriali. Ma di quel tempo ci restano i ricordi, le nostalgie, ed è per questo che andiamo a Fontanellato. Amici ci aspettano alla stazione di Parma e ci portano in questo “ridente paesino annegato nella Bassa parmense”, come scrisse in un tema di seconda media Francesca, la protagonista del romanzo di Giovanna Grignaffini “Però un paese ci vuole”, che già vi abbiamo presentato nei nostri “Racconti d’Autore”. Abbiamo riletto in treno le pagine della Grignaffini dedicate alla Rocca Sanvitale di Fontanellato, che custodisce il ciclo di affreschi del Parmigianino, capolavoro dell’arte italiana del Rinascimento. La scorsa settimana abbiamo lasciato il pittore a Bologna, dove tra il 1527 e il 1530 dipinse alcune delle sue tele più famose. E ora andiamo a trovarlo a casa sua, nella Rocca vicino alla sua Parma, dove nel 1523 affrescò la saletta di Diana e Atteone, boudoir di Paola Gonzaga. Entriamo dunque nella stanza del Parmigianino come i protagonisti del romanzo della Grignaffini.
Musica. F. G. Haendel: Rinaldo. Lascia ch’io pianga (canta Sarah Brightman).
“Eccola là, la nostra scritta misteriosa. Appesa nel blu, resa più incerta dalla semioscurità della stanza. Quella scritta che ci aveva fatto passare interi pomeriggi con la testa all’insù, al centro della stanza del Parmigianino, a chiederci coda volesse mai dire respice finem. E a discutere per ore, tra noi, del fine, dei fini e della fine. Non me ne ero più ricordata per anni, di quella scritta. Correva intorno alla cornice lignea dorata dello specchio scuro che stava al centro di un cielo blu senza stelle. Non si rifletteva niente in quello specchio scuro, ma da esso prendeva luce quella scritta che vi scorreva intorno. E che girava, girava, continuava a girare senza inizio né fine, continuando a ripetere: respice finem”.
Francesca e i suoi amici sono attratti dalla scritta misteriosa. Significa “osserva la fine”? Oppure, “attendi la fine”? E’ un classico memento mori, cioè “ricordati che devi morire”? O vuole dire che solo la fine può spiegare l’inizio, e dunque è un invito a “considerare sempre le possibili conseguenze di ogni azione umana”? Ma le conseguenze delle nostre azioni dipendono solo da noi? Il mito di Diana e Atteone, illustrato dal Parmigianino nella Rocca di Fontanellato, è noto: Atteone, andando a caccia, entra per caso nella grotta dove Diana e le sue ninfe stanno facendo il bagno. Per impedirgli di raccontare di averla vista nuda, Diana trasforma Atteone in cervo, che sarà subito sbranato dai suoi stessi cani. L’Associazione, un gruppo di validissimi musicisti e teatranti formatosi sull’Appennino reggiano, con il brano che segue, cantato in dialetto reggiano, ci restituisce la sorpresa e lo sgomento della visione di Atteone.
Musica. L’Associazione: Nuda.
Siamo nella stanza del Parmigianino, illuminata dalla luce fioca di un faretto. Eleganti segugi dal muso appuntito entrano in scena, in questa favola padana consumata tra i pioppi e gli acquitrini della Bassa, dove forse un tempo anche noi siamo stati. Scrive la Grignaffini: “Vedevo musi appuntiti di levrieri e corna di cervo venire verso di me. E grovigli di corpi, abbracci, forme sinuose e lotte, che si sporgevano dai paesaggi, dai motivi floreali e dalle lunette che li incorniciavano. Gesti conturbanti e leggeri, teste di Medusa, danze di putti alati, amori di ninfe: niente stava fermo in quella oscurità incantata. C’era una grazia rarefatta e diffusa nell’aria, ma del tutto priva di maniera. Anzi, si trattava di una grazia continuamente sporcata da un eccesso di dettagli privi di proporzione: gomiti, cosce, musi e volti senza misura, sguardi e posture sempre fuori posto. Un disequilibrio continuo e cangiante, rappreso nel blu e verde dei fondali, nell’oro degli stucchi e nel bianco levigato dei corpi”.
Musica. Giuni Russo: O vos omnes.
Solo la fine può spiegare l’inizio. C’è come un filo segreto che collega la favola padana dipinta dal Parmigianino con il bellissimo libro del ravennate Eugenio Baroncelli pubblicato da Sellerio, “Falene. 237 vite quasi perfette”, la cui tesi è che è la morte a spiegare la vita. Dunque, respice finem. Osservare la fine è ciò che Baroncelli fa nelle sue brevi (massimo una paginetta) biografie di 237 vite fallite attraverso i millenni: vite di persone note e meno note, che solo nel fallimento e nella fine trovano un senso. Leggiamo, ad esempio, quella di “John Coltrane, un amore supremo”.
“Muore al principio di un’estate, vicino al suo quarantunesimo compleanno, per un cancro al fegato che negli ultimi mesi lo costringeva a suonare seduto. Sapete che da sempre era tormentato dal mal di denti, l’unico, con le emorroidi e le coliche renali, che concedeva alla vittima l’indulgenza per bestemmiare? Sappiamo che non ne profittò. Nella sua musica astrale c’è anche questo: il misericordioso ammaestramento del dolore fisico. C’è niente di più materiale di una bocca devastata dalle fitte che si schiude sull’ancia di un sax tenore? La nostra vita se ne infischia della coscienza, cioè della verità. La nostra vita non conosce che le categorie del dolore e del piacere. La sua, no. Nel suo fraseggio si vede Van Gogh che dipinge corvi con la mano piegata dall’artrite e uno scialle sulle ginocchia. Si vede Rothko che, pensando e ripensando al suicidio (che verrà), sulla tela stende un luminoso schiaffo nero. Si vede Rachmaninov che, fatta la pace con i pedali del suo piano, riscrive il Concerto numero tre. Tutti doloranti e, come dire?, felici”.
Musica. John Coltrane: A love supreme. Part 1: Acknowlegment.