19 aprile 2012
La storia raccontata ne Le descrizioni inizia nel 1969. In televisione scorrono le immagini di Carosello, ma anche della politica, della cronaca, della tragedia di piazza Fontana. Sono i giorni in cui la piccola Mika impara il gesto della penna puntata sulla carta: nel tentativo di comprendere quanto ha intorno dando alle cose il nome più esatto, la bambina sente crescere l’urgenza di imparare a scrivere. Quando saprà farlo, gli amori di sua sorella, le frasi dei genitori, le storie dei vicini di casa e degli amici diventeranno pagine, scene di vita che andranno a comporre un quadro nostalgico e drammatico dell’Italia agli inizi degli anni Settanta.
Partendo dall’infanzia come fase della meraviglia e della curiosità insaziabile, Monica Dall’Olio ci regala una profonda riflessione sulla scrittura, sul linguaggio, sulla necessità di descrivere il mondo.
Monica Dall’Olio è nata a Parma nel 1967 e vive a Bologna. Suoi racconti sono apparsi su diversi periodici e siti internet. Nel 2008 è uscito il suo primo romanzo, Guida gastronomica al precipizio (Barbera).
Un giovedì pomeriggiola Rossana arrivò in anticipo, alle due e mezza anziché alle tre. Ancora stavo calcolando le equivalenze sul quaderno di aritmetica, quando sentii il campanello. Portava la cartella col sussidiario, il quaderno di geografia e le cartine dell’Europa; anche lei doveva finire i compiti. L’accompagnava la signora Anna che indossava una giacca bordata col pelo. Mise in mano a mia madre un sacchetto. Conteneva un pezzo di pane e un vasetto di marmellata.
«Oh, non ce n’era bisogno», disse mia madre.
Ma la signora insisteva: «Per il disturbo che le do».
«Ma quale disturbo, se non ci si aiuta tra noi…».
Mia madre prese il sacchetto. Dentro c’erano anche due yogurt alla fragola.
La signora disse che alle tre doveva essere a scuola, aveva l’incontro coi genitori. Poi abbassò la voce e disse che a lasciare la Rossana in consegna all’Agnese non si fidava più.
«Come mai? È malata?».
«Malata non è la parola giusta», sussurrò la signora. Si toccò le tempie con l’indice della mano destra. «Non è più in sé, poveretta».
In quel momento, dal pianerottolo del quarto piano, si sentì la porta dell’appartamento della Rossana che con un gran fragore si apriva e poi la voce di sua nonna: «Agnese, vieni dal tuo Armando!».
«Ci risiamo», disse la signora Anna.
Uscimmo fuori a vedere che cosa succedeva.
Delle scarpe da uomo avanzavano, passi pesanti in direzione della scala; trascinando le suole cominciarono a scendere gli scalini. Stretta al corrimano, comparve la mano grinzosa dell’Agnese. Non portava il grembiule e il solito vestito da casa ma un paio di pantaloni da uomo con la cerniera aperta e senza cintura, e sotto spuntava una sottoveste grigio celeste coperta sul petto da una camicia che doveva essere del padre della Rossana.
«Signora, che cosa fa?». La signora Anna corse su per le scale. Afferrò l’Agnese per le braccia. La spinse verso la porta di casa ma lei si divincolava.
«Mi lasci stare! Dov’è mia moglie? Dove me la nascondete?». La madre della Rossana la riportò dentro. Girò la chiave nella serratura.
«Che colpa ne ho», cantava mia madre, «se il cuore è uno zingaro e va». «Il governatore della Banca d’Italia», disse il giornalista sul Primo Canale, «nomina l’ex presidente Eni, Eugenio Cefis, alla guida della Montedison». «Quello sì che è un furbone», disse mio padre accendendosi una sigaretta, «riuscire a convincere i democristiani a tirar fuori dei quattrini per salvare un’azienda privata… ». «Catene non ha», cantava mia madre, «il cuore è uno zingaro e va». «La fusione della Montecatini conla Edison», disse il giornalista, «ha sollevato forti critiche nel mondo politico e industriale». «Ma di sicuro qualcuno avrà il suo tornaconto», disse mio padre, «e le spalle coperte per approfittarne». Mia madre entrò in tinello. «Finché troverà il prato più verde che c’è», cantava. «Le aziende di stato», disse mio padre, «bisogna vedere quante sono quelle coi bilanci in rosso».
