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10 Luglio 2008 | Racconti d'autore

La valigia di Agafia

di Marta Franceschini, Marlin Editore, Bologna, 2008. Prima puntata

A cura di Claudio Bacilieri. Lettura di Mascia Foschi

10 luglio 2008

Questa di Agafia è una storia vera e struggente di immigrazione, raccolta da Marta Franceschini, giornalista e scrittrice bolognese. A Bologna si svolge la vicenda finale di Agafia, una ragazza moldava che dalla miseria fangosa del suo villaggio, è finita dapprima su treni che masticano gelo e violenza diretti in una Siberia senza legge e dignità; e dalla Siberia, ha poi cominciato la fuga verso occidente, che di orrore in orrore l’ha portata su frontiere spinate, per chilometri di attese, inganni, sfinimenti, con la vita racchiusa in una valigia. E infine, approda da clandestina in Italia, imparando, oltre alla lingua, l’umiliazione di chi vive senza diritti, senza protezione, passando le notti nelle stazioni, e i giorni a cercare un lavoro, un rifugio, un letto, disposta anche a vendersi per questo. Quando finalmente diventa “badante”, Agafia scopre di essere finita nell’ennesima trappola. Ma anche in fondo alla più grande sventura può brillare una luce: quella di un amore infelice e sventurato – ma pur sempre amore, capace di nutrire l’anima.

A Bologna mangio alla Caritas. Di giorno cerco lavoro e di notte dormo in stazione. Seduta tra i disgraziati, ormai mi sento a
casa. Sono come me: spiazzati, scardi­nati, divelti. In mezzo a mille
li riconosco dall’ odore, dalla piaga nello sguardo, la barcollata
andatura di chi sta pagando il prezzo. Devono essere loro i miei
ante­nati, la mia tribù d’origine. Eroi senza cavallo né scudo, che
guidano barche piene di zavorre verso porti senza attracco. Hanno
imparato a sopportare la lentezza del tempo perso dietro alle cose
inutili.

Hanno imparato ad aspettare oltre
l’attesa, sanno cosa vuol dire trovare la forza per non morire del
tutto. Come me, portano un marchio. Eppure, nel mondo, non mi sembrano
loro i peggiori. Resistono, nei loro volti, certi sguardi, certi

sorrisi da brivido.
Una vita cosi non si sceglie che per disperazione: la notte in stazione
e i giorni per strada come cani randagi. Mi fanno male i piedi tanto
cammino. Non so mai dove lavarmi, cambiarmi, riposarmi. Fermo la gente
che passa, offro i miei servizi, ma sono in pochi a rispondermi: i più
si spaventano, e tirano dritto, ignorandomi. Li capisco: mi guardo
nelle vetrine e mi faccio paura anch’io. Sono lontani i giorni in cui
camminavo a testa alta, giovane ed elegante, nelle città del nord.
Sotto i miei passi il mondo si è capovolto, e io con esso. Di miseria
in miseria sono arrivata fin qui, e quel che è peggio, non posso ancora
fermarmi. Non dico, per sempre, ma nemmeno per un giorno, per un ora.
Non ricordo l’ultima volta che ho steso le braccia e le gambe su un
materasso, che mi sono abbandonata fidu­ciosa al sonno. Ormai sogno un
letto come la cosa più bella del mondo. Una sera incontro un rumeno,
anche lui in cerca di lavoro. Mi invita a passare la notte in una casa
abbandonata, insieme ad altri extracomunitari. So come andrà a finire,
ma sono troppo stanca per rifiutare. Pren­do una decisione: cedo,
smetterò di lottare. Ormai non ho più niente da difendere. Almeno così
eviterò le botte. Mentre lo seguo in silenzio, mi preparo
psicologicamen­te alla resa. Non mi farà più male degli altri, non si
può uccidere un uomo morto. E tanto meno una donna. Dopo molto cammino
raggiungiamo la casa. Dentro ci sono altri due rumeni e un albanese. Io
seguo il mio accompagnatore in una stanza con un materasso per ter­ra.
Mi stendo e lo lascio fare, pensando tutto il tempo al mio corpo
finalmente coricato. Non provo niente, né dolore né noia. Lui mi
stringe i fianchi, ma io non ci sono. Appena finisce, mi giro
dall’altra parte e mi addormento.

Resto col rumeno per
qualche mese. La casa è vecchia e fatiscente, in molti punti piove dal
soffitto e non c’è il riscaldamento, ma sono pur sempre quattro mura.

Lui si chiama VioreI
e ha qualche anno meno di , Non parliamo molto, ma non mi picchia e non
alza la voce. lo lavoro a ore con la pulizia delle scale. Non è
dif­ficile, e non importa se non capisco bene l’italiano. Nel tempo
libero mi sforzo di rendere più abitabile la no­stra catapecchia: lavo,
sguro, asciugo. Ho trovato degli stracci alla Caritas che ho
trasformato in tende, due cas­sette della frutta come comodini, una
vecchia sedia a dondolo recuperata dai rifiuti, e trasportata a spalla
per chilometri. Quando Viorel porta del cibo, cucino per tutti e poi,
naturalmente, lavo i piatti. Lavo anche i suoi vestiti, quasi tutti i
giorni perché ha solo due cambi, e li rammendo e sistemo come posso. Di
notte, il suo amore è sbrigativo e silenzioso. Gli sono grata per
que­sto, me lo rende più sopportabile. Lui dice che a letto non valgo
niente. So che ha ragione, ma quando provo a spiegargli i motivi, mi
chiude la bocca dicendo che le donne mentono sempre, e solo gli stupidi
le stanno a sentire. Nonostante questo resto, e mi sento anche
for­tunata: la notte dormo distesa su un materasso, sotto un tetto, con
la porta chiusa. Se succede qualcosa, ci sarà Viorel a proteggermi.
Giorno dopo giorno, mi sem­bra di affezionarmi a lui: non ho mai avuto
nessuno a cui tornare la sera, nessuno di cui aspettare il ritorno.
Finché arriva un altro gruppo di clandestini, tra cui Olga, una donna
albanese giovane e bella. Fa la prostituta, e Viorel l’ accompagna la
sera sul luogo di lavoro. Tornano tardi, spesso ubriachi, lei si stende
nel letto con noi. lo fingo di dormire, ma li sento ridere e baciarsi.

Del resto, non fanno
troppa attenzione al mio sonno. Non mi muovo, ma schiumo di rabbia e
indignazione. Vorrei alzarmi e uscire da quella stanza, ma non so dove
andare. Cominciano a far l’amore, rumorosamente. Sento gli
apprezzamenti di Viorel, che a me non ha mai riservato, e i sospiri
soddisfatti di lei, che io non cono­sco. Nella foga si muovono come
matti, e mi arriva un forte calcio nella schiena. Non resisto. Mi alzo,
raccolgo nel buio i miei quattro stracci, li chiudo nella valigia e me ne vado. Loro non si interrompono nemmeno. Io torno in stazione.

 

Brano corrente

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