17 luglio 2008
Questa di Agafia è una storia vera e struggente di immigrazione, raccolta da Marta Franceschini, giornalista e scrittrice bolognese. A Bologna si svolge la vicenda finale di Agafia, una ragazza moldava che dalla miseria fangosa del suo villaggio, è finita dapprima su treni che masticano gelo e violenza diretti in una Siberia senza legge e dignità; e dalla Siberia, ha poi cominciato la fuga verso occidente, che di orrore in orrore l’ha portata su frontiere spinate, per chilometri di attese, inganni, sfinimenti, con la vita racchiusa in una valigia. E infine, approda da clandestina in Italia, imparando, oltre alla lingua, l’umiliazione di chi vive senza diritti, senza protezione, passando le notti nelle stazioni, e i giorni a cercare un lavoro, un rifugio, un letto, disposta anche a vendersi per questo. Quando finalmente diventa “badante”, Agafia scopre di essere finita nell’ennesima trappola. Ma anche in fondo alla più grande sventura può brillare una luce: quella di un amore infelice e sventurato – ma pur sempre amore, capace di nutrire l’anima.
Finalmente trovo lavoro. Devo assistere una vecchia, fuori città. Raggiungo il posto in corriera, in una campagna piatta, avvolta nella nebbia. La casa è grande, ma quasi tutte le stanze sono chiuse a chiave. Ci sono solo la camera da letto per lei, il bagno e la cucina. lo dormo su un divano nell’atrio. Lei parla un dialetto strettissimo di cui non capisco neanche una parola, ma sono rare le occasioni in cui fa sentire la sua voce. Passa il tempo ruminando saliva come un cammello e tormentandosi le dita. Vuole che tenga tutte le finestre chiuse perché dice che la luce rovina i mobili, e che cammini in punta di piedi perché ho il passo troppo pesante. Ho il permesso di accendere la tv solo quando vuole lei, in genere per la messa, o qualche televendita. Per il resto, silenzio assoluto, perché soffre di emicranie. È talmente tirchia che mangia solo semolino e mele cotte. E io con lei. Quando vado a far la spesa, conta i minuti con 1’orologio in mano, e se mi attardo mi rimprovera. Dice che sono pagata per lavorare, e non per andare in giro a guardare le vetrine. Passa le due ore successive a contare e ricontare il resto. Non si fida per niente di me, per cui vuole tenermi sott’ occhio, costantemente. Quando non faccio i servizi, devo stare su una sedia accanto al letto, a fare niente. È così buio che non riesco neanche a leggere. Ho un pomeriggio libero alla settimana ma, tra il viaggio di andata e ritorno, mi restano poco più di due ore da passare in città. Rientro in casa più triste di prima. La guardo mentre dorme e mi accorgo che sto aspettando che muoia, spero con tutto il cuore che domattina non si svegli, che si strozzi col semolino, che cada riversa tra il frigo e la stufa. Penso a tutto quello che farei un attimo dopo. Come prima cosa aprirei tutte le finestre, per far entrare 1’aria e la luce. Poi accenderei la tv, e anche la radio, col volume al massimo. Infine andrei al mercato a comprare le cose più buone e mi preparerei un pranzo come si deve. Piango mentre penso queste cose e mi chiedo come mi sono ridotta. Ad aspettare su una sedia la morte di una vecchia che odio, solo per respirare una boccata d’aria, per sentire una canzone o mangiare un pezzo di formaggio. Il giorno dopo mi licenzio.
Tutti i giorni vado al parco dove mi trovo con gli altri clandestini. All’inizio mi piace, mi aiuta a non pensare e a sentirmi meno sola, la domenica portiamo da mangiare e facciamo festa a modo nostro. Ma dopo un po’ mi annoio a sentire sempre gli stessi discorsi. Le altre donne del gruppo condividono un unico grande sogno: accalappiare un italiano ricco e farsi sposare. L’idea romantica di un amore lascia il posto a quella molto più pratica di un portafoglio. Molte provano a sedurre i vecchi che assistono. Fa un po’ schifo, ma se ci riescono possono sperare di ritrovarsi vedove in pochi anni. Elargiscono tattiche e stratagemmi a piene mani. Versioni preconfezionate di storie strappalacrime per intenerire i vecchietti malmessi. Trucchi infallibili per risvegliare la dormiente virilità degli allettati. E soprattutto bugie, bugie su bugie. Mi dicono che sono una stupida a non darmi da fare, che non ho capito come va il mondo. Che ho un bel seno e dovrei approfittarne, finché è florido. Che col cuore non si fanno i soldi, ma con le tette sì. Alla fine, smetto di frequentare il parco. Mi chiedo se incontrerò mai qualcuno che mi somiglia, su questa terra.
La sanatoria è la mia grande occasione. Con Rino ci lavoro da due anni, cominciano a fidarsi di me. La figlia, inventando un sacco di scuse, viene di rado, e quando viene sembra più distesa. Un giorno mi regala una camicetta, l’appendo nell’armadio a due ante di seconda mano che ho comprato, e che certamente rimarrà in questa casa insieme a tutto il resto, quando il vecchio tirerà le cuoia. Ci vogliono giorni per convincerla, ma alla fine accetta di firmare il modulo, a patto che tutto il resto lo faccia io. Arriviamo a un accordo anche sui contributi: mi abbassa di duecento euro lo stipendio. Ma non importa, stringerò la cinghia, ciò che conta è che non sarò più clandestina. E questo vuol dire che potrò ritornare finalmente in Moldavia. Dopo quattro anni. Passo ventiquattro ore in fila, in piedi davanti alla questura, insieme agli altri immigrati, ma alla fine ce la faccio, e ottengo l’agognata qualifica: “Permesso di soggiorno valido fino al. . .”. Adesso si tratta solo di mettere via i soldi per il viaggio. Sei mesi dopo sono pronta, e chiedo alla mia padrona di casa un mese di ferie per partire. Mi concede solo quindici giorni. Insisto, è cinque anni che non vedo mia madre. Non si commuove. La supplico. Se torni dopo i quindici giorni sei licenziata. Allora facciamo subito, rispondo, e me ne vado.
