21 febbraio 2009
Le musiche di questa puntata: John Surman, Giardini di Mirò, Fulvio Redeghieri,Giorgio Zagnoni (Astor Piazzolla), Luca Carboni (Francesco De Gregori).
Cari ascoltatori, il sassofono di John Surman introduce con le sue vaghezze romantiche il tema di oggi, ancora incentrato sul paesaggio, le voci, le visioni dell’aldilà. Già da qualche puntata stiamo mescolando musiche e riflessioni su questo argomento, suggerito dalla lettura della sceneggiatura de Il viaggio di G. Mastorna, il film di Fellini mai realizzato, e da uno scritto del reggiano Ermanno Cavazzoni in appendice alla stessa. Changes of season si chiama il brano di John Surman: cambi di stagione. Viene, infatti, da chiedersi: nell’aldilà percepiremo le sfumature delle stagioni, i colori, il tempo meteorologico? O la brillantezza della musica di Surman si scioglierà nell’indistinta ora – sempre quella: un tardo pomeriggio di fine inverno – che lo scrittore Guido Piovene immagina come il tempo stabile dell’aldilà? La luce tinta di un giallo offuscato; e ogni tanto un abbaiare di cani che non si vedono…
Musica. John Surman: Changes of season
Nei suoi Purgatori del secolo XX, Cavazzoni fa una breve storia dell’aldilà così come lo descrivono gli scrittori. Guido Piovene, come dicevamo, immagina che in una penombra di fine inverno o autunnale, quando il giorno non avanza né retrocede, in un’ora immota, gialla, le anime camminino tristemente verso una meta imprecisata; e qualcuno poi, ogni tanto, sbiadisce e scompare. Questo può accadere nei luoghi nebbiosi, come dalle nostre parti. E, infatti, uno scrittore dei nostri, il reggiano Daniele Benati, in Silenzio in Emilia colloca l’aldilà a circa tre km da Reggio Emilia, in un posto dove si arriva anche con l’autobus. L’aldilà, insomma, è vicino a casa: semplicemente, è un posto dove ci si perde, dove chi ci è arrivato non sa di essere morto, e continua ad aggirarsi intorno al bar, la pizzeria, il supermercato, a fare le cose che faceva prima: “solo che le cose non sono più esattamente le stesse”, dice Cavazzoni. C’è questa dimensione del perdersi, come nel libro di Benati e come nella musica dei Giardini di Mirò, anche loro reggiani, anche loro intrisi di nebbia e di padane solitudini.
Musica. Giardini di Mirò: Broken by
Raffaello Baldini, il più grande poeta romagnolo del Novecento, parla di un tale che scende nei camerini di un teatro per salutare un’attrice, s’infila in un corridoio, sbaglia uscita, entra in un labirinto dove incontra altri esseri che stanno cercando anche loro di uscire, come la signora che credeva di trovarsi nei piani bassi della Rinascente, dove di solito ci sono le svendite, o il tizio che pensava di essere sceso nella metro sotto piazza Duomo, ma non passa nessun treno. E così tutti girano all’infinito, perché nell’aldilà ci si perde, come ci si può perdere danzando. Si balla un valzer, abbracciati, si gira, si volteggia, lentamente si vola, si prende la nota, la si perde, si esce dalla pista, ci si libra in alto, si cade – e dove ci si ritrova? In un cespuglio, tra le frasche, in un parcheggio di periferia, su una nuvola – o avvolti in una penombra che somiglia al regno dei morti? Eccolo che arriva, il nostro valzer, che ha i sapori della Bassa e il languore del tango: è “Jenny” di Fulvio Redeghieri, accompagnato al violoncello da Michele Ballarini.
Musica. Fulvio Redeghieri: Jenny
Gli scrittori, dice Cavazzoni, descrivono due tipi di aldilà. Il primo tipo l’abbiamo visto, e nasce dalla delusione di essere al mondo. Ci si smarrisce tra le ombre come in preda a un leggero Alzheimer, impermaliti di essere morti, perché la vita poteva essere migliore e ora, invece, non resta che l’atroce l’impossibilità di comunicare con il mondo lasciato. E’ l’oltretomba di Giorgio Manganelli: un’immensa periferia con sobborghi semiabitati. Ma c’è un secondo aldilà: quello di Pirandello, di Kafka, di Benati e di Fellini. Ne Il fu Mattia Pascal, Pirandello “immagina che se c’è un aldilà non può che essere identico al nostro mondo, o essere il nostro mondo stesso, dove le anime vagano come turisti o vi soggiornano indefinitamente come pensionati statali”. E Kafka poi, nel Processo, racconta la storia di un funzionario di banca che, senza colpe apparenti, scopre di essere sotto processo e che, accanto alla vita di tutti i giorni, scorre e ci assilla, ci tormenta, un mondo parallelo fatto di giudici, avvocati, impiegati, segretarie, cancellerie, sale d’udienza. E’ l’aldilà che ha cambiato sede, ci viene in visita, arriva improvvisamente aldiquà, con il suo tradizionale apparato di angeli e diavoli. Facciamo una pausa con la struggente Adios Nonino di Astor Piazzolla, dedicata alla morte del padre: musica della fine, ma anche della speranza di un nuovo inizio. La ascoltiamo nell’interpretazione del flautista bolognese Giorgio Zagnoni, accompagnato da Giampaolo Ascolese alla batteria, Marco Fabbri al bandoneón, Stefano Malferrari al pianoforte, Elio Tatti al contrabbasso e Michela Tintoni al violino.
Musica. Giorgio Zagnoni: Adios Nonino (di Astor Piazzolla)
Nel Viaggio di G. Mastorna di Fellini ci sono folle enormi che arrivano da tutte le parti, patetiche cerimonie del ritrovamento di parenti e amici morti, gli spiriti antichi che attendono i morti recenti in un immenso aeroporto di vetro, bianche navi “del distacco” piene di crocerossine, moli sferzati dalla pioggia, una scialuppa nel mare in tempesta con a bordo una donna che ti invita a salire ma è soltanto una réclame, l’ipnotismo erotico dell’adolescenza: se l’aldilà somiglia tanto all’aldiquà, ci sarà pure una linea che li separa? In Fellini, sostiene Cavazzoni, è la linea del sogno: “Ciò che accade nei sogni è la regola di ciò che accade nell’aldilà”. Nei sogni troviamo gli stessi paesaggi, le stesse persone, gli stessi luoghi che frequentiamo nella vita diurna, e tuttavia con regole proprie, incongruenze, assurdità, perché le regole vigenti non sono le stesse. I sogni sono l’aldilà che ci viene in visita, che anticipa il luogo in cui staremo per sempre. E non essendoci più un aldilà dopo la morte, esso si manifesta nella vita come un sogno continuo e ossessivo. La pena, forse – conclude Cavazzoni – sta nello smarrimento, nel trovarsi soli in mezzo a tanti altri smarriti. La vita è già un “oscuro e intasato aldilà” che “comprende, in un miscuglio confuso, un po’ di inferno, di purgatorio e di paradiso”. E’ una vita, la nostra, dove ci sono orrori e tenerezze, come quelle di un raggio di sole entrato nella stanza di una persona cui è nato un figlio: una vecchia canzone di Francesco De Gregori ripresa dal cantautore bolognese Luca Carboni nel suo ultimo disco, “Musiche ribelli”.
Musica. Luca Carboni: Raggio di sole (cover di Francesco De Gregori).