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12 Aprile 2012 | Racconti d'autore

Le descrizioni

di Monica Dall’Olio, Perdisa Editore, 2012 (prima puntata)

A cura di Claudio Bacilieri. Lettura di Fulvio Redeghieri.

12 aprile 2012

La storia raccontata ne Le descrizioni inizia nel 1969. In televisione scorrono le immagini di Carosello, ma anche della politica, della cronaca, della tragedia di piazza Fontana. Sono i giorni in cui la piccola Mika impara il gesto della penna puntata sulla carta: nel tentativo di comprendere quanto ha intorno dando alle cose il nome più esatto, la bambina sente crescere l’urgenza di imparare a scrivere. Quando saprà farlo, gli amori di sua sorella, le frasi dei genitori, le storie dei vicini di casa e degli amici diventeranno pagine, scene di vita che andranno a comporre un quadro nostalgico e drammatico dell’Italia agli inizi degli anni Settanta.
Partendo dall’infanzia come fase della meraviglia e della curiosità insaziabile, Monica Dall’Olio ci regala una profonda riflessione sulla scrittura, sul linguaggio, sulla necessità di descrivere il mondo. 

Monica Dall’Olio è nata a Parma nel 1967 e vive a Bologna. Suoi racconti sono apparsi su diversi periodici e siti internet. Nel 2008 è uscito il suo primo romanzo, Guida gastronomica al precipizio (Barbera).

Per una settimana, non uscii.

Di mattina, Sara andava all’edicola a comprare “Diabo­lik” e qualche “Topolino” vecchio poi telefonava a Gianni dal bar della piazzetta, perché mia madre aveva vietato alla signora Emma di farle usare il telefono della pensione.

A mezzogiorno la signora saliva su in camera col piatto del brodo di pollo. Mentre m’imboccava la minestra, guardavo i suoi piedi callosi sbordare dalle ciabatte di paglia.

Dalla finestra in alto, nel cortile, veniva sempre della musica. Un pomeriggio, rimasi per molto tempo affacciata a sbirciare se spuntava qualcuno. Ero curiosa di sapere chi abitava in quella casa. E finalmente, vidi una donna in sotto­veste che abbracciata a un uomo ballava La coppia più bella del mondo. Poi spense la musica. Dopo un po’, di nuovo la vidi ballare ma con un uomo diverso e poi la sera, con un altro ancora.

«Vieni via», diceva Sara.

Il terzo giorno stavo meglio. Respiravo quasi uguale a prima. Andai alla scrivania dove c’era la carpetta con i com­piti, dei fogli compilati dalla maestra, che ancora dovevo cominciare.

«Cosa è scritto nelle istruzioni?» domandai.

«”A” minuscola come ape, ricopiala venti volte», lesse Sara. «”E” minuscola come erba, dieci volte».

«Bisogna che mi vai a comprare un quaderno», le dissi. La sorella sbuffò: «Vacci tu. Mica sono la tua serva».

Con gli stivali ancora ai piedi si gettò sul letto. Cominciò a limarsi le unghie con rabbia, come volesse segarsele via.

La signora Emma mi portò un quaderno a righe di Gigi. «Hai fretta di imparare a scrivere, eh, carina?» disse quan­do mi vide seduta alla scrivania.

«lo invece ho fretta di andarmene da qui», disse Sara. «Perché?» chiese la signora. «Forse non vi trovate bene?». «Ma no, non è questo…».

«È arrabbiata con me per quel Gianni, lo so».

Sara si limava le unghie in silenzio.

«Ma signorina mia, io devo fare come mi dice sua madre», si scusò. «Le madri vogliono sempre il bene dei figli, se lo ricordi».

Dalla finestra in alto del cortile veniva la musica di Bu­giardo e incosciente, ma a un volume molto basso.

«Lo vede come ci si riduce», sussurrò la signora guar­dando allusiva attraverso la tenda, «quando si dà retta solo all’istinto?».

Sara m’insegnò a cambiare alla penna stilografica la bom­boletta dell’inchiostro.

«Inseriscila dentro, ma senza premere», m’istruiva. «Così». Ne scartava una nuova, e mi faceva vedere. «E quando è ben incastrata, ci riavviti sopra il cappuccio». Lo faceva girare e lo avvitava stretto al corpo della Pelikan. Poi puntava il pennino sul foglio del quaderno; lo metteva in posizione:

«Scrivendo devi stare molto leggera», spiegava tenendolo in­clinato sul piano.