Il giorno dopo la signora Cavalca suonò il campanello. Chiese a Sara se avevamo un uovo da prestarle, ma quella era una scusa per raccontare che la mattina stessa, mentre andava a vuotare la spazzatura, poco prima di mezzogiorno, al cancello davanti ai citofoni, aveva incontrato l’Agnese.
Con dello scotch incollava sul campanello un pezzetto di carta, raccontò la signora Cavalca, con sopra la scritta Armando Mangiarotti, che è il nome del nonno della Rossana. E facendo aderire il foglietto sulla plastica, per sbaglio premeva il pulsante vicino, che è quello del campanello della signora Mezzadri e i pulsanti di sopra, della professoressa Cavani e del geometra Cinti e alla fine la madre del geometra si è affacciata alla finestra: «Chi fa tutto questo baccano?» aveva strillato.
«Sono Armando Mangiarotti! Sono tornato dalla guerra!».
La signora Cavalca disse che l’Agnese portava la camicia da notte e un cappello da uomo. Ridacchiava da sola come fanno i matti.
«Mia nonna», dissela Rossana un pomeriggio, «pensa che si è reincarnata».
«Cosa significa?».
«La reincarnazione è quando muori e poi rinasci che non sei più la tua persona, ma penetri nel corpo e nel cervello di qualcun altro».
Reincarnazione, scrissi sul Quaderno delle Parole, dopo che sei morto, penetri nel cervello di qualcun altro…
«Eppure non è morta», spiegò la Rossana.«Lei si è reincarnata da viva. Strano, no?».
«Sì, è strano… Come entrare in una Descrizione».
«Infatti», dissela Rossana. Miguardò con sospetto.
E nei giorni che seguirono, di leggere le Descrizioni non ne aveva più voglia. Entrava in camera, si sedeva sul mio letto. Apriva l’astuccio e sparpagliava sul cuscino le matite, i pastelli colorati. Mi fissava.
«Cosa c’hai?» chiedevo.
«Niente». Ma si vedeva che nella sua mente c’erano pensieri che teneva segreti.
A volte suonava il campanello già all’una e quaranta. Sua madre la passava a prendere alle sette e mezza. La signora Anna disse a mia madre che stava cercando una babysitter che, diceva Sara, è una ragazza che tiene a bada i bambini, ma che trovarla non era facile. «Anche le studentesse, che sono delle inesperte», disse la signora, «al giorno d’oggi pretendono di essere pagate bene». «Io, la babysitter non la voglio», dicevala Rossana, «la mia babysitter è la nonna Agnese».
Un giorno venne coi capelli arruffati e crespi, come se nessuno quella mattina l’avesse pettinata. Lei ha i capelli mori che porta legati in due codini. La sua chioma è sempre lucida e profumata, così perfetta che sembra una parrucca. È l’Agnese che la pettina.
«Vuoi che ti faccia i codini?» le domandai.
Abbassò la testa. Si torturava le dita in un elastico. Si vergognava, penso.
Andai in bagno a prendere la spazzola e il pettine di Sara.
Ma appena le infilai le dita del pettine nella chioma, questo rimase bloccato; non andava né su né giù. Spinsi con più forza. Sentii un crac: rimanendo incastrato in un grumo di capelli, si era spezzato.
«Che cavolo fai?» strillòla Rossana. Sialzò in piedi e col pezzo del pettine ancora attaccato alla testa, corse fuori dalla camera.
Mia madre spuntò nel corridoio.
«Cosa succede?».
«Niente», dissi.
Buttai via la metà del pettine che avevo in mano.
Era caduto con la testa in avanti e giaceva sulla terra, come se dormisse. Quando lo voltarono si vide che non doveva aver sofferto a lungo: il suo volto aveva un’espressione così serena, quasi che fosse contento di finire così.
Voltai pagina. Quella era l’ultima della vita di Paolo Bàumer, un ragazzo della nazione Germania che muore in guerra. Saltai giù dal letto. Andai in salotto.
«L’ho finito!» dissi a Sara che stava studiando sul divano.
«Ho finito di leggere Niente di nuovo sul fronte occidentale!». «Ah sì?».
«Sì».
«E di cosa parla?».