Quarantasei ore di pullman per tornare a casa, e nessuna casa a cui tornare. Riconosco il fango del villaggio. Qui non è cambiato nulla, la stessa miseria, quasi rassicurante. Mia madre sempre più curva, mio padre sempre più assente, e gli altri in perenne lotta per la sopravvivenza. Pavial dentro e fuori dal carcere, Petruz senza un occhio, andato in putrefazione grazie a un dentista poco meticoloso, Tania a cavar cipolle dai sassi per sfamare due figli rimasti senza padre, Dimitri in Russia a spaccar legna, i gemelli oltre frontiera a inseguire un salario da fame. Vado a trovare Aurica in città. Si è separata dal secondo marito e vive col figlio e un altro uomo. La trovo magra, nervosa, distante. Ha un livido sulla spalla, ma dice di aver urtato contro un mobile. Il suo uomo sta fuori di casa tutto il giorno, e la sera rientra ubriaco. Vende alcolici di contrabbando, e i soldi a volte ci sono a volte no. L’ha convinta a licenziarsi dalla fabbrica, perché era troppo geloso a saperla in giro tutto il giorno. Ma ora Aurica dipende interamente da lui, ed è quasi sempre chiusa in casa. Ho il sospetto che beva anche lei, ma non oso chiederglielo. Vorrei sapere come sta veramente, affrontare l’argomento della sua situazione, raccontarle di me, ma ho pudore a parlarle: è pur sempre la sorella maggiore, mi incute ancora una certa soggezione. Penso all’assurdità di un mondo in cui è più difficile parlare coi parenti, che andare a letto con gli estranei. Ho promesso a mio nipote di comprargli un regalo, e andiamo insieme in centro per sceglierlo. Serghei ha quattordici anni, ed è un bel ragazzo. Vuole un paio di occhiali da sole, di una marca americana, li sogna da sempre. Ne prova centinaia, si vede che ha aspettato a lungo questo momento, e ora che è arrivato, non sa decidersi. Porto pazienza, perché comprendo l’unicità dell’ evento.
Anch’io non so fra quanto tempo ci rivedremo. Squilla il cellulare, ma quando rispondo non sento nulla. Aurica, sei tu?.. un rantolo… Aurica?.. Poi, cade la linea. La chiamata proviene dal suo numero. Comincio ad agitarmi. Provo a richiamarla, ma non risponde. Era sola in casa, forse è successo qualcosa, magari è caduta e ha bisogno d’aiuto. Trascino Serghej fuori dal negozio con un paio di occhiali nuovi sul naso, e corro verso casa. Non voglio comunicare la mia ansia al ragazzo, farlo soffrire magari per una sciocchezza, un’interferenza, un pensiero stupido. Eppure ho un presentimento nero in corpo, una specie di ghiaccio che cola dal cuore, e gela tutto il resto. Ad ogni passo, prego che non sia vero, mi dico che la disgrazia non può corrermi sempre appresso, che poi riderò del mio spavento. Ma più mi avvicino più cresce l’affanno. Suoniamo alla porta, nessuno apre. Tiro fuori le chiavi e dico a Serghej di non entrare. Aurica? .. .silenzio. Il respiro si ferma. C’è sangue dappertutto, sui muri, sul pavimento, sul divano. Aurica ha il cranio sfondato, il corpo è ancora caldo. L’ha ammazzata sbattendole la testa sul pavimento. L’ha uccisa a calci e a pugni, di certo bestemmiando. Mezz’ ora fa, mentre io compravo gli occhiali da sole a mio nipote.
Aurica muore, ma il mondo non cambia. Io mi occupo del funerale, tutti i miei risparmi se ne vanno per il banchetto funebre. Eseguo ogni cosa come un automa, il dolore ha scavato un buco nero dentro al mio petto, se n’è andata una parte di me, sfondata a pugni anche lei. Le parole diventano sassi sulla lingua, troppo pesanti per smuoverli. Taccio per giorni interi, ascoltando il lamento di mia madre. È voluta andare a tutti i costi a ripulire l’appartamento. Non sapevo che le lacrime lavassero così bene il sangue. In due, in ginocchio, piangendo, abbiamo scrostato i resti di Aurica dal pavimento. Il suo uomo viene arrestato e poi rilasciato per insufficienza di prove, anche se l’hanno visto almeno in dieci uscire da casa sporco come un macellaio. Pare abbia buoni amici alla polizia, clienti assidui del suo spaccio di alcolici. Se la sarà cavata con due casse di vodka? La vita di una donna vale così poco. Siamo come bestie indifese, inseguite dai bracconieri, bambole della giostra da abbattere per puro divertimento. Poi c’è Serghej, adesso è rimasto solo. Il ragazzo è sconvolto, potrebbe finire su una brutta strada. Deve continuare gli studi e costruirsi un futuro. Ci penserò io dall’Italia. Mi faccio prestare i soldi e compro il biglietto di ritorno.