Con una calligrafia rotonda, le gambe delle “a” e delle “o” che si arricciavano verso l’alto, formava la parola albero.

Mi sedevo alla scrivania e impugnavo la penna. Ma ecco che appena toccava il foglio, l’inchiostro schizzava fuori dagli angoli del pennino; m’impiastrava i polpastrelli e il palmo della mano. Bisognava asciugarlo con la carta assorbente e fare presto prima che tutto seccasse. Le lettere mi uscivano poi molto larghe e storte. Così rinunciavo e scoraggiata an­davo alla finestra. Guardavo se c’era la donna nella finestra in alto del cortile che ballava. Ma le nove di mattina era troppo presto; la musica non cominciava prima delle undici.

«Riprova», diceva Sara.

Un pomeriggio macchiai il piano della scrivania.

«Oh, non fa niente, carina», disse la signora Emma. «È, un mobile di poco valore…».

E un giorno, mentre Sara dormiva, e dal cortile veniva la musica di Che male fa la gelosia, provai a scrivere distesa nel letto. Scrissi donna che balla. Macchiai la federa del cuscino e il cuscino anche, ma lo scrissi con una calligrafia bellissima.

Quando si svegliò e vide quel pasticcio che avevo combi­nato con l’inchiostro, Sara s’infuriò e mi mollò una sberla.

La domenica mattina venne a trovarmi Gigi, con i pastel­li a cera e i fogli grandi da disegno. Si mise alla scrivania e s’inventò il fumetto di Drake il Rosso, lo spietato bucaniere delle isole Antille; poi mi raccontò la leggenda delle fate as­sassine.

«Erano le mogli dei pirati», disse, «e abitavano le case ri­volte verso il mare».

Raccontò che stavano affacciate alla finestra, e appena av­vistavano i velieri dei loro sposi che spuntavano all’orizzonte, scendevano nei carruggi a far festa. Le navi ripartivano e nei periodi lunghi in cui erano sole, le fate aspettavano che venisse una notte con la luna piena, e si radunavano sul Monte, che sarebbe la montagna di congiunzione tra Camogli e Portofi­no dove Sara dice che è ormeggiato lo yacht della principessa Grace Kelly. Lassù, nel bosco, raccontò Gigi, incendiavano gli sterpi in un falò gigantesco che poteva essere avvistato da molto lontano, anche dall’Africa. «Le fate sono sul Monte!» questa voce subito si spargeva nel paese, e tutti trepidavano di paura perché significava si sarebbe compiuto il sacrificio.

«Quale sacrificio?» domandavo.

«Che il primo neonato partorito dopo la partenza dei ve­lieri sarebbe stato bruciato».

«E perché?».

un patto che le fate facevano col mare per allontana­re la maledizione. Se l’avessero violato, i corsari loro mariti non sarebbero tornati mai più».

 

Sara m’infilò il passamontagna rosso di lana vergine.

Era un martedì di ottobre, ma sembrava che l’estate fosse ritornata. La gente a passeggio sulla piazzetta era vestita con le mezze maniche. Giù in spiaggia, ai bagni Lido, c’erano le sdraio e gli ombrelloni aperti. Dei bagnanti coi costumi arancioni si tuffavano in mare.

«Imponenti lotte operaie sono in corso nel paese», diceva la radio del bar centrale, «duecentocinquantamila metalmec­canici in sciopero a Torino».

«Non ha caldo, la bambina?» chiese il giornalaio alla so­rella.

«È stata indisposta», disse lei.

Mi fermai davanti alla foto che era dentro la cornice. Era da una settimana che non la vedevo. Conteneva degli uomini e delle donne che sventolavano dei cartelli, le mani aggrappa­te a una cancellata; altri uomini gli si avventano contro.

«Cosa fanno?» domandai.

«Gli operai protestano, belin», disse il giornalaio.

Mentre arrivavamo alla piazzetta, mi sfilai il passamonta­gna che faceva prurito alle orecchie. Sara distese la stuoia nel solito posto, vicino ai lampioni. Tirò fuori il quaderno dei compiti.

«Chi sono gli operai?» chiesi.

Ma lei come al solito non rispose. Poi, mentre aspettavo al bar centrale che telefonasse a Gianni, sentii la radio: «Negli stabilimenti Fiat sono in corso assemblee e cortei interni», diceva il giornalista, «la direzione avverte che chiamerà la po­lizia ogni qualvolta saranno attuate forme di lotta dura». 

