14 febbraio 2009
Le musiche di questa puntata: Cristina Zavalloni, Cisco, Vinicio Capossela, Luisa Cottifogli, Quintorigo.
Ben tornati, cari amici, al Paesaggio dell’Anima. L’argomento di questa puntata è ancora l’aldilà: riprendiamo il nostro viaggio nei territori dell’ignoto prendendo spunto, come la volta scorsa, dalla sceneggiatura de “Il viaggio di G. Mastorna”, il film non realizzato di Federico Fellini, e da una breve storia dei “Purgatori del secolo XX” scritta da Ermanno Cavazzoni in appendice alla sceneggiatura, pubblicata da Quodlibet nel 2008. Parliamo di purgatorio, di aldilà, ma anche di sogno, d’immaginazione, perché possiamo solo immaginarlo, l’aldilà. A noi piacerebbe che fosse popolato di belle voci, come quella della cantante d’avanguardia Cristina Zavalloni, che ci fa ascoltare un’affascinante interpretazione di Michelle dei Beatles. La chanteuse bolognese è accompagnata al piano da Louis Andriessen che ha nascosto tra le note una sonatina di Ravel.
Musica. Cristina Zavalloni: Michelle (cover dei Beatles).
Il personaggio di Fellini, Mastorna, violoncellista morto in un incidente aereo che non sa di esser morto, prende nome dal dialetto romagnolo Ma ‘s torna: ma si torna, dall’aldilà? E’ un aldilà che, nel film di Fellini, assomiglia molto all’aldiquà. La linea che separa la vita e la morte è incerta, sottile, misteriosa. L’idea che abbiamo in molti dell’aldilà, scrive Cavazzoni, è che non esista paradiso, inferno o purgatorio: niente diavoli o angeli per distribuire punizioni o premi, e anche santi e beati sembrano essersene andati svuotando il cielo. E Dio stesso, se esiste, di sicuro non si fa vedere. Anche lui si è ritirato. “Sotto le nuvole – canta Cisco, storica voce dei Modena City Ramblers e ora autore in proprio – sotto le nuvole non vedo nessuna mano che mi guida / non sento nessun filo che mi tira”. Sotto le nuvole ci sono terra e fango, pelle e sangue, voci, respiri e carne. Ci siamo noi umani in carne e ossa. Ma vogliamo sapere dove sono andati a finire diavoli e angeli che popolavano l’aldilà nei secoli passati.
Musica. Cisco: Sotto le nuvole.
I diavoli, dice Cavazzoni, potrebbero essere finiti in tv, perché indubbiamente la tv è il riciclo degli aguzzini: non c’è, infatti, luogo sulla terra che sia più capace di “erodere il cervello dell’uomo fin dentro casa sua e togliergli ogni elevatezza”. E può essere che i diavoli meno importanti siano finiti a fare i politici, perché bisogna proprio essere degli avanzi d’inferno per crocifiggere i telespettatori passando la vita a litigare o a fare i parlatori accaniti, con il codazzo di presentatori, vallette, concorrenti e applausi finti. Invece, prosegue Cavazzoni, tanti beati e santi minori licenziati dal paradiso saranno finiti a fare gli artigiani, gli imbianchini, i calzolai e altri vecchi mestieri che stanno scomparendo: così continuano a essere buoni. E può essere che qualche santa delle meno importanti, non trovando altro modo per sopravvivere, si sia adattata ad adescare clienti in strada, “perché in fondo è un servizio all’umanità, in cui si sceglie di essere sopraffatti anziché di sopraffare”. Ma diamo voce di nuovo alla musica, con le parole di Vinicio Capossela, tra i migliori cantautori italiani di oggi: “A volte non vedo nel cielo / che nuvole gonfie e mistero / e salendo nel vapore leggero / altro non vedo e non so / né anime bianche né salmi / che cantino gloria con noi / né vecchi compagni né amanti / che dividano il cielo con noi”. Anche per Capossela, il cielo è ormai vuoto.
Musica. Vinicio Capossela: Non c’è disaccordo nel cielo.
Gianni Celati, altro importante scrittore della nostra regione, racconta in Cinema Naturale: “Alida aveva fatto il sogno di una polvere bianca, che rendeva le case e gli individui poco distinguibili, per cui ogni tanto qualcuno sbagliava porta, e dopo abitava un po’ con una donna che non era sua moglie, o con un uomo che non era suo marito, poi sbagliava di nuovo porta e via di seguito, tutti sempre un po’ addormentati sotto la coltre di polvere bianca. Le parole fuggono via nella nebbia e nel sonno, sfuggono ai giorni e agli anni, non si sa dove, ma è lì che poi ci si incontra (…)”. La bruma, la luce grigia, immobile, l’atmosfera da eterno crepuscolo sono – anche in Fellini – il tempo che fa nell’aldilà. Una nebbia che avvolge tutto e lascia vagare solo ombre, come nella famosa scena di Amarcord, dove il nonno, perso nella nebbia, senza più punti di riferimento, solo un muro grigio che gli si stringe intorno, si domanda se la morte sia proprio così. “La nebbia è venuta giù”, canta in romagnolo un’altra voce straordinaria che rende musicalmente ricco il nostro territorio, Luisa Cottifogli. Le parole di Rumì, che ora ascoltiamo, sono tratte da una poesia dialettale di Nettore Neri, una malinconica lirica sul paesaggio della Bassa romagnola disegnato dalla nebbia.
Musica. Luisa Cottifogli: Rumì.
E’ sempre Gianni Celati che in Cinema Naturale ricorda che da giovane gli piaceva affrontare problemi come quello “del giudizio estremo, con le nostre anime là che aspettano molto stanche su una sedia, e i giudici schierati a decidere cosa abbiamo combinato alla fin fine, dopo aver sprecato tanto fiato per darci ragione”. Celati, però, è un autore di racconti brevi, attento alle tonalità minori del quotidiano. “Mentre in Dante (…) c’è tutto un va e vieni di voci diverse, un insorgere di voci e suoni da tutte le parti, e dunque una musica, un cosmo, uno spazio pieno, nel mio caso tutto ciò si riduce a un’infinita miseria (…). E’ come se uno fosse in una stanza, quando tutti sono andati via, e c’è rimasto solo uno di là, uno che telefona – e allora chi scrive si tiene in vita ascoltando quella voce”. Il nostro aldilà, insomma, non è più quello di Dante, polifonico, visionario, ma si riduce a poca cosa: un parcheggio deserto per auto, una penombra autunnale – scrive Cavazzoni – dove neanche ci si rende conto di non esserci più.
Concludiamo ancora con la voce della Cottifogli, qui con la band romagnola dei Quintorigo impegnata a esplorare il pianeta del geniale contrabbassista Charlie Mingus e le sue intuizioni armoniche. Dopo aver lottato con gli psicofarmaci ed esser stato colpito da un terribile morbo, Mingus morì in Messico a 56 anni, lo stesso giorno che sulla spiaggia di Acapulco si arenarono 56 balene. Arrivederci alla prossima puntata.
Musica. Quintorigo: Portrait (da “Quintorigo plays Mingus”, 2007).