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11 Dicembre 2010 | Paesaggio dell'anima

La foresta imbalsamata

Un viaggio in regione attraverso la musica

A cura di Claudio Bacilieri. Lettura di Fulvio Redeghieri

11 dicembre 2010

Le musiche di questa puntata: Henri Salvador, Mathias Eick, Yann Tiersen, Alessandro Piccinini, Giuseppe Verdi.

Musica. Henri Salvador: Le jardin d’hiver.   

 “La tua gonna a fiori / sotto la pioggia di novembre / le mie mani che corrono / non ne posso più di aspettarti. / Passano gli anni / com’è lontana la giovinezza / nessuno può sentirci / nel mio giardino d’inverno”. Che possiamo fare, cari amici, se non rinchiuderci nel nostro giardino d’inverno, ascoltando Henri Salvador? Nel 2000 il gran vecchio della canzone francese, originario della Guayana, ha adattato ai ritmi lenti della bossa nova questa canzone di Keren Ann, Le jardin d’hiver. Il caldo rifugio d’inverno, dove “pranzare per terra”, “tra centrini e teiere”, e “baciarti a occhi aperti”, è il posto più bello del mondo, quando il gelo si aggrappa alle finestre sotto il cielo scuro di dicembre. Ah, dicembre! – il tempo brutto invita a rintanarsi al caldo, in un letargo profumato di mele cotte, al tepore del camino acceso nelle stanze della siesta e dell’amore, mentre passano di mano tazze di tè speziati, libri di poesie, morbidi cuscini e plaid scozzesi. Scostiamo la tenda: le luminarie, fuori, annunciano che il Natale si avvicina. Tutto è felpato, attutito, come la musica del norvegese Mathias Eick, astro nascente della scena jazz europea, che qui suona con altri musicisti emergenti del panorama nordico.     

Musica. Mathias Eick, John Balke, Audun Erlie, Audun Kleive & Stian Carstensen: December.

 “Nel dicembre pauroso d’oscurità”, sarebbe da stare in casa a leggere le poesie di John Keats, come La belle dame sans merci. Nevischia, l’asfalto è bagnato. Ma noi non possiamo interrompere il nostro viaggio nei Borghi più belli d’Italia classificati in Emilia-Romagna. Ce ne mancano ancora tre, tutti in provincia di Piacenza. Siamo partiti dal castello di Compiano proprio quando la pioggia si è trasformata in piccoli fiocchi di neve, nell’atmosfera rarefatta di una grigia mattina. Ci siamo lasciati alle spalle odori di carni affumicate, e abbiamo seguito la val d’Arda fino a Vernasca per raggiungere il borgo di Vigoleno. Non c’è voce umana lungo la strada. Qualche grido d’uccello, il movimento monotono dei tergicristalli, e il cuore che frana nella rudezza dell’inverno. Appollaiato su un crinale che separa la valle del torrente Ongina dalla Val Stirone, il borgo di Vigoleno è una chimera medievale, un sogno. La neve lo rende irreale, come se fosse appena uscito da una fiaba.

 Musica. Yann Tiersen: Plus d’hiver.

 Custode delle millenarie vicende del borgo è la fontana fatta erigere nel Cinquecento dai conti Scotti. Noi siamo davanti a questa fontana, infreddoliti ma felici. L’acqua è ghiacciata, il silenzio è totale – solo qualche raro passante. Attorno a questa fontana gravitava la vita del villaggio. E oggi la fontana rende la piazzetta di Vigoleno un luogo intimo, raccolto, dove poter chiudere gli occhi beandosi d’infinito. Poi basta guardare nell’antica pieve, che sta di fronte, il cavallo bianco di San Giorgio che emerge da una mistica penombra, per ricordare i lontani tempi dei paladini e dei cavalieri. Alla graziosa bifora, profilata in pietra e ornata di tre cariatidi, che alleggerisce il volume della piccola torre del castello, forse si sarà affacciata una fanciulla. E un trovatore avrà suonato il liuto alla festa di corte degli Scotti. Il cammino di ronda visto dal mastio suscita grida notturne, assalti feroci, mentre la sirena romanica a due pinne nella chiesa di San Giorgio evoca la lussuria temuta dai nostri avi. Tutto questo è possibile, a Vigoleno. Anche che una bella dama senza pietà, une belle dame sans merci, ci guidi con una torcia nella nostra camera, lungo la scala della torre.

 Musica. Alessandro Piccinini: Canzone II (da “Intavolatura di liuto”, 1623; liuto: Paul Beier).

 Abbiamo ascoltato, nell’esecuzione di Paul Beier, un brano del bolognese Alessandro Piccinini, suonatore di liuto presso la corte estense di Ferrara e autore di due volumi per lo strumento, pubblicati nel 1623 e 1639. La principessa Maria Ruspoli de Gramont, nei tredici anni della sua permanenza a Vigoleno, dal 1921 al 1934, fece del castello un salotto mondano frequentato dall’élite culturale del tempo: i pittori Max Ernst e Alexandre Jacovleff, la ballerina Anna Pavlova, il pianista Arthur Rubinstein, Gabriele d’Annunzio, Jean Cocteau, l’attore Douglas Fairbanks, lo scrittore Riccardo Bacchelli, la giornalista Elsa Maxwell. Secondo alcuni critici, si trattava di una specie di “corte dei miracoli” che “parassitava” una principessa un po’ provinciale. Qui comunque Max Ernst dipinse nel 1933 uno dei capolavori del surrealismo, “La foresta imbalsamata”, oggi alla Menil Collection di Houston. Il dipinto fu chiamato così dagli impiegati del castello che avevano appena assistito a Busseto all’Aida di Verdi, dove in un duetto del terzo atto si canta: “rivedrai le foreste imbalsamate, le fresche valli”. Max Ernst fu d’accordo sul titolo, e noi ora ci ascoltiamo questo brano, anche perché tutto il paesaggio intorno a noi, che è il territorio del parco del fiume Stirone, irrigidito nei rigori dell’inverno ci sembra proprio una foresta imbalsamata.

 Musica. Giuseppe Verdi: Ciel! Mio padre! (da “Aida”, con Renata Tebaldi e Gino Bechi).   

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