Quella notte sognai che io e Gigi eravamo su un treno. Che a un certo punto, entrava nel vagone un uomo con una cravatta a strisce. Premeva il pulsante che era sullo stipite della porta a soffietto e il treno saltava in aria. Io e Gigi era­vamo catapultati su una spiaggia di sabbia gialla e deserta. Poi all’improvviso, dal mare aperto, ma poco distanti da riva, ecco apparire i velieri. Si avvicinavano obliqui, spinti dal ven­to che saliva su dagli abissi marini. «Chi sono?» domandavo. «I galeoni fantasma!» esclamava Gigi, «le fate assassine!». So­pra si affacciavano delle donne coi pugni alzati. «Vendichia­mo il sangue innocente versato», urlavano.

Dopo non me ne importò più niente. Di “Topolino”, della Tv dei ragazzi, Rin Tin Tin, l’ispettore Ginko, di Dia­bolik, dei fumetti che Gigi disegnava. Tutte cose finte, pen­savo. E i dragoni marini, dove sono i dragoni marini? Sono solo un’invenzione. Bugie.

La bambola di pezza Filomena, che tutte le sere dormiva sul cuscino incastrata tra Sara e me, non è umana e con dei sentimenti, pensavo; è un fantoccio che sorride senza un perché. Così un pomeriggio, mentre la sorella era uscita a telefonare, la trascinai in bagno. Riempii la vasca d’acqua fino all’orlo e ci tagliuzzai dentro il corpo. Venne a galla tutto un groviglio di fili di lana, infatti, perché non è di carne come noi.

«L’ho assassinata», dissi a Sara.

Lei non disse niente. Da qualche giorno era seria e di par­lare non ne aveva voglia. Credo che fosse per via di Gianni, che si fossero detti qualcosa di crudele.

La mattina, prima di scendere a bere il caffelatte, mentre la sorella si faceva lo chignon, mi sedevo alla scrivania e co­piavo le lettere dell’alfabeto. Ne scrissi centinaia, migliaia. Scrissi tutte le parole dell’elenco che la maestra aveva com­pilato, poi quelle che Sara all’istante s’inventava. Comprava i quaderni e io li riempivo. Di fianco al comodino, da terra partiva la pila di quelli finiti.

«Vai piano», diceva la sorella. «Così finirai per macchiare». Ma io avevo la smania.

«Ho la smania», dicevo.

«La smania di che?» chiedeva Sara. «La smania».

Venne il quindici ottobre, il giorno del mio compleanno. La mattina telefonò mia madre. «Tanti auguri! Ti ho

comprato un regalo bellissimo!» disse, « è qui che ti aspetta per quando torni a casa guarita!».

«Io non guarirò», risposi, «non guarirò mai».

«Come?» disse mia madre.

Riattaccai.

«Lo studente Spartaco Vadalà», diceva il telegiornale, «è stato colpito a un occhio da un candelotto sparato dalla po­lizia…» .

«Povero giovane», disse la signora Emma portando in tavola la torta. Al centro della glassa ballava Betty Boop di marzapane.

«… Era in corso una manifestazione popolare, la disgrazia è avvenuta a una distanza di quattro metri…».

Gigi batté le mani. Si era vestito elegante, quel giorno speciale, con un maglione verde bottiglia e i pantaloni lun­ghi. Ma ai piedi calzava i soliti sandali di corda con la suola consumata. C’erano anche l’Erminia e Ivan, due suoi com­pagni di classe che la signora Emma, col permesso di Sara, aveva invitato. Così stanno un po’ in compagnia, aveva detto alla sorella.

«… Il ragazzo aveva appena diciotto anni», diceva il gior­nalista. «È una tragedia per l’intera nazione, ha dichiarato il presidente Saragat…».

La signora distribuì i piatti di carta colorata e i bicchieri con l’aranciata. Sul video, una barella era trascinata via tra la folla: «Il governo invita il mondo del lavoro e il movimento studentesco a riflettere sulle rivendicazioni sollevate».

Sara accese le candeline e io soffiai spegnendole tutte e sei in un colpo solo.

«Brava!» applaudì la signora Emma.

Poi Gigi si alzò in piedi. Sembrava volesse dire qualcosa, invece allungò il dito indice e lo affondò al centro della torta, dove c’era una decorazione rosa, e se lo leccò.

«Sa di fumo», disse strofinandolo nel vestito a pois dell’Erminia.

Brano corrente

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