«Come, di cosa parla? Non l’hai letto?». «Io no».
Entrò mia madre.
«Ho finito Niente di nuovo sul fronte occidentale!» dissi. «Brava».
«Mi è piaciuto».
«Poi ci racconterai la storia», disse. «Ci ho provato tante
volte a leggerlo, ma era troppo difficile, con tutti quei nomi stranieri… ».
«E il papà, l’ha letto?».
«Tuo padre?».
«Eh».
«Penso di no».
«Ma è l’unico libro che c’è in casa!».
«Non so come ci sia arrivato. Qualcuno ce l’ha regalato, eh Sara?».
«Boh», disse la sorella.
Era la fine di aprile ormai, ma il tempo era ancora quello piovoso dell’inverno. Andare a giocare in cortile o sul prato della fornace con Sandro,la Soniaela Mari, non si poteva. I1 terreno era fangoso, gli alberi coi rami secchi e senza fiori.
Sara chiese a mio padre il permesso di andare al concerto del cantante Lucio Dalla.
«Va bene», disse lui, «però devi promettere che ritorni a casa per le dieci».
«Ma come faccio?» disse Sara, «il concerto comincia alle nove!».
Lucio Dalla si esibiva alla balera Taro Taro, che come dice il nome, si trova dove scorre il fiume Taro, in mezzo alla campagna.
«Alle nove e quaranta, te ne torni a casa», disse mio padre. «No», disse Sara.
«Prendere o lasciare», disse mio padre.
«C’è per caso anche la cantante Nada?» chiese mia madre.
«Quella sì che ha una bella voce limpida!».
La sorella si chiuse in bagno per protesta.
Così quel pomeriggio, a proposito di cantanti, ebbi l’idea di fare l’intervista al personaggio famoso di Mina, la cantante che siccome la sua voce è molto squillante, tutti chiamano l’urlatrice.
«Mina, però», disse la Rossana, «in televisione, è proibito che ci va».
«Come mai?».
«Perché ha partorito un bambino ma con suo marito non sono sposati». Disse che l’aveva letto sulla rivista “Epoca”.
«Possiamo farle l’intervista in una balera», dissi.
Nelle balere non ci sono divieti, infatti. Tutti possono entrare: basta saper ballare.
Un lunedì tornavo da scuola, quando vidi un’autoambulanza con la luce fosforescente che girava sulla tettoia. Era parcheggiata davanti al cancello. Lo sportello posteriore era aperto. Molta gente sostava sul marciapiede. Riconobbi la madre di Sandro Tedesco e il cugino di Sandro. Dall’espressione che avevano in faccia, si capiva che sarebbero voluti entrare dal portone: erano curiosi di qualcosa.
Salii le scale. Sul pianerottolo, la signora Cavalca, la madre del geometra Cinti, la signora Ferrari e mia madre erano appoggiate al corrimano che guardavano in su, nel vuoto della tromba delle scale, verso il piano superiore. La porta dell’appartamento della Rossana era spalancata. L’ascensore si aprì.
Degli uomini col camice bianco trasportarono dentro una barella collegata a cinghie che cascavano giù ai lati. Uscirono poco dopo. Sulla barella c’era un corpo. La faccia era coperta da una stoffa che riconobbi subito: era la vestaglia dell’Agnese.
La signora Anna apparve dietro la porta. Calzava le scarpe
col tacco, era appena tornata da scuola. Col fazzoletto si puliva gli angoli degli occhi che erano tutti colati di nero.
«Bisogna che un parente della defunta venga con noi all’obitorio», disse uno degli uomini. Appoggiarono la barella a terra.
«Mio marito», disse la signora. «Arriverà a minuti».
«Va bene», disse l’uomo aprendo una carpetta scolorita. «Firmi qui». Porse alla signora Anna un foglio scritto a macchina.
«Lei ha una penna?».
L’uomo si tastò il camice.
«No».
La signora entrò in casa.
Solo allora vidila Rossana. Era in piedi; stava in disparte in un angolo del pianerottolo, vicino una pianta senza foglie che cresceva in un vaso grigio, ancora col grembiule e il fiocco rosa annodato al collo, la cartella agganciata sulle spalle.
Si avvicinò alla barella. Sollevò la vestaglia e guardò la testa di sua nonna morta.